L’Italia può ancora sfuggire alla “Waterloo” dei conservatori

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L’Italia può ancora sfuggire alla “Waterloo” dei conservatori

23 Marzo 2010

Domenica scorsa è stata un bel capitombolo per i conservatori tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre la Camera del Congresso americano approvava la riforma sanitaria di Obama, il Presidente francese Sarkozy riceveva una sonora legnata alle elezioni regionali francesi. L’elettorato di due grandi e importanti Paesi occidentali, spaventato dalla crisi economica, si è rifugiato fra le braccia protettive della sinistra, che sa ancora illudere con il miraggio delle protezioni sociali, delle 35 ore, di un welfare abbastanza solido da garantire assistenza a tanti ma non a tutti. Per i conservatori americani, e aggiungiamo noi per quelli francesi, è stata quindi una “Waterloo”, una sconfitta da ricordare e su cui meditare prima che da una battaglia si finisca per perdere la guerra. Vediamo come rialzarsi, pensando anche alla politica di casa nostra.

A evocare la tragica sconfitta di Napoleone, ieri è stato David Frum – uno degli speechwriter del presidente George W. Bush. La riforma sanitaria si è trasformata in una Waterloo perché il partito dell’Asinello, sostiene Frum, non ha saputo negoziare né trovare un compromesso con la solida maggioranza democratica al Congresso; così adesso il GOP rischia di mettere a repentaglio l’annunciata rimonta alle elezioni di medio termine. Colpa soprattutto di quella destra faziosa e intransigente – da Fox News a Rush Limbaugh – che ha terrorizzato per mesi il pubblico americano paventando lo spettro di una riforma che, a guardarla bene, non è poi così rivoluzionaria, e che invece avrebbe potuto conservare un’impronta repubblicana se solo il partito d’opposizione si fosse fatto furbo con il Presidente (preoccupato fino all’ultimo minuto di perdere completamente la faccia se il progetto non fosse passato). Alle stesso modo, in Francia, durante la settimana che ha separato il primo dal secondo turno delle Regionali, Sarkò ha continuato a insistere su temi della sicurezza e il pericolo dell’immigrazione che, pur restando due ottimi motivi per vincere alle urne, a quanto pare non sono più sufficienti davanti al trauma della crisi economica.

Potremmo anche prendercela con Frum dicendo che sta cercando di riposizionarsi nel mercato politico americano, e che il pezzo apparso sul suo blog è un favore fatto al Presidente democratico da un neocon rimasto orfano di Bush. Dipingere lo scenario più fosco di quello che è, insomma, può far comodo a soddisfare i propri appetiti e interessi personali. Ma se prendiamo con sincerità il discorso del giornalista americano, che resta pur sempre un uomo di destra (sui generis), in effetti ci accorgiamo che il rischio di perdere le elezioni e il contatto con il Paese c’è, quando si usano toni troppo forti, troppo estremi, troppo grevi in un periodo in cui l’uomo della strada deve fare i conti con stipendi affitti e pensioni altrettanto plumbei. Come dire, ormai anche il politicamente scorretto rischia di diventare uno stereotipo, tanto quanto quello corretto, e domenica, per fare un esempio pratico, non è stato un belvedere quando i fan dei Tea Party hanno atteso due rappresentanti neri all’entrata del Congresso per prenderli a sputi e a male parole (almeno così hanno raccontato i malcapitati).

Venendo alle cose di casa nostra, sabato scorso, a Roma, il popolo del Pdl ha riempito Piazza San Giovanni in vista delle Regionali, riempito ma neanche tanto, e con una guerra di numeri che fa rimpiangere le grandi manifestazioni della destra come quella del 2 dicembre 2006, quando nella stessa piazza romana si contarono (o meglio gli organizzatori contarono) 2 milioni di persone, il doppio dell’altro ieri. Ormai tutti guardano, anche troppo, e troppo presto, al post-berlusconismo, quando le sinistre proveranno a riprendersi il governo del Paese. Per adesso il premier e leader del Pdl riesce ancora a esprimere la sintesi delle diverse anime che popolano il mondo del conservatorismo italiano, ma per placare le continue “fibrillazioni” nella maggioranza, per non essere oscurato dai suoi rivali pretendenti e successori, e per far fronte alle bordate che arrivano dall’opposizione, il Cav. è costretto ad alzare sempre di più il volume dello scontro, fino a quando – potrebbe essere, ma anche no – gli italiani rimarranno assordati dagli slogan e quindi più disposti a cedere alle sirene delle sinistre, modello la vendoliana e gentile “poesia nei fatti”.

Ma c’è un modo per evitare la Waterloo italiana, direbbe Frum. Berlusconi accetti di incontrare Bersani in singolar tenzone nel salotto di Bruno Vespa, invece di rifiutarsi a priori di farlo. Tenda la mano all’opposizione, cercando di negoziare un accordo sulle riforme più controverse; non è detto che poi si facciano, ma il bello di Obama è che sembra sempre disposto a provarci in nome dell’interesse nazionale e del “bene comune”. In questo modo, se anche un giorno il Cav. dovesse farsi da parte, e il Pdl si trovasse per un periodo più o meno lungo di tempo lontano dai banchi del governo, non sarà un’altra “traversata nel deserto”, ma un breve e naturale cambio della guardia in attesa di tempi migliori. In fondo il messaggio di Frum è esattamente questo: mai rassegnarsi, neppure dopo una Waterloo. Se mai battersi con l’astuzia delle colombe obamiane.