L’Iraq è stata una guerra giusta, al posto giusto e nel momento giusto

1
131

Bisogna proprio dirlo, anche in un momento in cui il futuro ci riserva un'amministrazione democratica che ha già promesso di iniziare il ritiro delle truppe a qualunque condizione e a qualsiasi costo: fare la guerra in Iraq è stata una mossa intelligente; è stato pure coraggioso andare in guerra; ma soprattutto , anche se esistono poche cose al mondo più orrende di una guerra, quella in Iraq era necessaria. Se non fossimo andati a combattere  nel 2003, infatti, quasi certamente avremmo dovuto farlo contro un altro paese arabo, in un altro momento e in circostanze meno vantaggiose. Quella in Iraq è stata una guerra giusta al posto giusto e nel momento giusto.

Siamo dovuti andare in guerra perché l’unico modo che abbiamo di difendere la nostra sicurezza nazionale consiste nel prosciugare le pozzanghere da cui il terrorismo prende la sua linfa vitale: riuscire finalmente a staccare il mondo arabo da una cultura di arretratezza, oppressione e odio per l’Occidente. Ora che la guerra mostra finalmente qualche speranza di vittoria, non è certo il momento di andarsene. Dobbiamo finire il lavoro che abbiamo iniziato e ricordarci del perché siamo in Iraq.

Sono in troppi ad aver dimenticato che nel 2003 c’era un grosso supporto popolare dietro questa guerra: un supporto che veniva sia da sinistra che da destra; sia dai Democratici che dai Repubblicani; e anche se alcuni nostri alleati europei non avrebbero voluto andare in guerra all’inizio di quell’anno, i loro servizi segreti concordavano con la nostra analisi strategica multilaterale: Saddam possedeva armi di distruzione di massa, una diceria che lo stesso dittatore sicuramente alimentava per spaventare i suoi vicini iraniani.

D’altronde, queste armi di distruzione di massa erano uno dei motivi per cui le Nazioni Unite hanno autorizzato il conflitto. Altre ragioni includevano la campagna di sterminio contro i Curdi e la violazione della "No-fly zone" in contraddizione con l’armistizio che aveva messo fine alle ostilità nel 1991 e che diede ai suoi oppositori il diritto legale di ricominciare la guerra, in accordo con la legge internazionale. Infatti, c’è più di un motivo per credere che, se Al Gore fosse stato eletto presidente nel 2000, saremmo andati lo stesso in guerra contro l’Iraq; forse con un po’ di ritardo, o dopo una o due risoluzioni Onu in più, ma a un certo punto ci saremmo andati lo stesso.

Così arrivò la guerra. Arrivò con tutto il suo carico di brutalità, orrori e sbagli, il più grande dei quali fu l’occupazione. Non c’è comunque ragione per recriminare sul nostro coinvolgimento. Fare un paragone con “come avrebbe potuto essere” in caso contrario è troppo semplicistico, la realtà ci dice che tutte le guerre sono piene di sorprese spiacevoli. Gli adulti in genere accettano questa realtà, così come hanno accettato certi contrattempi come quello di Fredericksburg durante la guerra civile e il disastro della battaglia del passo di Kasserine durante la Seconda Guerra mondiale  o, ancora,  i primi malaugurati morti civili nel corso della nostra campagna di bombardamenti diurna in Iraq.

Indipendentemente da come si sarebbe potuta portare avanti l’occupazione, ci sarebbero state comunque delle difficoltà. Non c’è modo di stabilire se scelte diverse rispetto a quelle che abbiamo fatto avrebbero garantito risultati migliori. L’unico grande vantaggio delle scelte “che non abbiamo operato” sta nel fatto che queste esistono come ipotesi incorruttibili, tanti “se” non corroborati dalla realtà. Questa realtà ci dice che qualcuno, a un certo punto, avrebbe comunque dovuto spodestare Saddam e che il decrepito Stato tenuto in piedi dal dittatore per mezzo del terrore era comunque destinato a implodere. Iniziare a prendersela con una nazione che stava al centro del mondo e della mitologia araba, che fomentava il terrorismo, opprimeva il suo popolo e, nella migliore delle ipotesi, alimentava una cultura che funzionava da culla al sentimento anti-Occidentale, in questo caso è stato davvero meglio tardi che mai.

Abbiamo chiesto invano ai nostri amici arabi di operare dei cambiamenti in chiave anti-terroristica. Li abbiamo lusingati, implorati, pressati e scongiurati. Li abbiamo pregati, ricattati e minacciati. Nulla di tutto ciò ha funzionato. Alla fine abbiamo dovuto prendere il toro per le corna e obbligarlo a cambiare direzione. L’Iraq contemporaneo è ancora lungi dall’essere un paradiso; non si può certo paragonare a quella che noi occidentali definiamo una società umana, decente e tollerabile. Ma almeno sembrano esserci speranze sul raggiungimento di quell’obbiettivo, e l’Iraq oggi ha una chance, più di ogni altro paese arabo, di creare una società pluralistica che non opprima il suo popolo, che offra speranze per il futuro e che si opponga al terrorismo; e nel momento in cui diventa uno Stato di questo tipo, offre un modello da seguire agli altri Stati arabi.

Dal momento che ce la siamo presa con Saddam, possiamo ora contare su cinque anni di esperienza nel combattere il terrorismo al centro del mondo arabo e questo a sua volta significa che possiamo godere di cinque anni di vantaggio per raggiungere l’obbiettivo di vincere la guerra per un Mondo Libero nell’unica maniera possibile: quella che prevede il drenaggio delle lugubri paludi che permettono al terrorismo di fiorire e sopravvivere. Se avessimo aspettato ancora, questo obbiettivo sarebbe stato più lontano e gli interessi in gioco ancora più grandi.

Ora che le cose sembrano andare nella giusta direzione non è certo il momento di ritirarsi in accordo con un tabellino di marcia fittizio e artificiale frutto non solamente dell’ignoranza in merito ai fatti ma anche delle esigenze di venire incontro ai partiti politici o alle promesse fatte dal futuro Presidente Barack Obama all’inizio delle Primarie. È arrivato il momento di raccogliere i frutti del sacrificio in termini di soldi, prestigio nazionale e, cosa più importante di tutte, in termini di vite di alcuni dei nostri giovani più promettenti. Non è il caso di ritirarsi e far vedere a tutti quanti che siamo una tigre di carta straccia.

Coloro i quali credono nella resa sostengono che in questo modo ci sarà pace. Hanno ragione, pace sarà. Ma sarà un tipo di pace contraffatta: sarà il fallimento di una falsa alternativa: la pace per una settimana, per un mese o un anno forse, ma che ne sarà del mondo tra due, dieci o quindici anni, che ne sarà del mondo che i nostri figli e i nostri nipoti si ritroveranno a vivere? Andarsene senza una vittoria in tasca sarebbe come ritornare all’inizio, allora, tra pochi anni, dovremmo rifare tutto daccapo. Che lo si capisca o no, liberarsi di Saddam in quel momento è stata veramente una fortuna: era il momento giusto, il posto giusto e la guerra giusta. È questo il motivo per cui combattiamo.

Douglas Stone è un ricercatore del Center For Security Policy a Washington D.C.

©American Thinker

Traduzione Andrea Holzer

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. E’ una vergogna solo che
    E’ una vergogna solo che vengano pubblicati certi articoli. Per me sono come l’apologia del nazismo.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here