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Mousavi: "Traditi i principi della Repubblica"

L’Iran festeggia la Rivoluzione Khomeinista con nuove impiccagioni

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Non si placa la repressione del regime iraniano contro il movimento dell’Onda Verde. Sulla scia delle impiccagioni contro gli oppositori del governo avvenute lo scorso 28 gennaio, altre nove persone verranno infatti giustiziate questa settimana perché ritenute colpevoli  ‘di essere nemici di Dio e membri di bande armate’. Ad annunciarlo è stato Ebrahim Raisi, un alto funzionario della magistratura iraniana, precisando che i condannati hanno legami con ‘correnti anti-rivoluzionarie e hanno presoparte alla rivolta per rovesciare il sistema'.

In una cupa atmosfera di intrighi, repressione ed esecuzioni capitali, nell’Iran di Ahmadinejad partono le celebrazioni del 31° anniversario della Rivoluzione Islamica iniziata da Komeini. Secondo il calendario iraniano, a partire dal 2 di febbraio si festeggia infatti la ricorrenza del Dah-E-Fair, l’alba dei 10 giorni : quelli che precedono la storica ricorrenza del ritorno dell’Ayatollah Komeini a Teheran e l’inizio, per il nuovo regime integralista  da lui avviato, del nuovo corso storico del Paese.

Oggi, nell’epoca del Presidente Ahmadinejad,  la  voce dell’Iran islamico teocratico  risuona  più cupa e minacciosa che mai. E’ riecheggiata qualche giorno fa per bocca della nuova Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamanei, che ha oltraggiosamente presagito la prossima distruzione di Israele proprio nel Giorno della Memoria per le vittime della Shoà. Ma è anche l’oggetto delle ammonizioni del leader dell'opposizione Mir Hossein Mussavi che, in occasione dell’anniversario della rivoluzione, ha rilasciato un'intervista pubblicata nel suo sito ‘Kaleme’ in cui afferma che “la Rivoluzione iraniana ha fallito e ora il regime iraniano mostra le radici della tirannia e della dittatura che segnò l’epoca dello scià". Tra le altre cose, l’ex primo ministro iraniano denuncia che la censura dei media, gli arresti e le uccisioni dei manifestanti dimostrano che il Paese corre il pericolo di essere riportato "ad un dispotismo peggiore di quello di prima della rivoluzione", perché "il dispotismo esercitato in nome della religione è il peggiore possibile".

Alla virulenza degli strali antisemiti lanciati verso l’esterno con rinnovata e tracotante sicumera, nubi tempestose si addensano anche sul capo degli oppositori interni. La prossima applicazione capillare di un ordinamento legislativo già in vigore qualifica chi protesta come Mohareb, nemico di Dio, dunque processabile e passibile di pena capitale. I primi a farne le spese sono stati due giovani poco più che ventenni, Arash Rahmanipour e Mohammad Ali Zamani,  impiccati giorni fa per il delitto di essere attivisti  monarchici. Ciò che i governanti  temono è che si ripeta il dilagare delle proteste della Onda Verde  in concomitanza con la data simbolica dell’11 febbraio, in cui il trentennale della Rivoluzione Islamica sarà solennemente onorato non solo  in tutto l’Iran, ma anche all’estero nelle Ambasciate come Festa nazionale con relativi ricevimenti, invitati,  ospiti e discorsi ufficiali.

In un simile contesto, che a non pochi osservatori internazionali ricorda i picchi più estremi del delirio totalitario nazista, è  comprensibile che il Regime  affidi  agli strumenti tradizionali della propaganda e della manipolazione dell’opinione pubblica un compito come non mai essenziale. Ed il ricorso alla teoria del complotto internazionale è un sistema sempre valido per gestire conflittualità interne ed intimidire la collettività alla vigilia di date particolari,  come sembrano confermare queste ultimissime esecuzioni. A ben vedere, un esempio manipolatorio di scuola lo avevamo in effetti  già visto in applicazione qualche settimana addietro, quando si tentò di addebitare ai soliti americani (e ai loro alleati israeliani, naturalmente) il ruolo di mandanti dell’assassinio del professore di Fisica teorica e delle particelle dell’Università di Teheran, Masoud Ali Mohammadi, fatto saltare in aria con una bomba esplosa davanti a casa sua mediante un dispositivo attivato a distanza.

Secondo la tesi  ufficiale prontamente diffusa da Ali Larijani, lo speaker parlamentare iraniano, si era trattato  di un atto esemplare intimidazione ordinato  da Washington verso gli scienziati iraniani tout-court impegnati in ricerche nucleari, con l’obiettivo di danneggiare l’intera risorsa scientifica del Paese. Accusa ritenuta “assurda” dal portavoce del Dipartimento di Stato statunitense Mark Toner, dato che la stessa Organizzazione per l’Energia Atomica iraniana aveva precisato che Ali Mohammadi non era impegnato in attività collegate al programma nucleare. Ma, si sa, nella disinformacja contano più i polveroni sollevati che l’attendibilità delle voci fatte circolare.

Il che non significa che tutti siano pronti a lasciarsi abbindolare dai comunicati antiamericani ed antisemiti  della FARS News, l’agenzia collegata al corpo delle Guardie della Rivoluzione. Basta guardare alla miriade di blog in rete che insieme al circuito puntiforme di Twitter e visitatori di Facebook e Youtube hanno invece dato corpo al dissenso ed alla protesta rispetto al Regime ed ai suoi tentativi di manipolazione: in questo caso il regime ha diffuso la tesi che questi canali telematici di circuitazione dell’opposizione siano tutti strumenti  usati dagli Usa per fomentare i  disordini e la rivolta in Iran, tanto meglio se viene da fuori.

Di diverso tenore, più criptiche e sfumate, le rispettive dichiarazioni di due autorevoli ex Presidenti dell’Iran: Hashemi Rafsanjani (dal 1989 al 1997) e Mohammad Katami  (dal 1997 al 2005). Per entrambi, Ali Mohamadi resta una vittima del terrorismo  più vile ed oscuro. Nessuno dei due però si è spinto a muovere accuse precise: ed è un silenzio che può essere interpretato in vari modi. Ad aumentare il clima di sospetto e di confusione interna per l’intero Paese, di suo Rafsanjani affidava all’agenzia stampa semiufficiale ILNA  la constatazione che in Iran era ormai da considerare inaugurata una nuova era di intrighi. Di chi contro chi e per che cosa, però, non è dato saperlo, né da Katami, che durante il suo mandato cercò di avviare delle riforme in senso liberale; né da Rafsanjani, che pur non avendo mai apertamente sostenuto l’opposizione, si è più volte scontrato con la linea dell’attuale Presidente Mahmoud Ahmadinejad , che gli son valse la destituzione dal prestigioso ruolo di leader delle preghiere del venerdì all’Università di Teheran.

Una stagione di misteri e di trame sotterranee  difficili da decifrare, dunque. Ma proprio per questo aperta a diverse ipotesi di interpretazione. Si sa per certo che il professor Mohammadi a giugno scorso aveva firmato insieme ad altri 420 colleghi dell’Università di Teheran  una mozione di sostegno del candidate riformista Mir Hossein  Mousavi. E si sa anche che appena qualche settimana prima della sua morte, che ha pervaso di terrore il clima dell’intero campus,  altri 88 docenti avevano chiesto con una lettera alla Guida Suprema Khamanei  che il Governo mettesse fine all’uso della violenza contro i dimostranti.  Se poi fosse confermato quello che scrivono nel blog “Dalan Sabz” alcuni ex  studenti del fisico assassinato, che cioè li aveva ripetutamente incoraggiati a partecipare alle manifestazioni di protesta post-elettorali, allora sarebbe più chiaro chi poteva nutrire verso di lui dei risentimenti  sia politici che ideologici. 

In assenza di prove concrete ed inoppugnabili comprovanti la tesi del complotto esterno, rimane il fatto che sia in Iran che tra la folta comunità degli iraniani espatriati sono sempre di più le voci (specie di giovani) di chi, nonostante le impiccagioni di Stato, le esecuzioni in perfetto stile mafioso  e le repressioni indiscriminate,  chiede più democrazia nella società civile, trasparenza elettorale, indipendenza nelle università,  autonomia dal clero, libertà di stampa e di espressione.  Difficilmente le voci di questo  movimento spontaneo e popolare potranno essere eliminate del tutto a colpi di processi celebrati da giurie indottrinate, esecuzioni sommarie, attentati, rapimenti ed intimidazioni di ogni sorta. Come quella, riferita dall’Associated Press, delle perquisizioni e degli interrogatori  inflitti in modo ricattatorio nella città di Qom dai servizi iraniani ai familiari di Mehdi Khalaji , un noto ed apprezzato specialista di questioni di politiche mediorientali – reo di svolgere con indipendenza di pensiero la sua professione accademica a Washington, presso l’Istituto per gli Studi sul Medio Oriente, con l’aggravante di avere come padre un religioso, Mohammad Taqui, che in recenti  sermoni aveva criticato il Governo ed espresso sostegno agli oppositori.

E’ abbastanza facile presagire che di casi simili, purtroppo, sentiremo ancora  parlare, magari proprio in questi “10 Giorni della Aurora”, alla vigilia della ricorrenza-simbolo dell’11 febbraio. Unica (assai magra) consolazione – come spiegava in un’intervista uno dei portavoce del movimento verde @Balasmati – è che l’Onda Verde non è strutturata in veri e propri organigrammi e in gerarchie tradizionali. E’ piuttosto un movimento diffuso a macchia di leopardo, con dei portavoce sparsi più che dei veri e propri capi. E quindi proprio per questo più difficili da individuare, perseguire  e reprimere con sistematicità. Ed è pure significativo che ancora in questi giorni, mentre gli specialisti di questioni iraniane discettano sulle prossime mosse della Guida Suprema Khamanei (tipo: sacrificherà o no Ahmadinejad ad una linea apparentemente meno intransigente di governo con i circuiti riformisti?), su Internet si leggono invece  gli appelli di cittadini comuni che più concretamente si battono affinché sia dichiarato incostituzionale proprio il Velayate Faghih, cioè gli articoli che attribuiscono  pieni poteri o al supremo leader teocratico.

Tutto ciò mentre il Senato USA approva una legge che permetterà di imporre all’Iran sanzioni sulle forniture di carburante. Sanzioni che lealmente l’Italia rispetterà, ha detto il Ministro degli Esteri Frattini: la politica della mano tesa al Paese degli Ayatollah sta per scadere.
 

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3 COMMENTS

  1. riflettere
    La vicenda dell’Iran è una nuova prova che una Monarchia è sempre meglio d’una repubblica.
    L’Iran stava male ai tempi dello Scià ? Ora ha la repubblica e sta peggio !!!!

  2. alto muro divisore
    l’opposizione deve fare il muro divisorio.Chi vuole essere dalla parte del dittatore sta dal altra parte,ma il popolo libero si deve spostare e fare il muro.

  3. India ama essere impiccata
    ma l’India ama l’impiccagione in Iran.Purtroppo e’ la realta’ e fa la completa indifferente alle impiccagioni dei Professori e Industriali chi lavora in Iran ma del india.

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