L’Italia può ripartire se, puntando sulla formazione, torna a fare ricerca

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L’Italia può ripartire se, puntando sulla formazione, torna a fare ricerca

23 Luglio 2012

In questi giorni, mentre la bufera sull’euro invece di placarsi ha preso nuovo vigore, è appena uscita la relazione annuale della Banca d’Italia che riporta in maniera drammatica la fotografia della situazione del lavoro nel nostro paese: in 10 anni in media sono entrati nella busta paga degli italiani soltanto 29 euro, le retribuzioni reali nette si sono ridotte del 3,3% negli ultimi quattro anni ed è aumentato ulteriormente il divario tra Nord e Sud.

Di fronte a questa situazione drammatica, e ancora l’aggettivo a mio avviso non ne dà la misura completa, il cittadino elettore assiste basito alle noiose querelles tra i vari partiti e i loro leaders.

Basta sfogliare qualunque giornale, di non importa quale linea politica, per chiedersi semplicemente se questi hanno capito dove siamo, verso cosa stiamo andando e, soprattutto, dove ci hanno portato dopo anni di politica attiva.

Da una parte c’è un governo di tecnici, che peraltro hanno avuto il placet dei partiti all’inizio del loro lavoro, che sta cercando di barcamenarsi in una situazione che probabilmente nessuno, e nemmeno loro, avevano previsto potesse essere di questa portata; dall’altra ci sono i partiti della maggioranza anomala che, per bocca di alcuni dei loro rappresentanti (mai figure di estremo spicco), si lamentano e criticano ogni iniziativa del governo ma poi, in maniera compatta votano a favore dei decreti che questo inanella giorno dopo giorno per tentare di turare le falle che si aprono. E per una toppa che metto da una parte dieci buchi si aprono da un’altra. I numeri dei votanti i decreti sta riducendosi ad ogni nuova fiducia ma nessuno osa, e pour cause, di staccare la spina.

In tutto questo bailamme non sono riuscito una volta ad ascoltare o a leggere una proposta concreta, e soprattutto percorribile, di soluzione se non della crisi in toto almeno di alcuni dei problemi più urgenti. Le diatribe nascono e vivono su questioni marginali che la gente non capisce, o peggio, delle quali francamente non gliene frega un bel niente.

Vogliamo qualche esempio? Li estraggo a caso: il fondamentale problema delle primarie nei partiti, uno dei più gettonati.

Qui le famiglie non sanno come arrivare a campare già dalla fine della terza settimana e invece  si ascoltano nelle interviste persone sussiegose che spiegano al volgo l’importanza delle primarie per la scelta del leader. Tragica farsa di un mondo autoreferenziale che sta perdendo sempre più il contatto con la realtà e che nasconde, molto più semplicemente, le ansie e le ambizioni di aspiranti capi o vecchi capi oramai arrivati a fine corsa. Nel frattempo il paese deve confrontarsi con il problema degli esodati, questione evidentemente marginale per quanti sono impegnati in sottili e raffinate disquisizioni sull’importanza ”democratica” delle primarie (una pennellata di richiamo alla democrazia non ci sta mai male).

Vogliamo un altro esempio? Il ritorno di Berlusconi nell’agone politico, se del caso senza necessità di primarie ma per standing ovation.

In questo caso le cataratte del cielo si sono aperte non appena lui ha ventilato l’ipotesi, un ballon-d’essai come i tanti ai quali ci aveva tutti abituato, e sono partite critiche a valanga. Giuste? No perché si sono fermate nuovamente sul personaggio, sui suoi trascorsi; ce ne fosse stato uno che dall’opposizione abbia detto: rientri e tu sai che noi ti addebitiamo già lo stato nel quale è venuto a trovarsi oggi il paese; comunque se sei convinto che una maggioranza di cittadini voterebbe ancora per te facci sapere con quale programma concreto ti presenti, come intendi affrontare la crisi che non è solo interna ma pesantemente guidata da interessi esterni ( e non solo di carattere speculativo a mio avviso). Su questo, silenzio assoluto ma speriamo sempre che qualcuno si svegli e che il confronto sia sui fatti, sulle cose e non nel vaniloquio autoreferenziale.

Ancora un esempio? Parlano tutti della necessità di lanciare lo sviluppo per fare ripartire il paese: giusto, ma come? Per ora di idee se ne sono viste e sentite poche in giro e, soprattutto, proposte che difficilmente potranno dare risultati concreti a breve termine.

La spending review, orribile anglicismo specchio del provincialismo di seconda classe che caratterizza i nostri politici, sta partendo, ma anche qui in maniera che non appare molto razionale. Appare gestita piuttosto col metodo romanesco ndo’ cojo cojo, salvo poi fare marcia indietro quando partono proposte avventate seguite da immediati “contrordine compagni” (stendiamo un pietoso velo sugli ultimi episodi dei giorni scorsi).

Un paese per ripartire, in primis deve sostenere e garantire la formazione dei giovani, e il recupero formativo dei meno giovani, solo così si riprende a fare ricerca, a sviluppare prodotti e processi innovativi che permettano di essere competitivi.

Qualcuno ha sentito alcunché al riguardo? Solo un assordante silenzio mentre si discute sulla revisione delle modalità elettorali che molti vorrebbero cambiare, a parole, ma che, così come sono oggi, fanno comodo ai più e che non si farà in tempo a toccare prima della scadenza della legislatura.

Mi chiedo: ma questi che andranno a proporre ai cittadini nell’aprile 2013? Sono proprio curioso di sapere come andrà a finire.