L’intolleranza dei (falsi) pluralisti. Schizofrenia del progressista canonico

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Sfogliare ogni mattina i quotidiani è una di quelle attività a cui è difficile rinunciare. Ciò vale perlomeno per chi ha un interesse marcato per i fatti politici, con i quali ci si è teoricamente confrontati fin dallo studio universitario. Al di là della pochezza che si manifesta spesso nelle dichiarazioni di politici – di qualsiasi colore essi siano, preme sottolinearlo –, tutto sommato nel nostro Paese si ha a disposizione una sfaccettata varietà di orientamenti presenti sui giornali. E chi prova piacere nella lettura della plurivocità del reale, non può che apprezzare l’intero spettro di argomentazioni. Tuttavia, non tutti i quotidiani stanno sullo stesso piano, secondo alcuni. Vi sono, infatti, opinioni che rispecchiano una sorta di presunta superiorità morale. E tali articoli, ça va sans dire, appaiono esclusivamente sui quotidiani che stanno dalla parte del Bene. I valori, in altre parole, potrebbero essere posti su una scala gerarchica, secondo taluni. C’è da chiedersi, tuttavia, se questo sia compatibile con la ratio di una democrazia matura, cioè liberale e aperta alla discussione.

Partendo dal presupposto che ciascuno si orienta in base a un bagaglio culturale e valoriale suo proprio, la totale avalutatività è pressoché impossibile. Se decido, in altre parole, di trattare il tema del “capitalismo” appoggiandomi positivamente a Marx o Hayek, è lapalissiano che ciò che uscirà dalla mia penna penderà da una parte o dall’altra. Non è questo il punto, però. Il tema, semmai, è quello di commentare in modo rispettoso, cioè a dire, legittimamente esprimere la propria opinione, senza però cedere al moralismo, alla squalifica aprioristicamente schierata su basi eminentemente moralistiche.

In una democrazia liberale, imperfetta, riformabile, come qualsiasi istituzione umana – tra l’altro chi scrive è a dir poco scettico su tutta una serie di elementi che dovrebbero comporla, e che fanno fatica ad essere realmente accettati e adeguatamente salvaguardati: dalla tutela del diritto di proprietà, alla libertà individuale in ogni campo; ma non è questo il momento di parlarne – ogni opinione merita di essere espressa e dunque difesa. In altre parole, trattasi dell’abc del pluralismo di quello che Raymond Aron ha opportunamente definito regime “costituzional-pluralistico”.

Epperò, capita sovente che proprio chi teoricamente si professa lo strenuo difensore di un valore così alto – per l’appunto, il pluralismo, la tolleranza, il rispetto del “diverso” – non sia proprio ligio all’ottemperanza di questo dovere, chiamiamolo imperativo morale, per usare un’espressione altisonante.

Tralasciando la ricognizione teorica del concetto di progresso e di progressismo, su cui, peraltro, ci sarebbe molto da discutere,ebbene, leggendo spesso ciò che i (sedicenti) progressisti scrivono, non si può non rimanere stupiti di quanto le parole spese a favore di tolleranza e pluralismo siano non di rado disattese. Questa, in realtà, è una caratteristica dell’egemonia culturale di questo Paese (ma non solo), la cui esistenza, ovviamente, viene prontamente negata dai cavalieri del politicamente corretto di matrice progressista. Con tale espressione si vuole intendere la linea di pensiero che è tendenzialmente dominante non in seno alla società, bensì negli svariati canali di intermediazione politico-sociale. Insomma, all’interno di quella che potremmo chiamare élite culturale.

Negare che questa esista provoca un misto di simpatia e tenerezza. Riconoscere che abbia il diritto di aver voce una diversità di opinione rispetto al paradigma che si fa proprio non solo è espressione di civiltà, ma soprattutto è una sorta di obbligo che s’impone a chi si proclama pluralista e tollerante.

Con toni di chi sa di incarnare il Bene, il Giusto e la Virtù, si possono scrivere elogi del dubbio, della discussione, della dialettica contro la tendenza deleteria a prediligere l’immediatezza del web e dei social. Ciò è anche condivisibile, a livello teorico. Non è questo che si vuole discutere. Ma come si fa a predicare l’elogio della discussione quando, fin dall’inizio, c’è chi non merita di prendervi parte? E in base a quale criterio logico predicare di coltivare il dubbio, nel momento in cui si ha già avuto la pretesa di squalificare moralmente chi non è ritenuto accettabile, dunque assegnando giudizi con incrollabile sicumera? Questi, ma non solo, incarnano alcuni dei tipici tratti di quello che Dino Cofrancesco ha magistralmente denominato “canone ideologico italiano” (“Il Dubbio”, 11/03/2018).

La lettura dell’articolo cofrancescano è consigliata per intero, ma in questo caso ci limitiamo al punto numero due del decalogo, il quale individua una delle cifre più rappresentative del canone: «Una visione del mondo che non accetterà mai il principio che i valori e gli interessi degli individui e dei gruppi sociali, quando non contrastino con le leggi, stanno tutti sullo stesso piano, nel senso che sono tutti egualmente legittimi e degni di rispetto e considerazione». Il canone etico del Belpaese (rigorosamente progressista) non accetterà mai il “politeismo dei valori”, giacché vi sono alcuni valori considerati moralmente inferiori o, meglio, impresentabili. Alla faccia del pluralismo e della democrazia (liberale).

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