L’Iran democratico è contro il nucleare ma l’Occidente tratta con Ahmadinejad

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L’Iran democratico è contro il nucleare ma l’Occidente tratta con Ahmadinejad

18 Ottobre 2009

L’annuncio più importante proveniente dall’Iran nelle settimane scorse non è arrivato da Ahmadinejad. Il regime ha conquistato le prime pagine dei giornali annunciando di essere disponibile ad ispezioni del sito di arricchimento dell’uranio recentemente scoperto a Qom, e per il relativo, ambiguo accordo che permetterebbe l’arricchimento stesso d’accordo con la Russia e la Francia. Meno ambigue, ma sicuramente più importanti, sono le recenti dichiarazioni dell’opposizione iraniana contro il programma atomico di Teheran —che dovrebbero spingere i leader occidentali a non farsi imbrogliare dalle ultime concessioni di Ahmdinejad – e che potrebbero realmente offrire un’alternativa praticabile per uscire dallo stallo nucleare in corso.

La leadership iraniana sa che ogni decisione politica presa in Occidente, e persino in Russia ed in Cina, è influenzata dallo spettro del movimento democratico iraniano – una identificazione, quella da parte dei Paesi occidentali, che il regime è costretto a subire a causa delle profonde fratture interne e per la sua mancanza di legittimità nel paese. Il tentennare russo nel sostegno a Teheran ha allarmato la Guida Suprema Khamenei e il presidente Ahmadinejad su di una eventuale perdita dell’appoggio internazionale all’Iran. La loro politica estera è fondata sul presupposto che la Russia e la Cina li sostengano contro sanzioni più pesanti dell’Onu. Per garantire la continuazione di questo appoggio cruciale, il regime ha dovuto fare alcune concessioni sulla questione nucleare. Inoltre, Khamenei non vuole combattere su due fronti: contro il movimento democratico iraniano nel Paese e contro la comunità internazionale all’estero.

Mentre il regime si sta mostrando conciliante verso gli occidentali, all’interno dell’Iran ha provato a vendersi l’ultimo accordo con le potenze Occidentali come una grande vittoria per il regime. Il mondo, questo il messaggio, ha soggiaciuto all’impostazione dell’Iran. Il comandante delle Guardie della Rivoluzione, parlando ai 300 sostenitori Basiji che di venerdì si incontrano nell’ambasciata Americana a Teheran (ancora occupata), ha annunciato che il genere di trattative proposto dall’ex presidente Khatami è equivalente di un tradimento, e che un nuovo Iran più potente del passato sta dettando le proprie condizioni al mondo occidentale.

Il messaggio, spesso implicito e talvolta esplicito, è che la politica di confronto serrato perseguita da Khamenei e Ahmadinejad – che contrasta con quella negoziale suggerita dai riformisti – ha permesso ai falchi di negoziare da una posizione di forza. Per rafforzare questa impressione, Teheran si è impegnata nel provocatorio collaudo di un nuovo missile di media gittata. La proposta di Ahmadinejad di riservare la prossima riunione con il gruppo dei “5+1” ai capi di Stato, più che da una concreta iniziativa politica, deriva da una legittimante esigenza di foto opportunity.

Il movimento democratico iraniano in questi giorni ha concentrato i suoi sforzi per dire al mondo che in realtà il regime sta negoziando da una posizione di debolezza; che non ha intenzione di rispettare alcun accordo; e, per di più, che i democratici dell’Iran sono impegnati ad affrontare la questione del nucleare da una posizione diversa da quella di Ahmadinejad. Sono queste le dichiarazioni che meritano la maggior attenzione dell’Occidente. Negli ultimi anni, il regime e chi lo difende hanno coltivato il mito che in Iran, sul progetto nucleare, ci sia una sorta di "consenso nazionale" e che nulla separa il regime dai propri avversari democratici. Da queste errate premesse, molti politici concludono che gli Stati Uniti debbano trovare un accordo con il regime in carica e non aspettare o preoccuparsi per un Iran più democratico.

Negli ultimi giorni, tre dichiarazioni hanno dimostrato la fallacia di queste premesse. Nel leggere le dichiarazioni dobbiamo considerare che i tutti i riformisti si muovono lungo una sottile linea di demarcazione tra la loro posizione e quella del regime, attenti a non offrire alcuna opportunità di accusarli di aver svenduto i diritti sovrani dell’Iran. Per primo l’annuncio di Mohsen Makhmalbaff, un portavoce del movimento verde. Calibrando con attenzione le parole per riuscire al contempo a concedere ai leader democratici iraniani una plausibile discolpa e a convincere il lettore che in effetti stia parlando a loro favore, Makhmalbaff ha dichiarato che i democratici iraniani non vogliono una bomba nucleare, che capiscono le ansie della comunità internazionale per il programma nucleare del regime e che in effetti condividono quelle stesse preoccupazioni.

I democratici iraniani sanno bene che un Khamenei dotato della forza nucleare è in primo luogo una minaccia contro la loro sicurezza. Più concretamente, se mai ci fosse un incidente nucleare come quello di Chernobyl a Bushehr, sede del reattore  dell’Iran, sarebbero gli iraniani a pagarne le conseguenze. Ciò non è un timore irragionevole visto che parte del reattore è stata comprata al mercato nero e che scienziati criminali hanno svolto un ruolo significativo nella costruzione del reattore — tutto questo in una zona dell’Iran particolarmente soggetta a terremoti. E ancora più importante, il regime dotato di armi nucleari si riterrà impermeabile alle pressioni esterne, senza intralci nell’usare i mezzi necessari per arrestare il progresso democratico nel Paese. La dichiarazione di Makhmalbaff esprime chiaramente il timore che il regime voglia la bomba per consolidare la propria presa sul potere.

In un paio di giorni, questa dichiarazione è stata seguita con più sfrontatezza da un’altra dichiarazione di altro vero capo d’opposizione, Mehdi Karubi, che ha ripetuto alla lettera alcune frasi di Makhmalbaff. Karubi ha cominciato la sua disamina col postulare che un regime che mente alla propria gente, mente al mondo — in altre parole, di non credere ad alcuna promessa fatta dal regime, poiché la romperà come ha rotto i molti accordi presi con la gente dell’Iran. Karubi ha dichiarato con fermezza che i democratici iraniani non vogliono la bomba nucleare. Forse nella dichiarazione più significativa delle scorse settimane, il capo dell’opposizione Mir-Hossein Moussavi, generalmente prudente, ha espresso questi stessi sentimenti indicando nell’avventurismo nucleare del regime ciò che sta portando l’Iran sulla soglia del disastro.

Sebbene i capi del movimento verde abbiano precedentemente messo in discussione la lungimiranza strategica ed i rischi morali di una bomba nucleare, queste recenti dichiarazioni sono il rifiuto più libero ed appassionato dell’inseguimento di un Iran atomico. I democratici sanno che il regime, assediato in patria dalle tensioni tra le proprie truppe e da una cittadinanza che continua a sfidarlo, sembra disposto a fare delle concessioni nucleari di breve termine all’Occidente, in cambio delle assicurazioni che l’Occidente stesso non faccia pressione sulla questione dei diritti umani – com’è avvenuto negli accordi con la Libia. Ma l’opposizione iraniana teme che, diversamente dal leader libico Muammar Gheddafi – Khamenei e Ahmedinejad non abbiano alcuna intenzione di mettere la parola fine al loro programma nucleare—ma che stiano soltanto cercando di prendere tempo, quello sufficiente a superare la crisi domestica in corso.

Gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali farebbero bene ad ascoltare gli avvertimenti dei democratici iraniani. Per quasi due decadi, l’Occidente è stato gabbato in un gioco che il regime islamico sa di vincere. L’Occidente sta attaccando l’Iran nei punti in cui le sue difese sono più forti, mentre ignora il suo punto debole. Il regime sta vincendo la battaglia nucleare con il mondo, ma sta perdendo – ed è vicino alla sconfitta – nella guerra per la democrazia, combattuta contro la popolazione iraniana. Invece di impegnarsi in una partita perdente, l’Occidente dovrebbe giocare una partita che può vincere. Quando le trattative inevitabilmente si romperanno, né un’azione militare né parziali sanzioni arresteranno la corsa del regime alle armi nucleari. Soltanto un Iran democratico può risolvere l’impasse.

Abbas Milani è Direttore dell’Hamid and Christina Moghadam Program of Iranian Studies a Stanford e condirettore dell’Iran Democracy Project. Il suo ultimo libro è Eminent Persian: The Men and Women who Made Modern Iran, edito dalla Syracuse University Press.

Tratto da The National Review

Traduzione di Giacomo Domenichelli