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L’Italia e la transizione incompiuta

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Transizione è una parola oscura, che non rimanda a nulla di preciso. Magari, qualcuno più in là con gli anni ricorda come trenta o trentacinque anni fa, nella sbornia ideologica del tempo, si facesse un gran parlare di transizione al socialismo, per indicare il modo con il quale passare dal regno della necessità a quello della libertà. Niente di tutto questo, per fortuna. Le scienze sociali parlano certo un linguaggio tecnico, ma esso rimanda sempre a fenomeni valutabili empiricamente. Transizione è una parola che gli scienziati politici usano per definire il passaggio da un tipo di regime a un altro. Si distingue una transizione di genus, che indica un mutamento di sistema politico (dalla dittatura alla democrazia, da un regime totalitario a uno autoritario, etc.), e una transizione di species, che indica il trapasso da un tipo di democrazia a un altro (dalla democrazia consensuale a quella conflittuale, ad esempio). Un recente libro di Pietro Grilli di Cortona (Il cambiamento politico in Italia. Dalla Prima alla Seconda Repubblica, Roma, Carocci, 2007, pp. 132, € 13,60) è rivolto a studiare i mutamenti del sistema politico italiano e si incentra sul concetto di transizione.

A parere dell’autore, l’Italia ha conosciuto due transizioni. La prima, negli anni Quaranta del secolo scorso, ha traghettato il paese da un regime dittatoriale, e da una guerra persa, a un regime libero. La seconda transizione, ancora in corso, si apre con il crollo della prima repubblica. Il consolidamento democratico operato nel secondo dopoguerra fu senza dubbio un risultato notevole per una nazione stremata e quasi distrutta, ma ebbe caratteristiche peculiari. La legittimazione del sistema politico avvenne per il tramite decisivo dei partiti, assumendo un carattere, per così dire "partitocratico" quasi originario. In particolare la presenza di un forte partito comunista costituì "un vincolo forte per la politica italiana", condizionando fortemente anche l’equilibrio complessivo del sistema costituzionale. Esso faceva perno, infatti, sulla centralità del parlamento e su di una correlativa debolezza dell’esecutivo.

Questi fattori, utili a stabilizzare la democrazia italiana in quella stagione, si sono rivelati di notevole impaccio nella fase di transizione che si è aperta nei primi anni novanta del secolo scorso. Di questa fase, spesso confusa, Grilli dà un’interpretazione linearmente coerente. Per esempio, fra le ragioni del crollo della prima repubblica, l’autore non sopravvaluta l’operazione mani pulite, ma indica come primo movente la fine della guerra fredda, che toglie legittimità al sistema. In secondo luogo, pur valutando, come vedremo, il processo ancora incompiuto Grilli ritiene giusto parlare di una seconda repubblica perché sono mutate radicalmente le condizioni della contesa politica. Tanto è vero che si è avuta un’alternanza di governo che il nostro paese non aveva mai conosciuto, non solo nella fase repubblicana, ma neanche nella precedente storia dello stato unitario.

Per capire le ragioni della difficoltà italiana a chiudere la seconda transizione, Grilli ricorre alla comparazione con i due casi studio più simili. Quello della Francia, dove una transizione breve (1958-1962) traghetta il paese dalla quarta alla quinta repubblica; e quello del Belgio, dove occorrono, invece, oltre trent’anni (1962-1993) per passare da un sistema accentrato a uno federale. Rispetto a questi esempi, la transizione italiana si presenta con caratteri in parte contraddittori. In sostanza esiste una discrasia fra un consolidato orientamento degli elettori e una non piena ricettività del sistema politico. L’elettorato è saldamente orientato sull’asse destra/sinistra. Basti pensare che alle ultime elezioni i due poli hanno raccolto la totalità dei voti, mentre nel 1994 c’era ancora un 20% di voti centristi. Il fatto è che la democrazia dell’alternanza è vissuta come una importante conquista democratica. D’altronde, quello che è accaduto nel nostro paese negli ultimi quindici anni, non configura una patologica anomalia italiana, ma corrisponde anche a quanto avviene in molte democrazie contemporanee, che hanno visto la competizione politica "attestarsi progressivamente su due poli partitici a prescindere dal sistema elettorale" (Spagna, Austria, Polonia, Norvegia Olanda, tanto per fare alcuni esempi). A questa fisiologica scomparsa del centro non corrisponde però un adeguamento del sistema partitico che resta "frammentato e di pluralismo polarizzato".

Questo aspetto costituisce un pericoloso "elemento di patologia democratica, destinato, se si accentuano certi caratteri ad accrescere seriamente le difficoltà del sistema democratico". Tale frammentazione ha effetti negativi sulla stabilità politica per cui, nei tredici anni che ci separano dal 1994, abbiamo avuto governi elettorali, determinati dal voto popolare, e governi parlamentari, che hanno un carattere partitocratico. La via di uscita è indica con nettezza: una riforma costituzionale che formalizzi la nuova forma di governo e superi il bicameralismo perfetto. In conclusione, il libro di Grilli, pensato con categorie rigorose ma scritto con uno stile piano e scevro di tecnicismi, può costituire un utile breviario per il lettore comune che voglia orientarsi nella vita politica odierna al di là delle polemiche contingenti.

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