Home News L’Italia non è “family friendly” e le donne non conciliano lavoro e famiglia

l'Occidentale Puglia

L’Italia non è “family friendly” e le donne non conciliano lavoro e famiglia

0
1

Ancora oggi, nel mondo del lavoro, dove, almeno a livello culturale, la discriminazione delle donne è stata superata, persiste tuttavia la “questione maternità”, ovvero la difficoltà per una donna che lavora, a conciliare occupazione fuori casa e vita familiare, un disagio particolarmente avvertito quando essa mette al mondo dei bambini.

Forse perché in questo nostro Paese, dice il sociologo Domenico De Masi, il lavoro è una priorità soprattutto maschile. Secondo De Masi, il primo passo per conciliare famiglia e lavoro è abbandonare l’impressione che si tratti di un divario incolmabile. E non perché, magari con il telelavoro che utilizza gli strumenti della comunicazione a distanza, si possa svolgere un lavoro nella propria casa, ma perché la libera circolazione delle energie e delle passioni tra l’ambito professionale e quello personale giova ad entrambi.

Insomma, è al sistema nel suo complesso che bisogna pensare, non ai suoi elementi isolati. Infatti la piena realizzazione di una persona, di uno dei membri della famiglia, non può coesistere con la frustrazione o la mortificazione dei desideri e dei bisogni degli altri. Inoltre, un lavoro più a misura di uomo è anche un lavoro più a misura di donna, e quindi di bambino. E’ questo bilanciamento tra attività lavorativa e dimensione familiare che bisogna sempre più perseguire, e non delegare la seconda a favore della prima. Questo principio è tanto più valido quando si parla di politiche delle risorse umane tese a valorizzare appunto il capitale umano.

Gli strumenti per ottenere questo risultato sono la diffusione di forme di lavoro flessibile e di politiche aziendali “family friendly”. In Germania, la cui economia cresce più di tutti gli altri paesi europei, l’introduzione della flessibilità ha dimostrato la redditività di tali misure. Il problema principale delle donne tedesche era il rientro dopo la maternità e il tasso di abbandono del lavoro delle neo-mamme soprattutto a causa della mancanza di orari flessibili e della carenza di infrastrutture pubbliche come asili e trasporti. Il cambiamento del modello organizzativo avviato dal governo liberaldemocratico per dare una risposta concreta a queste necessità ha dimostrato in breve tempo i benefici di tale politica sia in termini di riduzione dell’assenteismo femminile che di rientro anticipato dalla maternità, con un conseguente aumento della produttività del lavoro. Ed oltre ai benefici misurabili ci sono benefici intangibili come la riorganizzazione più efficiente del capitale umano in azienda, cosa che comporta una maggiore trasparenza ed una maggiore efficacia nei percorsi di carriera aziendale su parametri di tipo meritocratico e produttivo. Altri effetti positivi sono quelli relativo alla motivazione al lavoro per i dipendenti e all’immagine di gruppo per l’azienda, con un conseguente effetto a catena sul business.                                          

L’Italia dovrebbe fare come la Germania, dovrebbe aiutare le aziende ad introdurre queste innovazioni, ad uscire dal vecchio schema secondo cui la dipendente-mamma è un costo di cui disfarsi. Bisogna ragionare diversamente, bisogna cambiare il modo di lavorare affinchè sia utile a tutti, bisogna saper uscire dalla dimensione burocratica e usare quella creatività di cui parla De Masi. Ma anche le donne devono trovare modi diversi di rapportarsi al proprio datore di lavoro, devono essere capaci di cambiare marcia, proporre soluzioni nuove che tengano conto della fase della vita che esse vivono quando diventano mamme con dei figli da crescere. Appellarsi semplice mente ai principi, rivendicare solo diritti porta in un vicolo cieco.                                                                                      

Intanto una buona notizia sulla via di queste innovazioni è la pubblicazione il due maggio scorso sulla Gazzetta Ufficiale della modifica dell’articolo 9 della legge 8 marzo 2000, che prevede l’erogazione di contributi per finanziare progetti a favore di mamme e papà che lavorano in modo da consentire loro di usufruire di particolari forme di flessibilità negli orari e nell’organizzazione del lavoro: per esempio il part-time reversibile, il telelavoro, il lavoro a domicilio, la banca delle ore, l’orario flessibile in entrata e in uscita, su turni e su sedi diverse, l’orario concentrato. Se si comincia i risultati si vedranno presto.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here