Lo humor un po’ noir e démodé di Wodehouse

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Lo humor un po’ noir e démodé di Wodehouse

24 Gennaio 2009

Un umorista di genio, forse l’umorista per antonomasia.  Di Sir Pelham Grenville Wodehouse tutti i benpensanti dicono di aver letto qualcosa. Almeno un racconto, almeno una storia del formidabile Jeeves, almeno un romanzo della serie del castello di Blandings. Eppure, la ricomparsa di alcune delle sue più divertenti opere non sembra scaldare così tanto i critici nostrani.

La casa editrice Excelsior 1881, ad esempio, ha pubblicato qualche mese fa un noir finora inedito in Italia, intitolato Delitto all’Excelsior (pp. 188, euro 16,5) che non ha trovato moltissimo riscontro nelle colonne dei principali quotidiani nazionali. Una freddezza motivata forse dal fatto che lo scrittore inglese si misura su un genere, il giallo appunto, non proprio solcatissimo nella sua carriera letteraria.

A rimetterci le penne, stavolta, è un anziano fornitore navale. Luogo del delitto, il lussuosissimo hotel che dà il nome al libro. Il caso viene affidato a Elliot Oakes, un investigatore privato piuttosto sui generis, che tra un coupe de theatre e un altro, riuscirà a districarsi nell’enigmatica storia. In questo come in altri racconti  (il libro proposto dall’editore milanese è in realtà un’antologia che contiene altri quattro divertissement in perfetto stile “perfida albione”) Wodehouse non abbandona mai la vena surreale e tragicomica delle sue più fortunate storie, che iniziò a raccontare giovanissimo.

Nato a Guildford il 15 ottobre del 1881, fu da subito preso in cura da Miss Roper, una donna del tutto priva di humour, fanaticamente dotata di “tutte le più tradizionali (e cupe) virtù, come il senso della pulizia, dell’ordine e della formalità” e da due zitelle, Cissie e Florrie, terrorizzate da “qualsiasi cosa che potesse essere anche remotamente divertente”. Trascorsi gli anni al Dulwich College, non intraprese mai gli studi universitari per problemi economici e, dopo aver lavorato in banca due anni, conobbe presto il successo iniziando a scrivere sul londinese Glob. Scoppiata la seconda guerra mondiale, Wodehouse sembrò quasi disinteressarsene e, nonostante l’incipiente occupazione nazista, decise di restare nella residenza estiva di Le Touquet, in Francia. Disinteresse che continuò anche durante la prigionia tedesca in Belgio e poi a Tost, nell’attuale Polonia, e che non gli impedì di continuare a dare sfogo alla sua vena di performer, intrattenendo gli altri prigionieri con dialoghi umoristici e – considerato il contesto – decisamente grotteschi. Venne rilasciato in tempo per festeggiare il sessantesimo compleanno, convincendosi a partecipare a diversi programmi radio, in onda nella Berlino del Fuhrer. Va da sé che la «perfida albione» non la prese affatto bene: a guerra conclusa fu accusato di collaborazionismo e tradimento, alcune biblioteche bandirono i suoi libri e buona parte dei più apprezzati scrittori lo incriminarono di tutto e il suo contrario.

Le critiche convinsero così Wodehouse a trasferirsi in America, dove sarebbe rimasto fino alla morte, nel 1975 a Southampton. Oggi i recensori sembrano averlo un po’ snobbato, mentre i giornalisti culturali lo utilizzano un po’ a corrente alternata.  Del resto, molti anni fa, era stato lo stesso Wodehouse ad avvertirci di diffidare della genia: “i critici non si vedono mai di giorno. Escono a notte fatta, per combinarne qualcuna delle loro”.