L’Italia è in recessione e il caos sulla riforma del lavoro proprio non serve
23 Febbraio 2012
Oggi pomeriggio il Governo ha convocato per la quinta volta le parti sociali sul tema della riforma del mercato del lavoro. Al tavolo delle trattative, per ora, si è notato tanto fumo ma poco (o niente) arrosto, nonostante l’arroventarsi del clima ad ogni vigilia.
Anche quella appena trascorsa è stata una vigilia senza l’arrosto di nuove idee e nuove proposte e nel fumo di uno squallido teatrino degli ‘uni contro gli altri’ a difendere i fortini delle appartenenze: complice la distrazione dell’orizzonte elettorale, la Confindustria ha innervosito la Cgil e il PD, di riflesso, ha dovuto borbottare sul Governo. Intanto si procede in ordine sparso sul nocciolo della questione (la riforma del mercato del lavoro): verso dove si sta procedendo? Ancora non si capisce bene.
Prendiamo il Presidente di Confindustria. La Marcegaglia ha preso ad insegnare agli altri cosa fare, guarda caso proprio su ciò che, da Portavoce degli industriali, ha abilmente schivato di affrontare ed anzi ha lavorato, assieme proprio alla Cgil, per non realizzarlo. Mi riferisco “all’Articolo 8” della Manovra estiva del Governo Berlusconi, fortemente voluto dall’ex ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, e che introduceva una diversa riforma dell’Articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Senza toccare quel contestato “diritto alla reintegrazione”, consentiva alle Parti sociali – Sindacati e Imprese – di accordarsi, mediante specifiche intese da sottoscriversi a livello territoriale, per una parziale e/o completa disapplicazione delle norme sulla protezione del “posto di lavoro”. Sappiamo bene qual è stata la risposta, univoca, delle Parti sociali, di Sindacati e Confindustria: un “no!” a prescindere.
"Confindustria, Cgil, Cisl e Uil si impegnano ad attenersi all’Accordo Interconfederale del 28 giugno, applicandone compiutamente le norme e a far sì che le rispettive strutture, a tutti i livelli, si attengano a quanto concordato nel suddetto Accordo Interconfederale". Con questa clausola sottoscritta il 21 settembre 2011, le Parti sociali, guidate da Emma Marcegaglia e Susanna Camusso hanno vanificato sul nascere la portata innovatrice dell’Articolo 8 bloccando la sperimentale riforma dell’Articolo 18: senza il placet del Sindacato nazionale, in azienda non si può muovere un dito.
Stessa musica anche a cambiare regista. Prendiamo il governo e per esso il ministro del lavoro, Elsa Fornero. Probabilmente dovrebbe colloquiare meno e proporre di più. Non soltanto perché è il ministro, ma perché porta l’aggravante di essere “un ministro tecnico”; le aspettative, dunque sono maggiori. Invece, in questa minestra di mediazioni e di televisione è finora mancato l’ingrediente fondamentale, il sale che insaporisce il dibattito e la discussione.
Manca la proposta su cui riflettere, lavorare ed eventualmente coordinare e “dialogare” per ricucire le diverse aspettative di Parti sociali e Partiti politici. Va bene annunciare si va “avanti anche sena intesa” ma avanti dove e verso cosa? Continuare così, incontrandosi a tavoli non imbanditi di proposte concrete, è come camminare senza meta. Non ci saranno attenuanti al giudizio crudo e, peggio, sospettoso di un esecutivo tentennante che origlia e non propone nel penoso tentativo di mascherare una proposta concertata.
Tutto questo al Paese non serve. Non giova questa finta premura; nuoce terribilmente il tendere le corde dell’animosità. Di mezzo ci va l’Italia migliore, quella dei giovani. Già troppo penalizzati da una riforma della previdenza che molto ha salvaguardato il passato e poco il futuro. Perché non ci sono stati tentennamenti sulla riforma delle pensioni? Perché sindacati, imprese e governo non hanno litigato, né avuto proposte alternative, né inscenato scioperi e contestazioni quando si è trattato di penalizzare le giovani generazioni caricandoli del prezzo dei “diritti acquisiti” delle vecchie generazioni?
L’Italia si trova in fase di recessione economica; la previsione del Pil è in caduta; non è esclusa una perdita di posti di lavoro. Chi intenda servire lealmente il Paese parta da questi dati, li ponga a presupposto di una volontà riformatrice e dica chiaramente le proposte risolutive. Si discuta, si decida e, soprattutto, si agisca presto.
