L’Iran del 2009 non è lo stesso del 1979 e uno studente ci spiega perché
23 Giugno 2009
di Shane M.
L’ articolo che vi proponiamo è stato scritto da uno studente iraniano che, per motivi di sicurezza, vuole mantenere il suo anonimato.
Alziamo lo sguardo oltre la folla di gente nelle strade per vedere cosa stanno dicendo i nostri amici negli Stati Uniti su di noi. Non possiamo farne a meno: trent’anni di lotta contro il Nemico hanno avuto il curioso effetto di renderci curiosi. Con nostro grande sgomento, scopriamo che su una parte importante della stampa statunitense va diffondendosi una sorta di controinformazione che dice: forse le elezioni non sono state una frode; forse gli Stati Uniti non devono lanciarsi in proclami sulla democrazia tradita; forse Mahmoud Ahmadinejad è il presidente che il popolo iraniano vuole (e, per estensione, si merita) veramente.
Non credete a queste storie. I cosiddetti “esperti” che consigliano agli americani di avere cautela nel denunciare i brogli basano le loro argomentazioni su una conoscenza del tutto superata dell’Iran, una conoscenza che non ha nulla a che fare con quello che stiamo vivendo in questi strani giorni. Per esempio, alcuni analisti americani affermano che le proteste stanno avendo luogo solo in quelle zone di Teheran dove risiede la popolazione benestante e di più alta cultura: il nord, il quartiere universitario e piazza Azadi. Naturalmente, quei luoghi sono dimora delle classi abbienti… se si considera la capitale com’era 30 anni fa. L’affermazione secondo cui quelle zone rappresentano “la parte buona della città” deve essere sorpresa per i suoi residenti, costretti a sopportare il rumore, il traffico e l’inquinamento tipici del centro di una megalopoli. Gente che non visita una città da un trentennio è portata a dare indicazioni sbagliate.
Tali rilievi rinforzano peraltro il falso mito di un legame di ferro tra religione e classe sociale, tra zona di residenza e tendenza politica. Questa geografia male intesa immagina il sud di Teheran e le zone rurali popolate unicamente dai poveri, alleati naturali dell’Islam politico, mentre il nord della città raccoglierebbe gli sfrenati “gharbzadegi” (letteralmente “folgorati dall’Occidente” o “occidentalizzati”) e sarebbe popolato da gente che va su Internet e fa le vacanze a Parigi. E’ come se l’Islam politico si fermasse a piazza Vanak, al di là della quale si trovano solo “liberali” che hanno votato per il leader dell’opposizione, Mir Hussein Moussavi.
Non si deve assumere come un fatto che l’impegno religioso sia lo stesso per tutti i membri di una società, né tanto meno che la devozione religiosa implichi l’automatica lealtà a un particolare partito politico. Così facendo, si negherebbe ai poveri dell’Iran la capacità di pensare con le loro teste, di rendersi conto che le politiche degli ultimi quattro anni hanno peggiorato le loro condizioni – e farebbe il gioco di Ahmadinejad, e della sua discutibile rivendicazione di essere il più autentico rappresentante della rivoluzione del 1979. Eppure Moussavi, non dimentichiamolo, è stato uno dei figli prediletti dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, ha fatto parte della prima schiera dei rivoluzionari, e resta un convinto sostenitore della rivoluzione e delle istituzioni che costituiscono la Repubblica islamica.
Ma gli Stati Uniti sembrano capaci di guardare al nostro Paese solo attraverso le ansie lasciate in eredità dalla Rivoluzione del ‘79. Nelle tante riflessioni intitolate “come abbiamo perduto l’Iran” seguite al rovesciamento dello Scià, un gran numero di analisti e uomini politici americani hanno chiarito che il loro grande errore fu quello di aver perso troppo tempo con la famiglia reale e le elite intellettuali della capitale. I commentatori odierni sono preoccupati di ripetere lo stesso errore, qualora prendano le parti dell’opposizione.
La verità, però, è questa: Teheran non è più l’anomalia che era trent’anni fa. E’ diventata più simile al resto del paese. La migrazione interna, non solo verso Teheran ma anche verso altri grandi centri urbani, ha accelerato, alimentata anche dalla crescita delle università di Isfahan, Tabriz, Mashad e Shiraz, e adesso quasi il 70 per cento degli iraniani vive in città. E, naturalmente, l’Iran del 2009 – o meglio ancora, l’Iran del giugno 2009 – non è lo stesso Iran del 1979. Così come i quartieri iraniani non possono cristallizzarsi come in una fotografia, così la vita culturale degli iraniani è assai cambiata nell’ultimo trentennio. Il periodo post-rivoluzionario ha visto l’educazione espandersi, le donne entrare in gran numero nella forza-lavoro, e ha cambiato l’istituto del matrimonio e addirittura quello del divorzio. Tutto ciò ha rimodellato la società iraniana. La pseudosociologia di cui tanti in Occidente si riempiono la bocca svanirebbe come neve al sole di fronte a una breve visita nel nostro paese.
C’è poi da dimenticare tutto quello che dicevano i sondaggi fatti a maggio dal “Terrore gratuito del futuro”, ossia dal Centro per la pubblica opinione, dove si esibivano numeri che davano Ahmadinejad in netto vantaggio persino nella città natale di Moussavi, Tabriz. Forse Ahmadinejad era davvero in vantaggio un mese fa; ma poi è arrivato il dibattito. Partendo dal primo di giugno, il paese ha vissuto un’esperienza senza precedenti nei trent’anni della Repubblica islamica d’Iran: sei confronti faccia a faccia dal vivo e non addomesticati tra i quattro candidati alla presidenza. Ovunque gli iraniani ne restavano avvinti e i sondaggi hanno iniziato a cambiare. Nel mercoledì prima delle elezioni Moussavi era al 44 per cento, Ahmadinejad al 38. E allora, non gettiamo un’ombra sull’esito delle elezioni in base a numeri che, come il pane, dopo una settimana erano stantii (e ignoriamo anche l’affermazione secondo cui i sondaggi in Iran sono “notoriamente inaffidabili”. La pubblica opinione è stata rilevata per mesi da un consorzio formato da sondaggisti e sociologi appartenenti a uno schieramento politico largamente trasversale).
Un cambiamento tanto grande nelle preferenze, del resto, si è già verificato. Un mese prima delle elezioni del 1997, il candidato dell’establishment, Ali Akbar Nategh-Nouri, nei sondaggi stava schiacciando il suo rivale. Poi, a una settimana dal voto, la marea cambiò, portando al potere un riformista, Mohammad Khatami. La ragione di una tale fluidità dell’elettorato è semplice. In Iran non esistono autentici partiti politici che possano governare con un certo pacchetto di voti. Le campagne elettorali vengono portate avanti fondamentalmente da singole personalità e gli iraniani sono da sempre portati a far fluttuare il loro voto. Così si spiega quel che è avvenuto in questi giorni: Moussavi si è sempre visto negare l’accesso ai media statali però, a due mesi dalle elezioni, è iniziata la sua campagna; da allora ha rapidamente recuperato su Ahmadinejad, superandolo nei giorni finali grazie anche alle tante visite nelle città di provincia e ai tanti dibattiti cui ha preso parte.
Una nota finale: queste elezioni rivelano un paradosso. Sta emergendo chiaramente il desiderio da parte del consiglio iraniano di migliorare le relazioni con gli Stati Uniti. Ma se Moussavi diventasse presidente e realizzasse le sue promesse di riavvicinamento con l’America, con tutta probabilità vedremmo il 30 per cento della popolazione iraniana insorgere protestando che il presidente “sta vendendo il paese al nemico”. Al contrario, la presunta difesa dell’orgoglio nazionale al cospetto degli Stati Uniti è stato uno dei principali argomenti di Ahmadinejad. Gli americani, anche troppo abituati alla maleducazione del presidente iraniano, saranno certo sorpresi nell’apprendere che forse, per migliorare i rapporti tra i due paesi, è meglio che vinca lui. Ahmadinejad è considerato qui da noi come particolarmente abile ad agire come un Nixon iraniano, capace di “viaggiare verso gli Stati Uniti” portandosi dietro i propri sostenitori, che non sono pochi. In altre parole, gli iraniani ritengono di trovarsi di fronte a una delicata alternativa: una situazione interna disastrosa con Ahmadinejad, compensata da un miglioramento nelle relazioni internazionali; o una crescita nella politica nazionale con Moussavi, controbilanciata da enormi difficoltà quando si tratterà di migliorare i rapporti con gli Usa.
La verità è che nessuno si aspettava che accadesse tutto questo. Le manifestazioni che, per una settimana, hanno trasformato le notti di Teheran in una grande discoteca civica all’aperto, sono state un incidente. La gente si è riversata a migliaia nelle strade, a piedi, in motorino, in macchina. Si arrivava verso le quattro o le cinque del pomeriggio per tornare a casa il giorno dopo, alle tre o alle quattro del mattino, ridendo, scherzando, discutendo, e poi tornando nella mischia. Alcune istantanee. Una ragazza si sporge da un’auto come se fosse nel telefilm “Hazzard”; quattro ragazzi parcheggiano le loro auto in circolo, con i fari che illuminano un’improvvisata pista da ballo su cui esibirsi. Ognuno guarda il prossimo e tutti ci chiediamo come ciò sia potuto accadere. Dov’era tutta questa gente? Da dove è venuta? E’ la stessa gente accanto alla quale passiamo ogni giorno. Adesso ci vediamo, ci sentiamo l’un l’altro, per la prima volta. Adesso, per la seconda settimana, continuiamo a guardarci l’un l’altro mentre marciamo insieme, nei cortei e nelle piazze, verso il traguardo comune di vedere rispettato il nostro voto.
Nessuno sapeva che si sarebbe arrivati a questo. L’Iran è così. Tutto è possibile perché c’è molto poco di strutturato nella vita sociale o politica. Siamo soliti scherzare dicendo che se uno parte da Teheran e ci ritorna dopo tre mesi, arriva in una nuova città. Un amico è andato in Francia la scorsa settimana, e quando è tornato ha trovato l’intera capitale coperta di verde. Non era previsto che andasse così. Fino alla scorsa settimana, Moussavi era un politico qualunque, anche se competente; da lui – così mi ha detto un uomo del suo comando di campagna – ci si aspettava solo che fosse capace di rendere l’Iran un posto appena un po’ migliore, niente più di questo. E gli iraniani sapevano che questo era quello che avrebbero avuto, votandolo. Adesso, proprio come noi, Moussavi si trova imprigionato da eventi che erano inimmaginabili; e le marce e le proteste del giorno dopo sono ancor più impensabili di quelle del giorno precedente.
Tratto da The New York Times
Traduzione di Enrico De Simone
