L’Italia vista dal Times sembra un romanzo di Dan Brown

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L’Italia vista dal Times sembra un romanzo di Dan Brown

13 Maggio 2008

Richard Owen è il corrispondente da Roma del Times e per capire i suoi articoli sull’Italia paese da operetta con Berlusconi Godfather, gli italiani mammoni, puttanieri e fissati sulla Madonna, occorre tener presente una sua dichiarazione a Spoleto nel settembre 2005, con invitato d’onore Beppe Severgnini. “Ovviamente, la politica italiana è importante – disse Owen – l’economia anche, ma quando la nostra redazione ha la lista di tutte le notizie drammatiche che provengono dal mondo, si chiama Roma con lo scopo di avere articoli che divertano i lettori. Grazie a Dio c’è sempre qualcosa di questo genere dall’Italia!”.

Non occorre irritarsi, perché la puzza sotto il naso è British e non c’è paese che non venga deriso o punzecchiato. Con l’Italia il problema più forte è Roma, il papa, il cattolicesimo, San Pietro sempre bellissima, piena di fedeli da tutto il mondo, con pontefici come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il protestantesimo, come è noto, è in crisi, frantumato in mille chiese diverse, non ha un patrimonio culturale imponente e interiorizzato come quello cattolico, non ha riti e tradizioni popolari, simboli forti come le chiese nello skyline dell’Europa cattolica e questo irrita Owen. Il 29 aprile il Times pubblica un articolo di Owen con un titolo rumoroso come “Catholic Italy lacks knowledge of faith”. L’Italia dice di essere cattolica – attacca Owen – ma, secondo un’indagine recente di Eurisko coordinata dal professore Diotallevi, dal vescovo Vincenzo Paglia e dall’arcivescovo Ravasi, la maggioranza degli italiani non conosce neppure i fatti più elementari della Bibbia. Gli italiani hanno la Bibbia in casa, ma non la leggono, non sanno chi tra Mosè e Paolo fosse un personaggio dell’Antico Testamento e non sanno se sia stato Luca, Giovanni o Pietro a scrivere i Vangeli. “In principio era il Verbo, ma gli italiani non leggono”, scrive Owen traducendo Giacomo Galeazzi della Stampa. Il vaticanista Galeazzi è noto al pubblico inglese per il libro L’ultimo tabù, del 2007, dove narra di migliaia di sacerdoti che pur conservando la fede, hanno rotto il voto di castità e vivono storie d’amore lacerati dal senso del peccato. Un tabù aborrito da Owen, molto appassionato alle vicende di monsignor Milingo. Attingendo a piene mani all’articolo di Galeazzi sulla Stampa, Owen osserva sdegnato che se il 75% degli americani afferma di avere letto un brano biblico negli ultimi 12 mesi, solo il 27% degli italiani ha fatto lo stesso.

Se Owen avesse letto anche il Corriere, oltre la Stampa, avrebbe potuto raccontare agli inglesi che gli italiani sono in buona compagnia, perché l’ignoranza sulla Bibbia è globale, persino negli Stati Uniti, dove il 93% possiede la Bibbia, mentre solo il 67% degli inglesi e il 48% dei francesi ne ha una in casa. Il 75% degli italiani ha una Bibbia, ma la legge solo il 27%, insieme al 20% degli spagnoli e il 21% dei francesi. Se Owen avesse poi letto l’articolo di Sandro Magister sull’Espresso, settimanale non certo cattolico, avrebbe potuto offrire ai lettori del Times un quadro più completo dell’indagine, corredato da statistiche significative. In Germania, in Italia e in Polonia, alla lettura della Bibbia preferiscono un’omelia. Il record di ignoranza sulla Bibbia, per l’Espresso, se l’aggiudicano la Russia e la Spagna, mentre i punteggi migliori vanno a Germania, Polonia, Italia e Stati Uniti. Paradossalmente, nonostante la Bibbia sia poco letta, vi è un consenso quasi universale all’idea che si debba studiarla nelle scuole: in Russia sono favorevoli il 63%, in Italia il 62%, nel Regno Unito il 60%, in Germania il 56%, invece i francesi sono favorevoli solo per il 20% e contrari il 60%. L’indagine Eurisko promossa in 13 paesi del mondo, dà notizie importanti e tutt’altro che relative soltanto all’Italia, come si sono dovuti bere invece i poveri lettori del Times, il cui corrispondente da Roma è rimasto fulminato dall’articolo di Galeazzi e dalla frase di Cacciari: “La colpa della scarsa diffusione è della Chiesa: detiene il monopolio dell’insegnamento e impone l’autorizzazione vescovile agli insegnanti”. Dopo aver dovuto nei giorni precedenti dare notizia delle folle devote a Padre Pio – folle italiane, certamente pagane –, ma folle che le chiese anglicane da tanto tempo neppure si sognano, Owen si è buttato sull’articolo di Galeazzi, presentando un’Italia cattolica che non conosce neppure le basi della fede e ha ignorato perfino l’Espresso, settimanale certamente non cattolico e non filoberlusconiano. Forse gli inglesi si saranno divertiti, chissà, ma certo Owen non ha reso un buon servizio all’autorevolezza del Times.

Oltre a Richard Owen, il Times ha come corrispondente da Roma John Follain, tra i cui principali interessi, oltre al Vaticano, vi sono la Sicilia e Mussolini. Nel 2005 ha pubblicato Mussolini’s Island, sull’invasione della Sicilia dove parla poco dei crimini del generale Patton. Sempre alla Sicilia è dedicato A Dishonoured Society: The Sicilian Mafia’s Threats to Europe, del 1995. Dopo l’elezione di Alemanno, Follain si è prodotto in un articolo l’11 maggio intitolato dal Times “Italy needed fascism, says the new Duce”. Il nuovo Duce per Follain sarebbe Alemanno, il quale nell’intervista spiega che sarebbe impossibile per un fascista essere eletto sindaco di Roma nel 2008 e che Roma ha solide radici democratiche. Per Follain, fermo ai tempi dello sbarco in Sicilia, quella di Alemanno è solo una dichiarazione opportunistica per sbarazzarsi di un etichetta imbarazzante. In realtà è il nuovo Duce: difficile per gli amici inglesi dimenticare che il fascismo è finito nel secolo scorso, come l’impero britannico. Ma la nostalgia dell’impero perduto è forte tra i Britons e li porta perfino a immaginarsi un nuovo Duce in Alemanno, pur di continuare a pensare all’Empire. Eugenio Scalfari deve avere letto in bozze l’articolo di Follain, perché nell’editoriale domenicale parla di “dolce dittatura” del IV governo Berlusconi. Che dire? Una gran sintonia tra Roma e Londra a volte o forse troppa nostalgia per Scalfari della giovinezza nella Roma della “dolce vita”. Per Follain, autore nel 2007 di City of secrets, sui segreti torbidi del Vaticano dietro la morte di una guardia svizzera, forse solo la frustrazione di non essere Dan Brown e non avere scritto il Codice da Vinci.