Lo conferma anche S&P, lo spettro dei conti pubblici tormenta gli Usa

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Lo conferma anche S&P, lo spettro dei conti pubblici tormenta gli Usa

19 Aprile 2011

Era nell’aria, e puntualmente è avvenuto. Ieri, per la prima volta, l’agenzia di rating Standard and Poor’s ha rivisto al ribasso il rating sul debito americano, portandolo da "stabile" a "negativo". In pratica, il paese corre il rischio che, alla prossima valutazione, il rating venga portato da AAA (il massimo possibile) ad AA+.

Anche il gigante americano, quindi, non si è salvato dalla crisi delle finanza pubblica internazionale. "Se un accordo sulla riduzione del debito americano non sarà raggiunto nel giro dei prossimi due anni", si legge nella giustificazione data dall’agenzia di rating, "c’è una probabilità su tre di downgrading". L’accordo in questione dovrebbe prevedere un taglio drastico nella spesa pubblica durante i prossimi anni, una manovra lacrime e sangue che dovrebbe abbattere il deficit pubblico di 4mila miliardi di dollari nei prossimi 12 anni, come Obama ha ricordato la scorsa settimana, quando si è rischiata persino la chiusura degli uffici pubblici. Eppure, proprio Obama ha commentato con estrema durezza il giudizio dato sul rating americano, definendolo come un "giudizio politico".

Guardando lo stato dei conti pubblici statunitensi, però, è facilmente visibile come lo squilibrio finanziario del colosso americano stia velocemente aumentando. I dati di bilancio mostrano un incremento significativo del deficit pubblico in rapporto al PIL, passato dal 2 per cento del 2006 al 10,6 per cento del 2010, mentre le previsioni redatte dal Fondo Monetario Internazionale prevedono un ulteriore aumento a 10,8 per quest’anno. Per quanto riguarda il debito pubblico, sempre in rapporto al PIL, esso si attestava al 61,7 per cento nel 2005, mentre per quest’anno le previsioni indicano un tasso pari al 99,5 per cento, mentre nel 2012 il valore dovrebbe addirittura toccare il 102,9 per cento. Guardando questi dati, in sostanza, ci si accorge che il giudizio di S&P’s è tutt’altro che politico.

Ma le bad news, per Obama, non finiscono qui. Un recente rapporto del Fondo Monetario calcola che gli Stati Uniti dovranno effettuare nei prossimi anni uno dei più consistenti aggiustamenti fiscali tra le economie avanzate, che dovrebbe toccare i 12 punti percentuali di PIL, un valore che supera addirittura la manovra correttiva quantificata per paesi come Grecia, Portogallo e Spagna. Se prendiamo poi la percentuale di crescita della spesa pubblica nella sanità per il ventennio 2011-30, gli Stati Uniti balzano al primo posto, con una percentuale di incremento rispetto al PIL pari a oltre il 5 per cento.

Il quadro di finanza pubblica che il governo americano dovrà fronteggiare nei prossimi anni è tutt’altro che roseo. L’amministrazione democratica dovrebbe quindi accusare meno le agenzie e pensare di più a soluzioni drastiche, prima che la situazione sfugga veramente di mano. D’altronde, il deterioramento delle finanze americane rappresenta soltanto la conseguenza di politiche fiscali incentrate sul deficit spending di stampo keynesiano, sostenute per anni dai democratici, le quali, unite ad una politica monetaria troppo accomodante sui tassi di interesse, ha spinto per anni la crescita economica. Ma una volta che i soldi pubblici sono fini, rimangono i debiti.

La situazione americana desta preoccupazioni sia sul versante economico che su quello politico. Su quello economico perché nessuno è in grado di quantificare quali potrebbero essere gli effetti sui mercati finanziari mondiali di una crisi della finanza pubblica americana. Tanto per fornire un esempio, ieri i credit default swap americani sono saliti, a seguito dell’annuncio di S&P’s del 16 per cento, portandosi a 50 punti, ad un livello superiore a quello dei bund tedeschi, che da ieri diventano quindi il rifugio più sicuro per gli investitori. Il deterioramento delle finanze americane potrebbe causare anche un cambiamento negli spread internazionali, con conseguenze marcate su tutto il mercato dei titoli di Stato e, di conseguenza, una ridefinizione dei portafogli degli investitori, con conseguente variazione dei flussi d’investimento tra le varie aree geografiche mondiali. La crisi potrebbe anche obbligare la Federal Reserve a rivedere completamente la propria politica monetaria, che per anni ha strizzato l’occhio ad obiettivi di crescita e che d’ora in avanti non potrà evitare di considerare il rigore nei conti pubblici. Questo scenario darebbe ragione alla strategia seguita dalla BCE, per anni considerata troppo conservatrice ma che a seguito delle recenti crisi finanziarie sta cominciando ad emergere come l’unica sensata.

Sul versante politico, invece, la crisi della finanza pubblica diverrà quasi sicuramente uno dei temi principali sui quali si combatterà la campagna per le presidenziali del 2012. Obama ha dichiarato che per risollevare il debito è pronto ad un maxi-aumento delle tasse per i contribuenti più ricchi e ad una forte riduzione della spesa pubblica, fornendo così il destro al partito repubblicano per attaccarlo sulla questione economica, da sempre uno dei cavalli di battaglia del partito democratico. E se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente nei prossimi mesi, la battaglia per la riconquista della Casa Bianca per Obama diventerà una partita molto dura da giocare.