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Dopo Anagni, continuando a riflettere sui rapporti tra Chiesa e Politica

L’Italia o è cristiana o non c’è

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C’è un nodo molto complesso nel confronto politico attuale, ossia la presenza del “fattore cristiano”. Un elemento, questo, che ci coinvolge nella nostra essenza italiana e va al di là dell’aspetto confessionale. Come diceva, in una citazione assai gettonata, Benedetto Croce, “non possiamo non dirci cristiani”. Una pluralità di elementi tangibili (o quasi) ce lo suggerisce. Siamo il Paese in cui, sia metaforicamente che in molti casi sostanzialmente, la vista di un campanile contrassegna i nostri borghi e le nostre città. Siamo il Paese in cui anche l’eloquio quotidiano ricorre a modi di dire mutuati dal Vangelo. Se vediamo una persona cui la sorte non ha sorriso lo identifichiamo come un “povero Cristo”. O ancora per dire che di una tale questione non possiamo occuparci utilizziamo l’espressione “me ne lavo le mani”. E poi ancora la toponomastica registra un ampio ricorso a Santi, Beati o Martiri, e ovviamente il nostro calendario vede per ogni città un Santo Patrono. Questo non è soltanto “tradizione”, ma è essenza. L’Italia, o è cristiana, o non è. Ed è per questo che l’ondata laicista dei tempi nuovi, rischia di negare, fino a negarla, l’anima identitaria del nostro Paese.

La globalizzazione, infatti, ha creato una sorta di nuova religione, in senso etimologico del termine, da re-ligo, ossia “lego”, tengo insieme. Non nel senso della rivendicazione, ma nel senso della diluizione in un magma indistinto. Per questo motivo, l’espressione di un’appartenenza originaria viene letta automaticamente come una sorta di sopraffazione. Si tratta di una concezione sbagliata di laicità, che non deve coincidere con la negazione della professione dei culti, ma al contrario con la possibilità di praticarli a patto che ciò non vada ad intaccare le libertà collettive e la tenuta della coesione sociale. Doveroso, quindi, che la politica si faccia carico di questi aspetti ed utile in questo contesto è stata la due giorni promossa da la Fondazione Magna Carta di Gaetano Quagliariello “a Cesare e a Dio”, che si è tenuta ad Anagni il 30 novembre è il 1 dicembre, nel corso della quale è stato analizzato il rapporto con la politica dei tre pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Tre profili differenti e tre modi differenti di affrontare le sfide della contemporaneità. Quella attuale vede un governo della Chiesa probabilmente orientato su un eccesso di compatibilità con le spinte all’indistinto, che rischiano di degenerare nel sincretismo. Se Papa Francesco da Greccio, all’inizio dell’Avvento, ha giustamente incoraggiato alla presenza del Presepe in tutti i luoghi possibili, non si può che registrare un reiterato silenzio della Chiesa sull’ondata oscurantista che colpisce i simboli cristiani in vari contesti, italiani e non. Quello a “non rinunciare” è il traguardo cui viene chiamato l’Occidente, ed è doveroso che in questo senso anche la politica debba ripensare il suo ruolo e soprattutto domandarsi quale debba essere il suo rapporto con la Chiesa di oggi.

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