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L’Iran di Ahmadinejad tra repressione, pubbliche esecuzioni e lotte intestine

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Nell’ultimo mese il popolo iraniano è stato sottoposto alla più massiccia ondata persecutoria dal 1984, quando migliaia di oppositori del regime teocratico vennero giustiziati per ordine diretto dell’Ayatollah Khomeini.  Il primo agosto sette persone sono state giustiziate nella città di Mashad, accusate di “teppismo anti-islamico”. Le esecuzioni sono pubbliche, in diretta televisiva, precedute da scene isteriche - poche decine di donne coperte dal velo (chador) ululano ad un tono sempre più alto, mentre gli astanti di sesso maschile gridano il solito “Allah Akbar”. La maggioranza della folla assiste ammutolita. Scene simili a quella di Mashad sono state registrate in molte altre città iraniane. Nelle ultime 6 settimane il numero di giustiziati è salito a 118. Saeed Mortazavi, il procuratore a capo dell’ufficio islamico che presiede le esecuzioni, ha asserito che altre 150 persone saranno pubblicamente giustiziate nelle prossime settimane. Non in tutte le regioni iraniane, comunque, le esecuzioni sono pubbliche. In Balucistan, per esempio, dove vive una minoranza sunnita che negli ultimi anni ha dato origine ad un movimento anti-mullah che sta dando parecchio filo da torcere alla repubblica islamica, le esecuzioni sono avvenute di nascosto, e le famiglie dei condannati sono state avvertite il giorno dopo l’esecuzione del loro caro. 

Tale ondata di esecuzioni è stata ordinata dal presidente Ahmadinejad con il preciso intento di terrorizzare una popolazione sempre più disincantata dal regime teocratico. I capi di imputazione la dicono lunga sull’intento reale delle accuse; dal generico reato di “teppismo” ad un altrettanto generico reato di “comportamento anti-islamico”. La vaghezza di tali accuse sottolinea il carattere casuale, e quindi intimidatorio, della campagna in atto. Ciò che è anti-islamico per un miliziano Basiji od una guardia rivoluzionaria in un quartiere potrebbe essere tollerato nel quartiere contiguo. La repressione staliniana ha insegnato che il terrore seminato nella popolazione cresce al crescere del carattere casuale della repressione. Un conto è perseguire metodicamente una categoria definita di cittadini, gli oppositori politici. Gli iraniani che scelgono di opporsi pubblicamente in un certo senso sanno a cosa vanno incontro, e se ne assumono il rischio. Ma quando la persecuzione colpisce indiscriminatamente la maggioranza silenziosa, il discorso cambia, e la soglia del terrorismo di stato di stampo staliniano è varcata.

Mentre le centinaia di esecuzioni già avvenute od in procinto di essere eseguite sono l’estremo più radicale ed allo stesso modo più ripugnante di quanto sta succedendo in Iran in questo periodo, esse non sono che la punta dell’iceberg di un disegno di terrore perpetrato dall’establishment teocratico nei confronti della gente comune. Secondo cifre divulgate dallo stesso Ismail Muqaddam, comandante della Polizia Islamica, 430 mila persone sono state arrestate per crimini legato al possesso e all’uso di stupefacenti a partire dal mese di aprile. Oltre a questa cifra, poco più di 4 mila giovani, in età compresa tra i 15 e i 30 anni, è stata arrestata per teppismo nella sola Teheran. Sempre secondo il generale Muqaddam, il maggior numero di arresti, poco meno di un milione, è stato registrato a partire dal maggio 2006, quando il parlamento ha emesso il nuovo codice di abbigliamento islamico. La stragrande maggioranza degli arrestati ha passato nei vari commissariati e carceri del regime poche ore, al massimo pochi giorni, come “avvertimento”. Tale detenzione, comunque, aumenta per i “recidivi”. Le cifre citate qui sopra sono ufficiali, comunicate da funzionari della repubblica islamica, e non il frutto di esagerazioni di parte dei dissidenti. Basti pensare che Ali Akbar Yassaqi, che presiede il corpo degli Agenti di Custodia, in una recente conferenza stampa tenutasi a Teheran, a lanciato un vibrante appello per una moratoria degli arresti, semplicemente perchè l’infrastruttura carceraria non ce la fa a sostenere il peso delle sempre maggiori ondate di arresti. Yassaqi ha affermato che il sistema carcerario iraniano è in grado di sostenere 50 mila prigionieri, ma dal 2006 i detenuti superano costantemente la soglia dei 150 mila. Nel corso della stessa conferenza stampa, Yassaqi ha rivelato che in media 600 mila iraniani all’anno passano periodi – che sia qualche ora o qualche giorno - nelle 130 prigioni “ufficiali” del regime. Già, perché oltre alle prigioni ufficiali, ci sono anche numerose prigioni controllate dalle guardie rivoluzionarie, o dalle milizie personali dei mullah più potenti. Dopo l’ordine di operare il “giro di vite” contro la popolazione, dato da Ahmadinejad, sono cominciati i lavori di riconversione di 41 edifici governativi  in prigioni, e contratti edilizi sono stati firmati per la costruzione di altre 33 case circondariali. Ma la sorte peggiore, per i cittadini iraniani, è di essere catturati e detenuti nelle prigioni non ufficiali, dove non esistono statistiche pubblicate e dove esseri umani possono sparire per mesi, essere torturati e sottoposti ad inenarrabili sevizie senza che le famiglie siano avvertite. Tale sorte toccò all’intellettuale, giornalista e critico cinematografico Siamak Pourzand, sequestrato sotto casa nel novembre 2001 da milizie non bene identificate, e detenuto e torturato all’età di 72 anni per più di 400 giorni in una di quelle prigioni clandestine. Il suo è uno dei tanti casi di sequestro da parte delle milizie che si stanno facendo sempre più frequenti negli ultimi anni.

Se il clima di terrore colpisce indiscriminatamente la gente comune, esiste tuttavia una categoria specifica di iraniani nel mirino delle guardie rivoluzionarie e delle varie milizie: i sindacalisti, sia i leader, sia i semplici iscritti al sindacato. Negli ultimi quattro mesi si sono verificati 12 scioperi di una certa rilevanza, e poco meno di 50 manifestazioni sono avvenute nello stesso periodo. Il momento di maggiore shock per l’establishment teocratico è stato il primo maggio, quando decine di migliaia di lavoratori hanno marciato per le strade di Teheran e di 18 capoluoghi regionali. Secondo Rajab-Ali Shahsavari, leader del sindacato degli edili, circa 26 mila aderenti al sindacato sono stati licenziati a partire dal mese di aprile. Lo stesso leader sindacale stima che ogni giorno mille lavoratori perdono il posto di lavoro per rappresaglia, con l’intensificarsi della repressione governativa. Ancora peggio per i lavoratori iraniani è il numero di morti bianche, che ha recentemente raggiunto il suo massimo: secondo statistiche governative, fornite dal vice-ministro del Lavoro, Ibrahim Nazari-Jalali, 1.047 lavoratori sono morti sul luogo di lavoro dal mese di aprile. Gli oppositori del regime fanno notare come nessuna delle morti sul lavoro sia stata propriamente indagata, e che in almeno 13 casi i lavoratori morti sarebbero stati volontariamente uccisi dai sicari delle varie milizie. Sempre più spesso si assiste a manifestazioni spontanee di lavoratori che non ricevono lo stipendio da mesi. Le manifestazioni di solito si svolgono di fronte al parlamento (Majiles) a Teheran, ma vengono presto disperse ed i partecipanti sono arrestati e brutalmente picchiati, sia sul posto che nelle improvvisate prigioni gestite dalle varie milizie. Il leader sindacale più popolare, Mansour Osanloo, fondatore di uno dei primi sindacati indipendenti in Iran, l’Unione dei Conducenti di Autobus, è stato più volte arrestato e torturato. Osanloo era stato rilasciato in tempo per partecipare a Londra alla riunione annuale della International Transport Workers Federation, il sindacato transnazionale che organizza autisti e conducenti. Le autorità islamiche speravano che Osanloo cogliesse l’occasione per rimanere in esilio ed evitare ulteriori arresti e torture. Lui invece non solo non ha scelto l’esilio, ma è riuscito a galvanizzare platee di colleghi sindacalisti a Londra e Bruxelles, avanzando appassionati appelli e riscuotendo il consenso dei suoi colleghi, solidali con i lavoratori iraniani, costretti a condizioni di lavoro indegne. Pochi giorni dopo il suo ritorno in Iran, l’11 luglio 2007, Osanloo era appena sceso dal suo autobus quando un gruppo di teppisti di una qualche milizia, al grido di “Tu sei un nemico dell’Islam” lo ha attaccato, picchiato selvaggiamente e trascinato in una Peugeot grigia, dove è stato pestato senza ritegno mentre l’auto prendeva il largo. Ad oltre un mese dalla sua cattura nessuno tra famiglia ed amici sa dove Osanloo sia detenuto, nè se e quando verrà rilasciato.

Secondo alcuni commentatori in seno alla diaspora iraniana, il giro di vite imposto da Ahmadinejad verso sindacalisti, oppositori e gente comune sarebbe un tentativo maldestro di celare, dietro una maschera di arroganza, un momento di grande debolezza personale e della sua fazione, debolezza acuita dalla scomparsa dell’Ayatollah Meshkini, presidente dell’Assemblea degli Esperti, la più alta autorità costituzionale della repubblica islamica. Tale istituzione, infatti, elegge, supervisiona e, se necessario, rimuove dal suo incarico la guida spirituale, il leader supremo dell’ordinamento teocratico, posizione attualmente occupata dall’Ayatollah Ali Khamnei. L’Ayatollah Meshkini era anche la figura clericale incaricata di recitare le preghiere del venerdì nella città santa di Qom, incarico altamente prestigioso e simbolo della sua statura all’interno della gerarchia sciita. Meshkini era stato uno dei due grandi protettori, in seno alla gerarchia ecclesiale, del presidente Ahmadinejad, insieme con l’Ayatollah Mesbah Yazdi. Era stato infatti Meshkini a fornire una forte legittimazione religiosa ad Ahmadinejad, alla vigilia della sua assunzione della carica di presidente, affermando che “lo stesso dodicesmo Imam (l’Imam occulto della tradizione misticista scita) aveva votato per Ahmadinejad, e che quest’ultimo, a sua volta, aveva consultato il dodicesimo Imam per consigliarsi su chi scegliere come ministro della sua amministrazione”.

L’ascesa di Meshkini al vertice della nomenclatura islamica è emblematica delle caratteristiche personali e caratteriali richieste per fare carriera nella gerarchia scita: una naturale predisposizione per il complotto, il tradimento ed una devozione assoluta per il potere islamico, tale da passare sopra i vincoli famigliari. Meshkini fu preso sotto l’ala protettiva dell’Ayatollah Shariatmadori, che non solo lo chiamò al seminario di Qom, ma lo mantenne agli studi elargendogli una lauta mancia mensile. La carriera iniziale di Meshkini si compie all’ombra del suo grande maestro Shariatmadori, la cui influenza gioca un ruolo determinante nell’ordinatura di Meshkini ad Ayatollah. Eppure, subito dopo la rivoluzione, chiamato a fare parte dell’ Assemblea degli Esperti, Meshkini nominò ministro dell’Intelligence il genero Muhammad Muhammadi Reyshahri, attaccando duramente Shiariatmadori e chiedendone la rimozione da Ayatollah e dal suo status clericale. Il grande Ayatollah Montazeri, allora presidente dell’Assemblea degli Esperti, fu estromesso nello stesso periodo, alla fine dell’era di Khomeini, per la sua opposizione all’ondata di esecuzioni sommarie che avvenne alla fine della guerra con l’Iraq. Il complotto contro Montazeri fu ordito da Meshkini, Reyshahri, Rafsanjani e dal figlio di Khomeini, Ahmed. A parte il tradimento di Shariatmadori e la partecipazione al complotto contro Montazeri, che ancora oggi vive agli arresti domiciliari, il momento determinante dell’ascesa di Meshkini avviene quando decide di consegnare uno dei propri figli, appartenente ad una fazione opposta, al procuratore della repubblica islamica contestandogli accuse gravissime, per le quali il figlio di Meshkini è condannato a morte dopo un processo farsa. La condanna a morte viene tramutata all’ultimo momento in ergastolo per l’intervento diretto di Khomeini, e non di Meshkini, che avrebbe accettato di mandare un figlio a morte sicura per il proprio tornaconto politico.

I giochi ora si aprono per l’elezione del prossimo presidente dell’Assemblea degli Esperti che dovrà rimpiazzare Meshkini. Questa è una fase delicatissima per l’Iran: è probabile che il prossimo presidente dell’Assemblea degli Esperti presto sarà chiamato a sostituire il leader supremo, Khamenei, che da tempo lotta contro un cancro (alcuni sostengono che sia un cancro al fegato, e che Khamenei sia spacciato). La fazione di Ahmadinejad preme per l’elezione al prestigioso incarico dell’Ayatollah Mezbah Yazdi, il più mistico al vertice ecclesiale, il sostenitore più accanito del dogma del dodicesimo Imam (o Imam occulto, il Mahdi, che riapparirà sulla terra il giorno del giudizio universale). Mezbah Yazdi è considerato il consigliere spirituale ed il maestro religioso di Ahmadinejad. Rafsanjani è attualmente il vice-presidente dell’Assemblea degli Esperti ed è colui che presiederà i funerali e le funzioni di commemorazione per il compianto Ayatollah Meshkini. È fatto noto che Rafsanjani aspiri alla carica di presidente, il che gli permetterebbe di rientrare nel gioco politico dopo la débâcle subita in occasione delle elezioni presidenziali perse contro Ahmadinejad. Corre voce, comunque, che l’ineffabile Alì Khamenei abbia saldamente il controllo della situazione, e dei numeri sufficienti in seno all’Assemblea degli Esperti per imporre il suo candidato, Mahmoud Hashemi Shahrudi, che al momento occupa il vertice del potere giudiziario della repubblica islamica. La battaglia per l’elezione si preannuncia cruenta, e dall’esito di questa nuova epopea politica dipenderà il futuro delle relazioni internazionali dell’Iran. Al momento appare probabile un ulteriore ridimensionamento della fazione di Ahmadinejad, accusata dall’establishment filo-Khamenei di essere troppo brutale, combattiva e diretta nei rapporti con l’Occidente ed in quanto tale responsabile dell’attuale isolamento internazionale sancito recentemente dalle sanzioni. La fazione di Khamenei è intenzionata a perseguire l’obiettivo dell’energia nucleare per la costruzione della bomba atomica esattamente quanto la fazione di Ahmadinejad, ma la differenza sta nei modi. Khamenei vuole un approccio più graduale, che garantisca gli stessi risultati senza causare i danni provocati dall’isolamento, dalle sanzioni, e dalle misure di contenimento della finanza iraniana sui mercati internazionali, recentemente varate su pressione degli Stati Uniti e d’Israele.

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