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ll mondo abbandona i tibetani alla repressione della Cina

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Il Tibet è solo nella ribellione contro Pechino. In Cina, per il senso di identità imperiale Han, i cinesi propriamente detti, nessuno si scalda per il Tibet mentre è in corso la repressione; all’estero, la Realpolitik limita le reazioni dei governi a contenute espressioni verbali, mentre il Vaticano, impegnato in delicati contatti, osserva il silenzio. E nessuno boicotterà le Olimpiadi.

Quel che è straordinario è che la rivolta ci sia stata. Ogni anno a marzo si hanno a Lhasa piccole manifestazioni in ricordo della fallita sollevazione del 1959, in genere agevolmente contenute e disperse dalla polizia. Questa volta, forse per iniziale esitazione nell’uso della forza, nella doppia immagine che in vista delle Olimpiadi la Cina vuol dare di sé - società armoniosa ma vigilante sulla sicurezza - la protesta si è allargata e aggravata: grazie alle immagini trapelate, è divenuta uno spettacolo internazionale della repressione che ne è seguita, mostrando una Cina repressiva e al tempo stesso impotente. Il peggio verso l’esterno e verso l’interno. Per questo, avendo addosso gli occhi del paese e del mondo, Pechino, isolata la regione, riafferma il pugno duro e non esita nel completare la repressione non soltanto a Lhasa, ma anche nelle altre province dove monaci e comunità tibetane hanno provato a sollevarsi. Non intende dare alle proteste il minimo spazio, nel timore che una certa flessibilità possa essere interpretata come debolezza.

No, non ci sarà per il Tibet una intifada o una rivoluzione arancione come in Ucraina. Qualsiasi protesta sarà implacabilmente stroncata, cercando di bloccare al massimo il flusso di notizie e immagini all’esterno, mentre è già stato sospeso il turismo verso la regione, che ha avuto l’anno scorso un milione e mezzo di visitatori.

Lo stesso capo del partito e dello stato, Hu Jintao ha costruito la sua carriera con dure repressioni in Tibet: era capo del partito a Lhasa quando nel marzo 1989 vi scoppiarono rivolte che non esitò a stroncare con lo stato d’assedio. E ciò avvenne solo poco prima delle grandi manifestazioni a Pechino sfociate poi nella strage della Tiananmen. Non c’era relazione tra i due moti: ma agli occhi dell’alta dirigenza la sua fermezza fu modello esemplare.

Sul piano interno, il potere non ha preoccupazioni. La causa del Tibet non scalda il cuore di alcun cinese, benché vi siano circa 150 milioni di buddisti, i quali, come altri credenti, possono praticare la loro religione solo se sottomessa al partito comunista. L’indifferenza, se non astio, per il Tibet, non è solo perché la propaganda parla soltanto di innocenti civili uccisi dai rivoltosi, e la Tv mostra assalti alla Banca di Cina e a negozi di cinesi. L’elemento di fondo è lo storico senso imperiale e il crescente nazionalismo Han, i cinesi propriamente detti, cresciuti nel convincimento che il Tibet è storicamente parte della Cina, benché abitato da una minoranza diversa. Ed esso è importante quale “zona cuscinetto” verso l’India, storica rivale, o altre potenze presenti in Asia centrale. Nel miglioramento generale del tenore di vita nonostante le disuguaglianze, si teme che l’instabilità possa mettere a repentaglio lo spettacolare sviluppo che già di per sé sollecita tutta la fierezza nazionale. Il partito, avendo rinunciato all’ideologia conservando l’autoritarismo, agita da tempo motivi nazionalistici, per i quali il successo delle Olimpiadi costituisce non solo legittimazione internazionale del regime, ma riconoscimento da parte del mondo dell’importanza della Cina quale nazione, e delle sue capacità organizzative per il maggior evento sportivo del pianeta. Tutto ciò è ora messo a rischio, nella comune mentalità cinese, da una piccola minoranza che addirittura protesta contro la modernizzazione portata in Tibet, e contro la libertà di movimento grazie alla quale tanti Han vi si sono trasferiti, contribuendo al suo sviluppo.

Dopo le devastazioni dell’età maoista, Pechino ha in effetti trasformato il Tibet con una modernizzazione accelerata, se non brutale. A lungo gli Han erano solo una minoranza di funzionari di partito, burocrati, militari, poliziotti. Con le riforme, la gente comune ha cominciato a spostarsi, e Pechino ha incoraggiato gli insediamenti di Han con vari incentivi, da facilitazioni fiscali e creditizie a esenzioni dalla regola del figlio unico. Ha sottratto la regione all’isolamento con una ferrovia, inaugurata nel 2005, che collega Lhasa a Pechino: un’opera di alta ingegneria, oltre mille chilometri di binari impiantati sul permafrost a oltre 4.000 metri di altitudine. Il risultato è che i tibetani sono diventati minoranza, mentre gli Han sono dominanti come numero e come corpo sociale etnico in campo economico e politico. Scopo ultimo è l’assimilazione e la sinizzazione del Tibet, in gran parte già avvenuta. 

Nella visione della Città Proibita pesano il timore di interferenze straniere come per la rivoluzione arancione in Ucraina, e l’esempio del Kosovo, da provincia serba divenuta adesso indipendente. Anche se lo stesso Dalai Lama non ha questo obiettivo, reclamando solo autonomia reale lasciando a Pechino gli affari esteri e la difesa, la Cina nutre questi sospetti, e considera interferenze straniere nell’ambito del “genocidio culturale” da lui denunciato, anche secolari pratiche religiose facenti capo a lui stesso. Seguendo i principi della reincarnazione, il Dalai Lama scelse infatti nel 1995 un ragazzo di 6 anni che viveva a Lhasa, quale Panchen Lama, il secondo monaco subito dopo di lui nella complessa gerarchia religiosa. Ma quasi subito il bambino scomparve con la sua famiglia, e di loro non si è più saputo nulla. Poco dopo Pechino nominò per quel posto un altro ragazzo, ora di 17 ani, esibito nell’ottobre scorso quale ospite d’onore al congresso del partito comunista. L’agenzia Nuova Cina ha diffuso in questi giorni la sua condanna delle proteste dei tibetani, e il suo “deciso sostegno al partito e al governo nell’assicurare sicurezza e stabilità a Lhasa”.

Senza preoccupazioni interne nella repressione, Pechino non ne ha neanche di carattere internazionale. La Cina non è la Serbia. Con riserve per oltre 1.500 miliardi di dollari, è il maggior creditore del mondo, specie gli Stati Uniti, avendoli investiti in gran parte in bond Usa. Ha ricevuto investimenti stranieri per oltre 800 miliardi di dollari, ed è altamente integrata nell’economia mondiale: i suoi prodotti a basso costo hanno contribuito a limitare l’inflazione negli Usa e in Europa, e per alcuni settori high-tech, come telefonini e computer, è tra i maggiori produttori; ed è essa stessa sbocco di molte esportazioni occidentali.

Politicamente, ha il veto all’Onu, si è mostrata in qualche modo collaborativa sull’Iran, e tiene a bada la Corea del Nord, che anche grazie alle sue pressioni ha rinunciato, almeno dice, al nucleare, favorendo Bush nel toglierla dall’asse del male. Senza farsi condizionare da Pechino, la Merkel e Bush hanno ricevuto nei mesi scorsi il Dalai Lama, ma ora, come tutti gli altri, non possono fare di più. In Cina, per il senso imperiale Han, il Tibet è solo. Fuori, condannato dalla Realpolitik, gode soltanto di simpatia di amici impotenti.

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4 COMMENTS

  1. Che vergogna, che triste, ma
    Che vergogna, che triste, ma le reazioni in tutto il mondo mi fanno sperare quanto meno che un rigurgito di dignità e di politica vera (e non solo politica legata all’economia) possan portar a qualcosa di diverso. Tibet Libero!

  2. il mondo abbandona i tibetani
    Il suo articolo è molto bello e mi ha aiutato a chiarirmi le idee. Finalmente niente se e niente ma.
    Se fossi persona di governo, avrei la responsabilità di decidere quale posizione meglio aiuterebbe la liberazione dei popoli sottoposti al regime comunista cinese (tra cui il Tibet), se boicottare o partecipare. Non credo sarebbe decisione facile, anche se avrei forse accesso a informazioni riservate.
    Come individuo, però, ho il dovere di prendere una decisione non politica, ma ideale. In realtà, anche a prescindere da decenni di repressione antitibetana, la Politica del Figlio Unico (vedi “Le bimbe cinesi non hanno diritto alla vita”, L’Occidentale, 9 gennaio 2008) basta e avanza a definire e a farmi giudicare un paese che assomma i peggiori lati del comunismo, del fascismo e del capitalismo. L’articolo di Ed Douglas (The Observer, 26 marzo 2008, p.23) mi pare renda bene l’idea: certe posizioni e dichiarazioni dei governanti cinesi non si spiegano altro che con la forma mentis di qualsiasi totalitarismo, che fino al giorno prima della sua caduta ha paura di qualsiasi libertà, soffre di delirio di onnipotenza, e inventa spiegazioni tanto stupide quanto non credibili alle crepe del regime. Dunque, per quel che vale, le Olimpiadi dell’estate 2008 avranno un telespettatore in meno.
    Come elettore, poi, non ho dubbi: voterò per quel candidato o quella candidata che proporrà e sosterrà il boicottaggio.

  3. Solidarietà ai tibetani
    Concordo con l’articolo ed esprimo – per quel che può valere – la massima solidarietà al popolo tibetano, oggetto di un vero e proprio “genocidio culturale”, diventato a forza di colonizzazioni Han minoranza in “casa propria”.
    Purtroppo Pechino non lo si può bombardare. Però, un ultimatum del genere:”O autonomia al Tibet sotto la guida del Dalai Lama entro un mese, oppure boicottiamo le Olimpiadi” penso sia d’obbligo per ogni governo democratico occidentale rispettoso dei Diritti Umani. E chissenefrega se la Cina non ci vende più le cianfrusaglie a poco prezzo (ammesso e non concesso che lo faccia, visto che i cinesi in Italia ci campano su quelle vendite e non è nell’interesse dei mandarini rossobruni di Pechino lasciarli morir di fame), si comprano dal Vietnam o da altri, che diamine!

  4. sono molto triste, forse
    sono molto triste, forse perchè di conflitti in questo mondo ce ne sono a iosa, ma sappiamo tutti che quando un popolo utilizza la non violenza non viene considerato da nessuno. aspettiamo che anche i tibetani diventino kamikaze? aspettiamo che i governi facciano qualcosa? leggiamo chomski, che ci racconta come tutti i governi democratici siano implicati in guerre sanguinose in africa, asia, america latina…qualcuno a fatto qualcosa contro pinochet? quanti decenni ci sono voluti per abolire l’aparthaid in sudafrica? non credo nella bontà, senso di giustizia dei governi, credo nella gente. non penso che tutti i cinesi siano cattivi, sono sottomessi e quindi non possono parlare, scrivere, fare figli, professare religioni…i prodotti che noi compriamo dai cinesi sono il risultato di operai schiavizzati. credo che l’alternativa sia solo boicottare i prodotti, non fare vacanze in cina (come in birmania), parlare con i cinesi che si vogliono ribellare. credo nella non violenza ma il tibet (che ricordiamo era uno stato indipendente fino a 60 anni fa) non è l’india di gandhi e la cina non è l’inghilterra…
    pace in tibet, il tibet ai tibetani.

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