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L’Iran prosegue la sua corsa al nucleare

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Il Middle East Media Research Institute (Memri) ha pubblicato ieri un rapporto sui recenti sviluppi del programma nucleare iraniano, riportando dichiarazioni di esponenti politici e stralci di articoli giornalistici.

L’attenzione è ovviamente riservata al recente annuncio del presidente Ahmadinejad di aver iniziato l’arricchimento dell’uranio su scala industriale. Il 9 aprile, in occasione del giorno nazionale dell’energia nucleare, festeggiamenti e manifestazioni hanno interessato tutto l’Iran. La data era stata dichiarata festa nazionale dal presidente già l’anno scorso, quando aveva messo al corrente dell’inizio del processo di arricchimento con l’uso di 164 centrifughe. E, quest’anno, come a voler sottolineare un appuntamento irrinunciabile, Ahmadinejad ha voluto di nuovo sfidare l’Occidente annunciando la capacità iraniana di arricchire uranio su scala industriale.

In visita all’impianto di Natanz, dove si svolgeva il raduno principale della giornata, il presidente ha dichiarato, “con orgoglio”, che “il nostro caro paese è entrato nel club dei paesi capaci di arricchire combustibile nucleare su scala industriale”. Subito dopo, il principale negoziatore per il nucleare, Ali Lariani, ha precisato: “Stiamo avanzando velocemente verso le 54.000  centrifughe”. L’Iran ha “iniziato ad iniettare gas di uranio in 3.000 centrifughe ai fini dell’arricchimento”.

Le notizie di cui, finora, disponeva l’Agenzia atomica dell’Onu parlavano di 328 centrifughe funzionanti; l’essere giunti a 3.000 centrifughe significa aver compiuto numerosi passi in avanti nel processo di arricchimento dell’uranio. Le 3.000 centrifughe, anche se non sono le circa 50000 utili a produrre una testata nucleare, sono sicuramente fondamentali ad ottenere la tecnologia che permetterà di conseguire l’obiettivo finale. Gholam Reza Aghazadeh, direttore dell’Iranian Atomic Energy Organization, ha dichiarato: “Il programma dell'Iran non è di installare e far funzionare soltanto 3.000 centrifughe, ma 50000. Abbiamo progettato ed investito per [l'installazione di] 50.000 centrifughe… Poiché entriamo nella fase industriale, l'installazione delle centrifughe sarà effettuata su una base continua, fino all’obiettivo”.

Ma quel che ancora di più preoccupa, è la valenza politica dell’annuncio. Ahmadinejad, a pochi giorni dalla risoluzione 1747 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha rinnovato e inasprito le sanzioni, ha voluto rilanciare il guanto di sfida. Avere 3.000 centrifughe non significa saperle far funzionare praticamente. Ma il presidente iraniano ha tentato, in questo modo, di realizzare due obiettivi fondamentali. Da una parte, ha riconfermato al mondo la sua determinazione a mantenere il piede ben saldo sull’acceleratore nucleare, nonostante la pressione internazionale e le sanzioni delle Nazioni Unite. Dall’altra, ha provato a ridurre e contenere le critiche e le tensioni interne, che hanno seguito l’adozione di tali sanzioni.

La reazione della comunità internazionale non ha tardato a farsi sentire. Ma mentre l’Agenzia atomica dell’Onu evitava di pronunciarsi, il Dipartimento di Stato americano ha deciso di rivolgersi direttamente a quei leader moderati iraniani “che si rendono conto dell’equilibrio fra costi e benefici dell’arricchimento dell’uranio e ritengono che non giovi al popolo iraniano continuare a perseguire l’attuale corso degli eventi”. A rispondere è stato ancora una volta il “ragionevole” Ali Lariani, il quale ha affermato di essere pronto, “con il ciclo del combustibile nucleare completo”, ad avviare negoziati con l’Occidente per porre fine alla controversia, minacciando un possibile “abbandono del Trattato contro la proliferazione nucleare se continueranno le pressioni internazionali ”.

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1 COMMENT

  1. Salve, sono un abitante di
    Salve, sono un abitante di questo mondo che attualmente vive in Germania per lavoro.
    É da diverso tempo che fra le file dei miei colleghi e colleghe annovero la presenza di una ragazza americana e di una ragazza iraniana, recentemente nelle file dello staff é stato inserito un ragazzo iraniano col quale intrattengo volentieri degli scambi di conoscenza. Premetto che non sono le uniche persone persiane con cui ho avuto a che fare nei miei 5 anni di permanenza in terra teutonica, ma ho motivi sufficienti per poter dire con cognizione che tali individui, di fede islamico sciita, rappresentano la parte piú laica del mondo, appunto, islamico. Ho potuto constatare che il 70/75% della popolazione iraniana ha meno di 25 anni e rappresenta, in effetti, il futuro del loro Paese.
    Nessuno di loro, se non la solita piccola e fisiolagica percentuale di estremisti, presente allo stesso modo ovunque nel mondo, in qualsiasi cultura, societá e/o fede religiosa e/o politica, ama le imposizioni culturali dettate da una gerarchia politica o, come nel caso iraniano, religiosa. Non ha negato la possibilitá di un eventuale cambio di regime in stile anche golpista, ma tale eventualitá é al momento inattuabile per loro stessa volontá. Mi spiego, meglio: i persiani, come amano essere definiti, hanno un forte senso della patria, sono orgogliosi del loro essere Persiani, niente di cosí strano, no? Il persiano in sé é fondalmentamente ed intimamente laico. Orgogliosi di essere Persiani e non musulmani o quant’altro.
    In Iran vivono comunitá di altre fedi, zoroastriani, seguaci di zarathustra, cristiani, ebrei e varie confessioni senza alcun problema. Anzi, alcuni ebrei iraniani (non israeliani) che sono andati a vivere in Israele, hanno e tuttora subiscono atti di disriminazione ed iniquitá fiscale, pur essendo ebrei.
    Le vicende internazionali che stanno vivendo dalla caduta dell’ultimo sciá, hanno parecchio peso, il popolo preferiva un sistema precedente a quello degli Ajatollah; paradossalmente la mancata attuazione di un cambio di regime che facesse cadere il clero, é dovuto solo ed esclusivamente alla politica israelo-americana, che come tanti sanno e tanti altri ignorano, é interessata, in particolare nelle regioni caspiche, alla disposizione su base monopolistica delle risorse petrolifere.
    Il problema non é la commercializzazione di un bene di consumo in sé, quanto le modalitá di commercializzazione (aziende appaltatrici, moneta di scambio, modalitá di sfruttamento, etc…) definite su base arbitraria. Se alla finfine si va a vedere il significato occulto di “esportazione di democrazia”, ci si renderá conto che i cosidetti esportatori altro non vogliono fare se non imporre un sistema socio-economico adattabile alle logiche del profitto di una sola parte contraente, che a ben vedere non é una democrazia ma una vera e propria oligarchia che si ramifica in tutti i settori vitali del sistema in cui ci troviamo, attraverso le banche, che sono private (comprese la Federal Reserve, la BCE, ed altre ancora), i mass-media, il WTO, la NATO, etc… Troviamo qualcosa di democratico in questo?
    Credetemi, gli iraniani, sanno pensare, usano la loro testa e sanno benissimo come funziona il mostro tentacolare di cui facciamo parte e stanno lavorando affinché non vengano inglobati in esso.
    La politica aggressiva che subiscono, li mette sulle difensive e trovandosi in una condizione in cui dover scegliere fra due mali, scelgono per il momento, il male minore, quello, cioé che garantisce un certo livello di protezione della loro patria. Solo quando avranno raggiunto una certa tranquillitá, in questo senso, si potrá parlare di alternativa al potere di controllo religioso che ha il difetto di limitare la libertá di dissenso politico, ponendola sotto controllo e di dare direttive sul modo di vita da seguire secondo una disciplina dettata da delle figure che per i giovani persiani (75%) sono equivalenti ai nostri matusa.
    Anche qui se osserviamo bene, ci renderemo conto che accade lo stesso nell’ “occidente”, solo che qui si usa dare dei nomi differenti, delle definizioni diversamente applicabili ad uno stesso concetto.
    Nel mondo esiste sempre qualcuno che riesce a cogliere delle sfumature laddove, per cosuetudine o per convenienza o per quel che ci pare, non si da o viene frenata la possibilitá di vedere oltre. Il novecento é stato caratterizzato dalla visibilitá di due sistemi economico-socio-politici contrapposti e unici, sono stati e, tuttora, vengono mostrati in modo statico, non ci vengono mostrate alternative perché “ufficialmente” (che parola di merda) non ce ne sono. Ma ogni sistema ha delle sfumature ed é sbagliato non darne rilevanza, non esiste un sistema perfetto perché nulla é perfetto. Libertá é anche “volere seguire un proprio sistema”, o almeno provarci, all’interno dei propri confini. Se poi ha successo gli altri possono, liberamente, prenderlo in considerazione ma senza che nessuno lo imponga. L’imposizione é facilmente assocciabile all’arroganza.
    Questo é il punto nodale dell’Iran, hanno un loro progetto che spazia nel campo energetico e quindi, inevitabilmente economico. Vogliono fortemente la indipendenza energetica dal petrolio, pur essendone pieni, e la stanno ottenendo con la perseveranza e la disciplina che serve nei momenti cruciali,
    raggiunto questo obbiettivo chiuderanno tutti i pozzi e le forniture di petrolio a quei paesi che utilizzano una politica invasiva (U.S.A. in primis). Hanno individuato nel petrolio, non una risorsa, quanto un problema che vogliono levarsi di torno. Fra le altre concause della crisi internazionale che li coinvolge c’é il non trascurabile fatto che hanno convertito il 50% delle loro riserve in Euro.
    Il Dubai nel suo piccolo sta facendo la stessa cosa, ma con alternative energetiche di altra concezione.
    Vi immaginate i contraccolpi nell’economia internazionale? Il sistema basato sul petrolio vacillerebbe, i prezzi di un pieno di benzina diventerebbero pressoché insostenibili e forse, come per magia, spunterebbero fuori le alternative chiuse nei cassetti.
    Se vi guardate intorno, qualcosa sta cambiando nelle politiche dell’amministrazione dei petrolieri di cui Bush é il testimonial: si inizia a parlare di bio-carburanti, un po’ meno di enrgie alternative. L’ordine di importanza allo spazio che viene a loro dato é proporzionale alle quote di azionariato e controllo in possesso del gruppo in quel dato momento.

    Caro amico, so di essere stato non proprio sintetico e ti chiederai il perché di questa lettera.
    Spero che tu sia una delle poche persone con un minimo di volontá e di desiderio di conoscere e vedere il mondo attraverso gli occhi e non semplicemente con essi.
    Concludendo, aggiungo una piccola parentesi al mio intervento a favore della conoscenza delle informazioni: esiste un solo paese islamico in cui é vietato erigere chiese o qualunque altro edificio diverso da una moschea, ed é l’Arabia Saudita, in tutti gli altri é possibile. Per cui, rifletto, sopratutto quando all’avvenire di un attacco ad altre comunitá religiose, provo ad associare una domanda: “vuoi vedere che qualcuno ha commissionato tali attacchi all’uopo?”.
    Paesi, frallaltro in cui vige un certo caos ed in cui i governi hanno interessanti connessioni con i soliti noti.
    Domanda: a chi giova il caos?

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