Lo scontro con Tremonti è serio ma non è detto che debba finire con le dimissioni

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Lo scontro con Tremonti è serio ma non è detto che debba finire con le dimissioni

26 Ottobre 2009

Come tutti quelli che hanno un carattere, Giulio Tremonti ne ha uno pessimo. Se a questo si aggiunge che la congiuntura internazionale e quella interna lo costringono nel ruolo del "signor no", si può capire perché non goda di molte simpatie tra i colleghi di governo.

Il suo punto di forza però, quello che gli ha consentito di sopravvivere nonostante l’ostilità di buona parte degli altri ministri, era l’intesa  – non con la Lega, quello semmai è un punto di debolezza – ma con Berlusconi.

Il presidente del Consiglio ha avuto chiara sin dall’inizio la necessità di affrontare la crisi economica planetaria mettendo in sicurezza i già disastrati conti pubblici e per questo si è fatto carico della continua mediazione necessaria a far convivere il rigore tremontiano con le naturali ambizioni di spesa degli altri dicasteri. E’ stato un lavoro paziente e faticoso che ha però permesso di portare a casa una finanziaria triennale anticipata e sottratta ai tradizionali assalti alla diligenza e di mettere l’Italia in condizioni di arrivare viva all’uscita del tunnel.

A questo punto però si poneva un cambio di passo, se non subito nella sostanza, almeno nella comunicazione e nel discorso pubblico. E’ in questo passaggio che Tremonti ha commesso un errore. Il suo atteggiamento generale, le sue mosse politiche, la continua evocazione delle dimissioni possibili, l’utilizzo della Lega come scudo protettivo, hanno dato la netta impressione che Tremonti considerasse la politica economica del governo un suo esclusivo appannaggio e qualsiasi interlocutore un intruso.

Se le cose stanno così Berlusconi non può fare a meno di affrontare il problema fino alle sue estreme conseguenze. Nessun capo di governo può ammettere di veder commissariata la sua libertà d’azione in campo economico. E non è Tremonti che ha preso i voti per governare bensì Berlusconi.

Il ministro del Tesoro può leggittimamente lamentare il fatto che il presidente del Consiglio annunci un taglio di tasse non concordato ma poi dovrebbe far buon viso a cattivo gioco e trovare punti di conciliazione. Un capo di governo invece non può tollerare che un accordo a lungo ricercato con le regioni sui fondi di loro spettanza venga risolto all’improvviso dal ministro del Tesoro senza comunicazioni e quando egli si trova all’estero.

Per quesi motivi la pretesa di Tremonti di assurgere al ruolo di vice-premier con delega all’economia ci appare irricevibile. Ha ragione persino Gianfranco Fini quando dice che sarebbe la "fine del berlusconismo". Sarebbe la capitolazione del premier sul fronte politico più sensibile e decisivo di qualsiasi governo. Per di più in favore di un ministro che si presenta sempre più come estraneo al partito che ha vinto le elezioni e connesso semmai con gli interessi non sempre coerenti della Lega di Bossi.

Dicevamo degli errori di comunicazione: essersi presentato all’incontro con Berlusconi ad Arcore sabato scorso  scortato da Bossi e Calderoli in qualità di pretoriani è stato uno di questi. La pretesa tremontiana è così apparsa doppiamente inusitata: l’economia sottratta al controllo del premier e al controllo del partito di maggioranza relativa e in più collocata nell’area di influenza leghista.

Per quale motivo il Pdl, il resto del governo e Berlusconi stesso dovrebbero accettare una simile soluzione è inspiegabile. Qui non si tratta più di mediare tra il partito del rigore e il partito della spesa ma di abdicare a ogni mediazione. Tanto più che è tutto da dimostrare che l’unica alternativa alla politica tremontiana sia l’allegro sperpero delle risorse pubbliche. Ci sono non solo vie di mezzo ma anche vie alternative.

Per tutti questi motivi lo scontro in atto tra Berlusconi e Tremonti è serio e profondo, non è gossip giornalistico ma ha radici fattuali nelle dinamiche del potere. Allo stesso tempo non è un conflitto con una sola via d’uscita, quella delle dimissioni. Tutt’altro.

Non si vuole sottrarre a Tremonti i suoi meriti e la sua responsabilità sulla tenuta dei conti. E non si vuole – almeno in questa occasione – entrare nel merito di scelte alternative a quelle di via XX settembre. Non è questo il punto. Il punto è che una dialettica deve essere possibile, un orizzonte più ampio del solo rigore deve poter essere messo in conto,  comunicato e discusso. Non è possibile che il ministro del Tesoro consideri un’eresia ogni idea non corrispondente alla sua e un’intrusione ogni proposta che abbia un euro inscritto nella voce delle uscite, anche quando proviene dal Presidente del consiglio.

Il governo nel suo insieme, i cittadini, le famiglie, le imprese devono poter contare sua una comunicazione più trasparente e dialogante sulle sorti economiche del Paese: non si può essere lasciati in balia dell’unica voce di Tremonti come un oscuro e capriccioso vaticinio, che pretende con mezza parola sdegnosa di chiudere qualsiasi discussione.

Certo in questo modo torniamo alla questione del carattare. E’ un po’ come chiedere a Tremonti di non essere interamente Tremonti. Ma la politica, se presa sul serio, chiede a ciascuno di rinuciare a un po’ di se stessi per un interesse più generale. Non si vede perché Giulio Tremonti dovrebbe fare eccezione.