L’Iraq sarà il miglior alleato degli USA in Medio Oriente

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L’Iraq sarà il miglior alleato degli USA in Medio Oriente

06 Dicembre 2008

L’Iraq offre all’amministrazione Obama una straordinaria opportunità. Dall’inizio del surge lo scorso anno la violenza generalizzata e le perdite di soldati americani sono diminuite in maniera considerevole. L’entità e l’efficacia delle forze di sicurezza irachene è cresciuta. Le truppe statunitensi e quelle irachene hanno inflitto una serie di sconfitte ai ribelli e alle milizie. Inoltre, la lenta ma costante costruzione di una nuova struttura statale post-Saddam Hussein alleggerirà nei prossimi due anni – se il proseguirà trend attuale – il fardello caricato sulle spalle delle forze americane di mettere al riparo l’Iraq dai disordini interni.

Certo, mentre l’Iraq si avvicina alle elezioni provinciali di gennaio e alle elezioni parlamentari previste per la fine del 2009, la situazione resta comunque delicata. Benché le forze irachene si stiano assumendo sempre di più il peso della lotta (e sempre di più del mantenimento della pace), avranno bisogno di un appoggio continuativo da parte degli Stati Uniti. Il governo iracheno ha riconosciuto tutti questi fatti insieme a Washington con la stesura dello Status of Force Agreement (approvato pochi giorni fa dal Parlamento, ndr).

L’accordo in questione sintetizza la realtà di fondo dell’Iraq odierno: uno Stato indipendente e sovrano in grado di negoziare sullo stesso piano con gli Stati Uniti. Tanto gli americani che gli iracheni vogliono che le truppe statunitensi stanziate nel paese lascino l’Iraq il più velocemente possibile e ritengono fattibile un ritiro entro il 2011. Sopra ogni altra cosa, l’accordo mette in evidenza il desiderio da parte dell’Iraq di diventare un partner strategico degli Stati Uniti. Un’opportunità che l’amministrazione Obama potrà sfruttare.

Mettendo da parte il dibattito su ciò che lega l’al-Qaeda globale all’al-Qaeda in Iraq, la stragrande maggioranza degli iracheni ritiene di aver combattuto di fatto contro un braccio dell’organizzazione di Osama bin-Laden. Tutti i maggiori gruppi politici iracheni respingono al-Qaeda e appoggiano la lotta contro la sua ideologia. E gli iracheni sono sempre più orgogliosi di far parte di uno Stato che ha emarginato i terroristi.

Questa estate, i principali membri dell’Anbar Awakening, il “Risveglio di Anbar”, un gruppo di leader sunniti che hanno unito le proprie forze con quelle degli Stati Uniti e del governo a guida sciita di Baghdad, hanno fatto circolare un promemoria riguardante il modo di aiutare gli afgani a sviluppare anch’essi dei propri “Risvegli” per combattere al-Qaeda sul proprio territorio. Mentre ci guardiamo intorno alla ricerca di alleati nella lotta contro al-Qaeda, gli iracheni sono i nostri partner più logici ed entusiasti.

In relazione all’Iran, inoltre, l’America e l’Iraq hanno interessi comuni. Gli iracheni vogliono restare indipendenti da Teheran, come peraltro hanno ora dimostrato sottoscrivendo gli accordi con gli Stati Uniti al di là del vigoroso dissenso iraniano. Loro, gli iracheni, vogliono evitare lo scontro militare con l’Iran e la stessa cosa vogliono gli Stati Uniti. Gli iracheni condividono con noi il nostro stesso timore che l’Iran possa dotarsi di armamenti nucleari, un fatto che potrebbe mettere a repentaglio la loro indipendenza. Oltre al risentimento per gli sforzi dell’Iran nel sostenere cellule di ribelli e terroristi che mettono in pericolo il loro governo.

Ovviamente gli iracheni riconoscono, come lo riconosciamo anche noi, che Iraq e Iran sono partner commerciali naturali e che hanno, in quanto entrambi a maggioranza sciita, anche un legame di natura religiosa. Questo aspetto potrebbe tornare a nostro vantaggio: i milioni di pellegrini iraniani che sprecheranno a visitare i luoghi sacri di Najaf e Karbala negli anni a venire riporteranno a casa la visione di uno Stato musulmano democratico, prospero, pacifico, laico e tollerante da un punto di vista religioso.

Inoltre, è in corso anche il reintegro dell’Iraq nel mondo arabo e molti Stati arabi hanno già cominciato ad aprire ambasciate a Baghdad. Dovremmo tenere bene in mente che l’Iraq condivide con gli Stati Uniti anche altri interessi, interessi che riguardano l’Arabia Saudita e la Siria. Sempre di più si vedono i leader iracheni parlare tranquillamente della possibilità di sostituire il regno saudita nel ruolo di Stato arabo dominante. L’Iraq, inoltre, sa che la Siria ha per anni consentito il libero transito sui comuni confini ai guerriglieri di al-Qaeda e che si è prestata come base organizzativa per l’appoggio iraniano a Hezbollah in Libano. Washington e Baghdad hanno un comune interesse nel persuadere il regime siriano a mettere da parte il proprio appoggio ai gruppi del terrore.

Gli Stati Uniti ritireranno le proprie forze di pattugliamento in Iraq, dove nel corso dei prossimi anni ridurranno significativamente il numero dei soldati. Questo non è mai stato in discussione. Le tempistiche e la natura di tale ritiro, tuttavia, sono estremamente delicate.

È vitale per noi dare il nostro contributo di sostegno all’Iraq durante questo anno di elezioni ed è altrettanto vitale non cedere alla tentazione di concentrare il grosso del ritiro delle nostre truppe nel 2009. E, allo stesso modo, è fondamentale che riusciamo a sviluppare con l’Iraq una relazione strategica sfruttando tutti gli elementi della nostra potenza nazionale in tandem con quelli dell’Iraq per perseguire i nostri comuni interessi. Perché in Iraq il presidente Obama ha la possibilità di vincere molto più che la guerra. Può vincere la pace. 

© New York Times
Traduzione Andrea Di Nino

Frederick W. Kagan è Resident Scholar all’American Enteprise Institute di Washington.