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I successi del premier Maliki

L’Iraq si riarma e supera l’Iran negli investimenti per la Difesa

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E se l’Iraq si fosse davvero avviato sulla strada della normalità? Se guardiamo al risultato delle elezioni provinciali, viene spontaneo rispondere positivamente. Maliki ha vinto. Anzi, ha trionfato, se si considera che la sua “Alleanza per lo Stato di diritto” ha sbaragliato la concorrenza delle altre liste sciite in tutto il sud e a Baghdad, ridimensionando sia i sadristi sia gli alleati di governo filo-iraniani dello Sciri. Un risultato che conferma la popolarità del primo ministro, sempre più uomo forte del Paese, e premia il risorgere delle tendenze “irachiste” dopo gli anni della guerra civile e dei mattatoi religiosi ed etnici. Una tendenza, quella “irachista” – secondo la quale l’Iraq ha bisogno di un forte potere centrale in grado di controllare le spinte autonomiste e minimizzare l’influenza del vicino Iran – portata alla luce anche da altri fattori, come l’affermazione elettorale della coalizione arabo/sunnita al Hadba, formazione sempre d’ispirazione unitarista. 

A onor del vero, le elezioni provinciali hanno solo confermato un fenomeno in atto nel Paese da ormai più di un anno. Diversi segnali, infatti, avevano già dato un’indicazione in questo senso: il comportamento di Maliki, sempre più desideroso di segnare la propria autonomia dagli americani, o fenomeni quali la nascita e l’affermazione dei Comitati del Risveglio, ed altri ancora. Ma il segnale forse più importante è stato la decisa accelerazione impressa dal governo al rafforzamento delle Forze Armate, da sempre vere custodi dell’unità nazionale irachena, al di là delle appartenenze etniche e religiose. Da tempo, almeno dal 2006, l’Iraq, è tornato a spendere per la Difesa, favorito in questo dalla rinnovata disponibilità finanziaria garantita dalle rendite petrolifere. Il trend è in costante aumento e quest’anno si stima che Baghdad arriverà ad investire in acquisizioni militari quasi 9 miliardi di dollari. Una cifra importante che in quanto a spese militari colloca il Paese al terzo posto nella regione, dietro Arabia Saudita ed Israele, e soprattutto davanti all’Iran. Posizione che dovrebbe essere mantenuta anche nei prossimi cinque anni. 

Si tratta di numeri che non devono fuorviare, perché dopo il 2003 le Forze Armate irachene sono dovute ripartire da zero, ma che indicano comunque una tendenza che trova conferma nei programmi d’investimento. Da qui al 2015 le acquisizioni saranno massicce, in tutti i settori, a cominciare, ovviamente da quello terrestre. Già oggi l’Iraq ha ordinato agli Stati Uniti, attraverso il collaudato strumento del Foreign Military Sale (soggetto all’approvazione congressuale), 280 carri armati Abrams M1A1M, 352 blindati da combattimento LAV-25 e 400 ultramoderni veicoli ruotati Stryker (questi ultimi per le unità meccanizzate della polizia). In questi giorni si sta discutendo l’acquisizione di altri carri armati. Le opzioni più probabili sembrano due: acquistare oltre 2.000 T-72 da paesi dell’ex blocco sovietico, facendoli poi riammodernare dall’azienda americana Defense Solutions, oppure acquistare altri Abrams M1A1 americani, magari in leasing. Opzione, quest’ultima, favorita dal fatto che la gran parte di questi carri sono in servizio con reparti americani in Iraq e verrebbero lasciati direttamente nelle mani degli iracheni. Un modo per semplificare la logistica del ritiro e ridurne i costi. La stessa sorte è presumibile che possa capitare anche a molti altri equipaggiamenti americani. E’ già così per i gipponi Humvee - l’Esercito iracheno avrà a disposizione entro luglio oltre 8.000 Humvee - e lo sarà anche per diversi veicoli super protetti MRAP. Mezzi pesantissimi, estremamente costosi da riportare in USA, molti dei quali dovrebbero pertanto restare agli iracheni. Una soluzione che accontenterebbe entrambe le parti. Nel complesso, l’Iraq punta ad accrescere numericamente la compagine del suo Esercito, portandolo dalle attuali 13 a 20 o 21 divisioni entro il 2011, per un totale di oltre 300.000 uomini. 

Dal programma di riarmo non sono escluse aeronautica e marina. I due comparti sono molto più indietro rispetto all’Esercito, ma sono destinati a crescere nei prossimi anni, soprattutto quello aeronautico. Per quanto riguarda il settore aeronautico, lo scorso novembre l’Iraq ha ordinato 24 addestratori basici T-6A Texan II, 36 aerei d’attacco leggeri T-6B Texan II, 24 elicotteri Bell-407 per compiti di ricognizione ed attacco, armati con missile Hellfire, 24 elicotteri EC 635, sempre per compiti di ricognizione e attacco, e sei aerei da trasporto tattico C-130J30. In discussione c’è anche l’acquisizione di 36 F-16. Della cosa se ne discute da tempo, ma per il momento non c’è niente di ufficiale. Qualche fonte parla addirittura dell’acquisto di F-16 nuovi – dello stesso modello già venduto a Grecia ed Oman – anche se è più facile ipotizzare che possa trattarsi di aerei ex-USAF o ex-Guardia Nazionale. Resta il fatto che l’aeronautica, da qui al 2015, schiererà 38 squadroni ed acquisterà 516 aeromobili. Venendo al settore navale, va segnalato l’acquisto di quattro pattugliatori dalla nostra Fincantieri – il varo della prima nave è già stato effettuato il 28 gennaio a Riva Trigoso – e di altre 23 unità dello stessa categoria dagli Stati Uniti. A queste unità vanno aggiunti 15 pattugliatori da 37 m ordinati alla Malaysia con la consegna della prima unità prevista a settembre. 

In definitiva, l’Iraq sta compiendo uno sforzo notevole per rafforzare le sue (ri)nascenti Forze Armate. L’obiettivo è condurre in piena autonomia le operazioni di lotta al terrorismo e reinserirsi a pieno titolo nel gioco degli equilibri regionali. Gli americani per il momento lasciano fare – anzi sono ben lieti di vendere – presi come sono da altri dossier. Del resto un sano “irachismo” è la migliore garanzia contro le ambizioni iraniane.

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