L’Iran dovrà chiarire molti dubbi se vuole partecipare al G8 di Trieste

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L’Iran dovrà chiarire molti dubbi se vuole partecipare al G8 di Trieste

26 Maggio 2009

Tra il 25 e il 27 giugno, il ministro degli esteri iraniano Mottaki dovrebbe sedere al meeting del G8 che si svolgerà in Italia a Trieste. La Farnesina è convinta che la presenza dell’Iran sia decisiva per far andare in porto la discussione sugli sforzi multilaterali che la comunità internazionale deve compiere per la stabilizzazione dell’Afghanistan. A proposito di una eventuale nuova data per il suo viaggio a Teheran (annullata lo scorso 21 maggio), Frattini fa sapere che l’Italia “aspetta le elezioni presidenziali e poi vedremo”. Nel frattempo filtra il nome dell’inviato speciale che la Farnesina avrebbe scelto per anticipare la sua visita a Teheran ed esporre la posizione del nostro Paese. Attilio Massimo Iannucci, ambasciatore in Albania dal 2003 e ministro plenipotenziario che oltre a occuparsi di Asia in passato ha lavorato anche sulla questione libanese.

Durante un comizio in vista delle elezioni, Ahmadinejad ha detto che le relazioni fra Italia e Iran “sono buone”, lasciando intendere che la visita del 21 è saltata per la pressione degli Usa (“ma non ce ne preoccupiamo molto”). Il portavoce del ministero degli esteri iraniano ha aggiunto che “l’Italia ha una grande civiltà e non dovrebbe lasciarsi influenzare da altri”. Frattini ha risposto che il nostro paese non si lascia condizionare da nessuno ma rispetta gli obblighi internazionali ed europei. Intervistato dalla CNN, Berlusconi si è proposto come mediatore fra Washington e Teheran: “In altre situazioni siamo stati utili – ha detto il premier – e anche in questo caso, se ci verrà chiesto, siamo disponibili a lavorare per il bene comune”.     

Ma torniamo all’Iran. La settimana scorsa Mottaki ha ripetuto che il suo Paese dà il benvenuto ai cambiamenti che sono in atto nella politica americana. A gennaio, durante il Forum di Davos, aveva promesso che “se l’amministrazione Obama cambierà politica, non solo a parole ma nella pratica, troverà certamente un maggiore atteggiamento di cooperazione”. Detto questo, ieri l’Iran ha fatto un altro strappo. D’ora in poi Teheran discuterà del suo programma nucleare solo con l’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. "I nostri contatti con le potenze mondiali – ha spiegato Ahmadinejad – saranno limitati solo alla governabilità internazionale e alla pace mondiale”. Muro contro muro sul nucleare, dunque, e uno spiraglio sul possibile impegno iraniano in Afghanistan. 

Sulla stessa lunghezza d’onda anche la Guida Suprema della rivoluzione iraniana, Alì Khamenei. Nei giorni scorsi aveva invitato gli elettori a non votare candidati che usano slogan pro-occidentali: “Sarebbe una catastrofe cedere alla potenza dell’Occidente”. Ieri ha aggiunto che “Gli Usa sono il principale fattore all’origine dei problemi e degli incidenti di questa regione e per questo sono odiati da tutti i popoli della regione”. Nello stesso tempo, però, ha riconosciuto un’oggettiva “necessità” di cooperazione fra Iran, Pakistan e Afghanistan per la lotta al terrorismo.

Chi è Mottaki e quali interessi verrà a rappresentare a Trieste? E’ stato nominato dal presidente Ahmadinejad e fa parte dell’establishment conservatore al potere da qualche anno in Iran. Considerando che non è semplice cogliere le diverse sfumature presenti all’interno del regime, e che più o meno tutte le forze e le personalità di spicco della nomenklatura appartengono al perimetro culturale nato dalla rivoluzione khomeinista, va detto che alle elezioni parlamentari del 2008 si è aperta una divisione tra i ranghi dei conservatori: la vecchia guardia da una parte e il fronte populista che sostiene Ahmadinejad dall’altra. Il problema è capire se sono solo differenze di stile o di sostanza. 

Mottaki viene considerato un conservatore pragmatico e alle elezioni del 2005 fu responsabile della campagna di Ali Larijani, che attualmente è lo speaker del parlamento iraniano ed ha portato avanti i negoziati sul nucleare per conto di Khamenei. Larijani non ha chiarito da che parte sta alle presidenziali di giugno, con o contro Ahmadinejad, ma è comunque un fautore della distensione con gli altri Paesi del mondo islamico e ha definito “assurde” le tesi sull’espansionismo iraniano. Durante il vertice dei ministri degli esteri della Conferenza Islamica, che si è chiuso ieri a Damasco, Mottaki ha invitato gli altri paesi arabi e musulmani a non cadere nella trappola della “iranofobia”, la propaganda occidentale che considera Teheran "una minaccia". 

Mottaki ha ricoperto una lunga serie di ruoli di prestigio nella politica estera dell’Iran molto prima che Ahmadinejad arrivasse al potere. Ha studiato nelle grandi università indiane ed è cresciuto al confine con l’Unione Sovietica; ha partecipato alla rivoluzione, si è occupato dell’applicazione dei precetti religiosi nel sistema educativo, ha viaggiato nei paesi del Terzo Mondo diventando un alfiere dei Non-Allineati. Ha vissuto sia la fase più cruenta della rivoluzione, quando i conservatori eliminarono il centro e la sinistra dallo spettro politico iraniano, sia quella di Khatami, un “riformismo” che vuole conciliare il decollo tecnologico e la modernizzazione del Paese con una società apparentemente meno chiusa, anche se dominata dalla casta dei religiosi impauriti dalla globalizzazione (“occintossicazione”).

Il fatto che Mottaki sia il ministro degli esteri di Ahmadinejad pone una serie di interrogativi e perplessità sulla sua presenza al vertice del G8 di Trieste. Nei suoi discorsi e interventi pubblici, infatti, Mottaki non utilizza la retorica aggressiva di Ahmadinejad ma preferisce puntare sul “soft power”, con l’obiettivo di fare lobbying e stabilire delle relazioni fruttuose con le altre potenze (dall’Europa alla Cina agli Usa). Eppure la politica estera dell’Iran viene pesantemente criticata dagli altri candidati alle presidenziali. Secondo Mohsen Rezaie, un ex capo dei Pasdaran, il governo in carica avrebbe spinto il Paese “sull’orlo del precipizio”.

Nel dicembre del 2006 il presidente Ahmadinejad pronunciò il tristo discorso sullo stato sionista che andava estirpato come un cancro dalla faccia della terra. L’antisemitismo diventava l’arma propagandistica usata dal regime iraniano per sostenere l’escalation nucleare. In quella occasione, davanti a una platea di neonazisti, capi del Ku Klux Klan e seguaci dei movimenti antisionisti, Mottaki disse che “se la versione ufficiale sull’Olocausto viene messa in discussione la stessa natura e identità dell’entità sionista vengono messe in discussione”. Dieci mesi dopo, però, nell’ottobre dello stesso anno, il ministro cambia idea e rettifica: “Nessuno può cancellare una nazione dalle mappe geografiche. C’è stato un malinteso in Europa sulle parole del presidente Ahmadinejad”.

Ahmadinejad non fa mistero del suo fondamentalismo guerrafondaio, e questo, in un certo senso, è un bene. Mottaki invece oscilla fra un’accorta dissimulazione e un’improbabile opposizione interna al suo presidente. In mezzo, la questione della stabilizzazione dell’Afghanistan. Scarti improvvisi e posizioni poco chiare che lasciano molti dubbi sulla reale efficacia dei negoziati con l’Iran.