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L'influenza iraniana sulle prossime elezioni

L’Iraq è ancora in bilico tra Washington e Teheran

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Manca meno di un mese al 7 marzo, data fissata per le prossime elezioni politiche irachene, un appuntamento di cruciale importanza per il futuro del paese, ma la situazione rimane ancora pericolosamente in bilico. Nonostante le parole rassicuranti del Presidente Obama – il quale, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, ha dichiarato: “come candidato ho promesso che avrei messo fine a questa guerra, ed è ciò che sto facendo come Presidente” –, la verità è che “l’Iraq è ampiamente scomparsa dai dibattiti politici a Washington” come ha fatto rilevare un “grande vecchio” della politica estera americana, Henry Kissinger, in un articolo comparso sul Washington Post.

“Ci sono inviati speciali per ogni paese critico della regione, tranne che per l’Iraq, il paese la cui evoluzione aiuterà a determinare come sarà giudicata la rilevanza americana nell’area”, ha scritto Kissinger, che ha concluso sottolineando che l’America dovrà continuare a mantenere un importante coinvolgimento diplomatico perché “nel mettere in pratica un’exit strategy dobbiamo essere sicuri che la strategy rimanga collegata all’exit”. La questione Iraq, dunque, non può limitarsi al semplice ritiro delle truppe accompagnato da una importante azione diplomatica. Il problema infatti non è tanto riuscire a rispettare la timeline definita per il disimpegno, quanto piuttosto assicurarsi che la situazione sul campo corrisponda effettivamente alle aspettative ed alle esigenze non solo e non tanto degli Stati Uniti o della comunità internazionale, quanto piuttosto degli stessi iracheni.

“Tutte le combat troops saranno fuori dall’Iraq entro la fine di agosto”, ha detto in un passaggio del suo discorso il Presidente Obama, che però ha preferito non spendere nemmeno una parola sulla reale situazione in cui versa il paese. Il piano del Presidente Bush prevedeva il ritiro delle truppe ma lo legava all’effettivo raggiungimento di obiettivi precisi, misurabili in base a specifici parametri. Questo perché nonostante gli eccezionali risultati conseguiti grazie al surge la vittoria è sempre appesa ad un filo, e tuttora la stabilità del paese è fortemente legata alla presenza delle truppe americane. La timeline che porta al disimpegno americano, insomma, non può essere considerata come uno dei comandamenti scolpiti sulle tavole, ma deve essere flessibile, perché deve dipendere dagli effettivi risultati ottenuti sul campo. Come hanno sottolineato Kimberly Kagan, presidente dello Institute for the Study of War e autrice di uno dei più documentati libri sulla guerra in Iraq "The Surge: A Military History", e Frederick W. Kagan, direttore del Critical Threats Project dell’American Enterprise Institute, in un recente articolo apparso sulle pagine del Wall Street Journal: “il successo rimane possibile, ma solo se l’Amministrazione Obama abbandona la campagna retorica sulla ‘fine della guerra’ e si impegna ad aiutare gli iracheni a costruire un governo giusto e rappresentativo”.

Il vero obiettivo, dunque, è la stabilizzazione del paese, il rientro delle truppe ne è solo una logica conseguenza. Senza l’uno non può esservi l’altro. È la situazione sul terreno a stabilire se è ancora attuale il piano messo a punto dalla precedente amministrazione o se deve essere rivisto, perché altrimenti il rischio è che l’equilibrio faticosamente raggiunto possa rompersi ed il paese ripiombare in una guerra civile,e purtroppo sono molti i segnali in tal senso che arrivano da Baghdad. L’Iraq, infatti, si trova in una crisi politica e costituzionale, anche a causa delle continue interferenze del suo vicino più ingombrante: l’Iran.

L’obiettivo del regime khomeinista è ovviamente quello di escludere i leader sunniti dal futuro governo, in modo da insediare un esecutivo dipendente da quello di Teheran. Per questo si sono molto spesi in questi mesi soprattutto il Presidente Ahmadinejad ed il Ministro degli Esteri Mottaki. E non è un caso che il Gen. Raymond T. Odierno, capo delle truppe americane in Iraq, solitamente abbastanza cauto nelle sue considerazioni, abbia apertamente denunciato il legame tra la commissione irachena che ha escluso 300 politici sunniti dalle prossime elezioni e le Quds Force iraniane.

Come riporta Eli Lake sul Washington Times, “il Generale Odierno ha accusato Ali Faisal al-Lami, direttore della Accountability and Justice Commission insieme ad Ahmad Chalabi, che ne è portavoce, di essere chiaramente influenzati dall’Iran". Numerosi report dell’intelligence americana, infatti, dimostrano gli stretti legami dei due con Abu-Mahdi al-Muhandis, capo delle Quds Force iraniane in Iraq e braccio destro del Comandante Qassem Soleimani. Per questo occorre che a Washington non abbassino la guardia ed ascoltino i generali che più di tutti conoscono la situazione sul campo, che rimane ancora dinamica, in continua evoluzione; perché da come si uscirà dal conflitto iracheno dipenderà il futuro dell’intera regione.

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1 COMMENT

  1. siete fantastici…
    Devo dire che comunque avete un’abilità incredibile nel fare e disfare tutto a vostro piacimento… Prima abbattete il regime laico di Saddam (il più anti-iraniano in assoluto!), giustiziate il tiranno, mettete al potere gli sciiti, e poi adesso vi lamentate se aumenta l’influenza iraniana? Ma vi rendete conto? Lo stesso vale per l’Afghanistan: prima armate e finanziate i mujaheddin e i fanatici islamici contro i sovietici, rovesciate il regime comunista, mettete al potere i talebani, e poi dopo vi lamentate perchè l’Afghanistan diventa un covo di terroristi? Lo stesso vale per la questione palestinese: prima incoraggiate la nascita del movimento religioso di Hamas, la finanziate e la armate per distruggere il laico OLP di Arafat, e poi vi lamentate se nei territori palestinesi la resistenza assume forme di fanatismo religioso? Sapete qual’è l’unica ricetta possibile per evitare tutte queste porcherie? Che gli yankees la finiscano una buona volta di avere l’arroganza e la presunzione di voler avere sotto controllo tutto il mondo. Dove vanno a ficcare il naso loro, sorgono sempre e soltanto problemi. Penso che dopo 65 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, contrassegnati in Occidente (e da vent’anni anche in Oriente) dall’assoluto dominio del pensiero unico americano, sia giunta l’ora di aprire un po’ gli occhi…

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