L’Italia cede sulla pena di morte ma l’Iran rafforza la rete del terrore

LOCCIDENTALE_800x1600
LOCCIDENTALE_800x1600
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

L’Italia cede sulla pena di morte ma l’Iran rafforza la rete del terrore

06 Agosto 2007

L’Iran non accetta ingerenze nella sua politica interna e lancia anatemi, anzi, vere e proprie fatwe, contro chi come l’Italia osa senza troppo coraggio
criticare la dittatura degli ayatollah per la disinvoltura con cui applica la
pena di morte e altre crudeli punizioni come il taglio delle mani e la
lapidazione. Però ha messo su delle vere e proprie squadre di assassini
incaricate di eseguire anche all’estero gli omicidi propositi di Mahmoud
Ahmadinejad e della sua cricca criminale, provocando ormai reazioni disperate
persino da parte di uomini di regime un po’ meno beceri, come Yousef Sanei, uno dei Grandi Ayatollah iraniani noto per le
sue posizioni non integraliste, che proprio ieri invitava i legislatori ad
approvare una legge che indichi nei diciotto anni l’età minima di un condannato
a  morte. L’Ayatollah Sanei ha persino
affermato che in assenza del Mahdi (il dodicesimo Imam sciita atteso dai
fedeli) non è consigliabile emettere sentenze di lapidazione, di taglio delle
mani e nemmeno dichiarare qualcuno mohareb,
o  nemico di Allah

C’è chi ha visto in questa vera e
propria “contro fatwa” un tentativo disperato di mediare per la sorte dei  due giornalisti curdi Hiwa Boutimar e Adnan
Hasanpour,  che sono stati condannati lo
scorso 17 luglio alla pena di morte proprio in quanto  ritenuti “nemici di Allah” dal Tribunale della
Rivoluzione di Marivan, nel Kurdistan iraniano, e che ora attendono la propria
sorte nell’indifferenza generale della comunità internazionale. Fortuna invece
che qualche passo per far conoscere quali siano le ingerenze iraniane nella
politica degli altri paesi lo ha fatto la resistenza in esilio nella persona di
Mahmoud Hakamian, che ha compilato un dossier poi spedito  ai volontari dello Human Rights Watch e
riportato on line dal blogger secondoprotocollo.org. In esso sono contenute le
attività dei terroristi iraniani all’estero addestrati dal ministero delle Informazioni.
Hanno anche un nome, si chiamano “forza Qods”, che poi è il nome iraniano di
Gerusalemme.

Secondo Hakamian “il regime
iraniano ha realizzato diversi organi per esportare l’integralismo:
l’organizzazione della cultura e della comunicazione islamica, Assemblee
internazionale di Ahl Al-Beit,  Assemblee
delle sette islamiche associate, i consulenti culturali, diverse fondazioni,
ecc.. Una delle missioni principali di questi organi è di reclutare e scegliere
uomini e presentarli alla forza Qods o al ministero delle Informazioni dopo
aver fatto loro passare un addestramento preliminare e
delle verifiche di sicurezza.” Inoltre “il servizio di formazione della forza
Qods è responsabile della istruzione ideologica, politica e militare,
nonché  della  ripartizione degli elementi nei gruppi
terroristici. Così, il servizio di formazione è una delle sezioni più attive e
più pericolose della forza Qods”.

Molto inquietante il capitolo
sui siti ove tali addestramenti avvengono: “Oltre ad alcuni centri
d’addestramento in Iran, il servizio di formazione ha
creato centri d’addestramento supplementari in altri paesi,
come in Sudan, in Libano ed in Bosnia”. Tutto però è centralizzato al governo a
livello di responsabilità: “Al ministero delle Informazioni, la sezione di
formazione è incaricata dell’addestramento e dell’assunzione di forze non
iraniane: questa sezione è chiamata Tadjik; il ministero delle Informazioni e
la forza Qods operano in cooperazione con il ministero degli Esteri per
trasferire clandestinamente le reclute verso l’Iran o fuori dell’Iran”. “Molti
– spiega il dissidente autore del dossier – 
entrano in Iran passando per 
altri paesi con passaporti consegnati dal regime, lasciano anche il
paese con gli stessi  passaporti a
destinazione di questi paesi intermedi, cambiano i loro passaporti e partono
per i paesi obiettivi”.

Dell’Iran i più recenti
rapporti dell’intelligence israeliana dicono che possa essere persino
diventato, nei territori confinanti con l’Afghanistan, il vero rifugio dei capi
di Al Qaeda: Bin Laden se ancora è vivo, e certamente Ayman al Zawayri. E il
fatto che si tratti di odiati sunniti non sarebbe più un ostacolo nel quadro
del comune odio contro l’Occidente e soprattutto nel comune intento di distruggere
Israele. Il servizio di formazione della forza Qods sarebbe situato nella
caserma Imam Ali, a Teheran, e dal 1997 il suo capo sarebbe il temibile Ali
Nozari. Secondo Hakamian, “una norma strettamente osservata nel campo è la
conservazione dei segreti e il controllo dell’informazione. I tirocini sono
organizzati in modo tale che le informazioni a disposizione dei tirocinanti sui
loro colleghi siano minime”.

Insomma una compartimentazione
rigidissima. “Le materie insegnate nel campo – scrive l’esule –  sono le seguenti: principi di guerriglia,
conservazione di segreti, metodi e tattiche di riconoscimento e raccolta di
informazioni, conoscenza delle  armi,
ginnastica, uso di esplosivi e di vari tipi di armi”. Infine i terroristi della
caserma Bahonar apprendono come e quando compiere le loro missioni in vari
ambienti e se vengono arrestati, sono obbligati a mantenere il segreto sui loro
legami con il regime. Secondo gli esperti della zona medio orientale il fatto
che nelle scorse settimane, sempre grazie agli uomini della resistenza
anti  ayatollah, siano uscite queste
informazioni, che seguono di poche settimane quelle sulla dislocazioni dei siti
nucleari iraniani e le altre sulla rete spionistica all’estero, sarebbe segno
inequivocabile che il regime di Ahmadinejad potrebbe avere i mesi contati, se
non i giorni, e che una sapiente opera diplomatica fatta di bastone e carota
(ossia inasprimento effettivo delle sanzioni e aperture al dialogo sotto
condizione) potrebbe metterlo definitivamente al tappeto.