L’IUE mostra tutto il fallimento della cultura europea (e di sinistra)

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L’IUE mostra tutto il fallimento della cultura europea (e di sinistra)

20 Marzo 2011

La rivolta libica e la crisi dei regimi nordafricani hanno mostrato che l’Europa politica non esiste. L’Europa non è nemmeno in grado di varare un piano per contenere l’immigrazione, né di lanciare un piano Marshall per il Nord Africa e il Medioriente. Non c’è da meravigliarsi; e, vista la crisi dell’euro, non possiamo neppure più parlare di gigante economico e di nano politico. In tutti questi anni, non è neppure stata creata una cultura europea. L’Istituto Universitario Europeo di Firenze, con le sue bellissime sedi – dalla stupenda Badia fiesolana alle ville, si pensi a villa Schifanoia, sulle colline di Fiesole – è uno splendida macchina, dove il nostro ministero degli esteri spende milioni di euro, con strutture e servizi fantastici (in tutti i miei lavori ringrazio sempre l’ottima biblioteca e il gentilissimo staff Iue), che finora non ha prodotto un libro o delle ricerche diverse da quelle fatte in una qualsiasi media università europea. E’ un luogo incantevole per docenti di ogni paese europeo, dà borse di studio per il dottorato di ricerca a giovani laureati, offre varie fellowship post-dottorato e di ricerca a studiosi più maturi, che devono finire un libro, come gli Humanities Center americani, ma non ha prodotto in tanti anni niente di nuovo.

Inoltre, con l’Erasmus, non possiamo neppure più giustificarne l’esistenza con la motivazione che così i nostri studenti hanno rapporti con altre esperienze europee. I nostri ragazzi volano per l’Europa con Ryanair con pochi soldi quando vogliono, i nostri laureati vanno fino in Cina e in Nuova Zelanda per un dottorato e vengono assunti nelle migliori università americane.

Il problema principale dell’Iue è di essere una Ferrari che non va a più di 60km all’ora e quale persona razionale manterrebbe una Ferrari per non superare i 60 su un’autostrada? E’ divisa in dipartimenti (storia, legge, scienze politiche, economia), come una qualsiasi media università europea e non studia niente di diverso da ciò che si studia in una media università europea, compresi i gender studies e gli Human rights. Per avere libri sulla violenza nell’Europa moderna, su Firenze nel ‘400, sulle donne dei Medici nelle corti europei, sulle rivoluzioni in Russia e in Cina – tanto per citare alcuni titoli delle pubblicazioni Iue più recenti – è necessario una macchina così costosa?

Certo, l’Iue può essere utile per rendersi conto che le cose non funzionano in Europa diversamente da quanto accade da noi. Nel mondo accademico europeo, il clientelismo e il familismo è scontato: insomma, andare al barbecue e alla cena giusti vale spesso più di una buona ricerca, conta avere gli amici giusti, appartenere all’area di Prodi, di Meny, di Giddens, avere un nome famoso di sinistra (p.e. essere figlie di un direttore dell’Unità e di una famosa giornalista del manifesto) o, comunque, una raccomandazione politically correct.

Ci si rende subito conto che il familismo amorale teorizzato da Paul Ginsborg per l’Italia è qualcosa che lui conosce bene. Reader del Churchill College, autore di un libro su Lenin e uno su Manin, giunto con una fellowship Jean Monnet all’Iue per scrivere un libro generalista sull’Italia, Ginsborg è divenuto ordinario, con una legge che assume senza concorso universitari di chiara fama all’estero, e si è piazzato all’università di Firenze, dove è stata poi assunta come docente di lingua e letteratura turca anche la moglie turca Aise Saraçgil, non particolarmente nota per pubblicazioni di letteratura turca. Il familismo amorale, come il clientelismo, di cui parla Ginsborg per l’Italia, è diffuso nell’ambiente accademico internazionale. Negli Stati Uniti, dove i docenti si spostano continuamente da una università all’altra, è abbastanza normale occuparsi anche di trovare un posto alla moglie nello staff amministrativo dell’università (non però nello staff accademico), così se un’università americana decide di investire su un dipartimento di fisica è abbastanza regolare che il capo dipartimento chiami a lavorare al suo progetto di ricerca le persone da lui ritenute migliori in quel settore e anche amiche.

L’Iue non è neppure un luogo privilegiato per rendersi conto quanto sia assurda la teoria del complotto mondiale ebraico: sapevamo che gli ebrei si litigano continuamente tra di loro, e rientrano nella norma episodi come lo storico ebreo inglese italianista che fa cacciare lo storico ebreo francese americanista, accusandolo di recarsi troppo spesso alla Sorbonne, per le solite questioni accademiche che niente hanno a che fare con la politica. Come rientrano nella routine gli scontri per fare passare all’Iue i propri amici, così non c’è niente di diverso da quanto accade dovunque, comprese le cordate, dopo la fine del contratto Iue, per avere una cattedra a Venezia, Firenze o Roma, sedi ambite dagli ex europei della Badia. È invece grave che nessuna università italiana abbia tentato di assicurarsi un sinologo di fama internazionale come Nicola di Cosmo, docente in Nuova Zelanda per anni e poi chiamato a Princeton, dove hanno soltanto letto e considerato soltanto le sue pubblicazioni. Noi ci teniamo Ginsborg a Firenze o Stuart Woolf a Venezia a insegnare storia dell’Italia contemporanea, dibattiamo sulle teorie di Ginsborg e Woolf sul fascismo o Berlusconi e perdiamo un sinologo come Nicola Di Cosmo.

Il problema principale dell’Iue è di essere una copia di una qualsiasi media università europea, ma di costare molto di più. De Gaulle era contrario al progetto di un Istituto europeo, fu invece voluto tenacemente dagli italiani, che misero a disposizione gioielli architettonici e artistici come la Badia fiesolana, con quel senso di inferiorità che ha caratterizzato la cultura italiana del secondo ‘900, senza neppure mai richiedere un presidente Iue italiano. Dal primo presidente Max Kohnstamm, ex segretario della regina d’Olanda e dal filosofo del diritto Werner Maihofer, ministro degli interni durante il rapimento del presidente della confindustria tedesca e la morte nel carcere di Stammheim dei capi della banda Baader-Meinhof, è passato di tutto tranne un italiano.

Per quelle curiose stranezze della nostra sinistra e per comprendere  quanto poco l’etica e la politica entrino nelle posizioni più vibranti dei suoi più austeri intellettuali, Werner Maihofer, considerato responsabile di quanto accadde a Stammheim, era in ottimi rapporti dal 1964 con Norberto Bobbio, che firmò nel 1971 l’appello dell’Espresso contro Luigi Calabresi, una condanna a morte e l’inizio del terrorismo rosso in Italia. L’Iue è la dependance fiorentina di Prodi, accolto dagli anni ‘90 con grandi onori dal gran ciambellano Meny, ora presidente della Luiss di Roma, con uomini come Stefano Bartolini, direttore del Robert Schuman Center dell’Iue, economista e autore di un libro dove sostiene che i soldi non danno la felicità, anzi averli fa andare in depressione. Non è certo il cotè politico il maggior problema dell’Istituto universitario europeo, ma le carenze scientifiche di questo splendido carrozzone, che si basa sulla vecchia idea ottocentesca di usare l’università per fare gli europei. Noi italiani abbiamo sperimentato questo tipo di università ottocentesca per fare gli italiani, per omologarli: sono diventati patrioti, fascisti, antifascisti, democratici, politically correct, ma, come abbiamo visto, per l’omologazione è stata più efficace la tv: hanno imparato tutti bene o male l’italiano, consumano più o meno gli stessi prodotti, si vestono allo stesso modo, vedono gli stessi format delle tv europee e, dopo la lezione di Benigni sull’inno a Sanremo, con qualche fiction risorgimentale, sono diventati patrioti anche i vecchi compagni con Garibaldi-Che Guevara.

Un centro di ricerca europea costoso come l’Iue non può limitarsi a essere la brutta copia di una qualsiasi università di serie B europea, dove non si fanno ricerche sull’Africa, sull’Asia, sui paesi arabi, sulla Russia, sull’America del Nord e del Sud. Esistono centri di eccellenza in Francia, dove geografia, etnografia, antropologia, storia, studi di lingue non europee si incontrano con economia e matematica, scienza e tecnica, sociologia della politica, tecnologie della comunicazione, teorie sulla guerra non convenzionale. Avremmo bisogno di qualcosa di simile. Siamo sperimentando una grande rivoluzione tecnologica e, come sappiamo, le rivoluzioni scientifiche cambiano l’organizzazione del sapere, così come cambiano il mondo. Schumpeter ci ha insegnato – ci è stato ricordato in questi giorni da Giuseppe Bedeschi sul Corriere – come le scienze sociali nascano nel XVIII, il secolo della grande rivoluzione scientifica, da cui prende il via il processo della rivoluzione industriale. La grande rivoluzione scientifica non nasce dalle accademie, i grandi scienziati e filosofi dell’epoca si scrivono tra di loro attraverso Mersenne, le vecchie università diventano obsolete, il sapere si trasforma, nasce lo Stato moderno, cambia l’episteme. Ha senso mantenere una Ferrari che non supera i 60 km all’ora per conservare gli atti del Parlamento europeo, per i quali, se ci teniamo tanto, basterebbe un edificio, per quanto sontuoso, che svolga le mansioni di archivio e non usare i tanti milioni di euro spesi in questa baracca di lusso per un centro di eccellenza all’altezza delle sfide che il nuovo secolo ci pone?