Lo sport nazionale di abbattere i miti risparmi il Risorgimento

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Lo sport nazionale di abbattere i miti risparmi il Risorgimento

07 Dicembre 2007

. Il
duce avrebbe dovuto aggiungere . I miti e le
leggende non dicono che, assieme ai greci Odisseo e Diomede e ai troiani
Antenore ed Enea, un altro ragguardevole personaggio dell’Iliade sbarcò nella remota Ausonia, Tersite, il plebeo insolente e
dileggiatore dei  grandi. Eppure è il suo
seme che, nei secoli, si è dimostrato più fecondo, specialmente nei periodi di
crisi delle istituzioni e della coscienza civica.

 Quando tutto va male i tersiti nostrani spuntano
come i funghi, pronti a consolarci dei nostri guai riversandone la colpa sugli .
Sono loro ad aver inventato l’adagio <a
me m’ha rovinato la guera
>. Se la nave Italia attraversa mari  tempestosi e gli alberi maestri non reggono
alla furia dei venti, la responsabilità viene fatta ricadere inesorabilmente
sui primi armatori e nocchieri, su Cavour, su Garibaldi, su Mazzini. Avrebbero
dovuto consegnare la  nave alle
generazioni future bella, forte e comoda in maniera che ad esse non restasse
far altro che godersela e servirsene per piacevoli crociere ed invece l’hanno
lasciata incompiuta, piena di difetti, bisognosa di cure continue e di
interventi di ristrutturazione. D’altra parte cosa aspettarsi da un Cavour,
che, stando al più recente libro tersitesco—Controstoria
d’Italia. Fatti e misfatti del Risorgimento
di  Gigi Di Fiore, ed Rizzoli—ispirava la sua
condotta a un basso machiavellismo, da un Garibaldi manipolato da faccendieri   inglesi,  da un Vittorio Emanuele spregiudicato
predatore di regni altrui ?

 In vero, queste   solfe
non hanno alcun tratto di originalità, non rivelano alcun episodio inedito, non
gettano alcuna luce d’intelligenza sulla storia. Rispondono, però, egregiamente
al bisogno inestirpabile dei discendenti dell’antieroe omerico di liberarsi da
un  complesso di mediocrità abbassando gli attori storici  al loro livello: come i camerieri, sui quali
ironizza Hegel, che guardano i signori dal buco della serratura e li scoprono
uguali a loro, egoisti, meschini, passionali.

 Più dei Di Fiore, che fanno egregiamente il loro mestiere, meravigliano,
però, gli incauti ammiratori del tersitismo storiografico che ne prendono sul
serio–come fa Benvenuto su queste colonne nell’articolo Domande scomode sul Risorgimento italiano—la denuncia
dell’agiografia ufficiale, piena zeppa . Si dice
nella Napoli di Di Fiore.<ma vulimm
pazzià?>
Dov’è che Benvenuto e Di Fiore hanno letto tutti questi occultamenti
dei fatti realmente accaduti tra la prima e la quarta guerra d’indipendenza?
Certo non nel classico libro di Walter Maturi sulle interpretazioni del
Risorgimento e neppure nei volumi che il maggior storico del secondo Novecento,
Rosario Romeo, dedicò allo svolgersi del processo unitario. Gli Omodeo, gli
Spellanzon, i Salvemini, gli Chabod,  per
non parlare del grandissimo Gioacchino Volpe, furono tutt’altro che stucchevoli
retori del Risorgimento ché anzi, con varie motivazioni ideali, ne criticarono
questo o quell’aspetto, ne ricordarono ombre e  inadempienze, il tanto fatto e il tantissimo
da fare.

 Si dirà che il discorso tersitesco non si
riferisce ai piani alti della storiografia—che, infatti, mostra di conoscere
assai poco—ma all’immaginario collettivo, alle icone e ai monumenti che hanno
trasformato una vicenda complessa e problematica, con risvolti di guerra
civile, in acritico oggetto di culto. Ma davvero le cose stanno così ? Quanti,
come me, si sono iscritti negli anni sessanta 
a una facoltà umanistica, sono stati tanto poco educati all’idolatria risorgimentale
che quasi si vergognavano di una vicenda così marginale e ‘provinciale’ della
storia del mondo, specie quando la sentivano esaltare dai tromboni della destra
nazionale o da qualche sopravvissuto del liberalismo conservatore. Né può
stupire se si pensa che le due culture politiche egemoni, quella cattolica e
quella marxista, erano entrambe,almeno in gran parte, estranee alle idealità
liberali e democratiche che avevano animato i Cavour, i Mazzini, i Cattaneo. Il
buon parroco del mio paese ciociaro, riferendosi all’incameramento dei beni
ecclesiastici da parte dello Stato italiano, ancora rivendicava il ‘maltolto’ e
i miei professori marxisti, sulla scia di Oriani e di Gramsci, denunciavano,
nelle loro lezioni, la ‘conquista regia’, le ambizioni territoriali della
dinastia sabauda, lo sfruttamento capitalistico del Sud dopo il 1861. Si
aggiunga a tali predisposizioni mentali la cosiddetta ‘morte della patria’ e il
declassamento dell’Italia a stato semivassallo (per fortuna, di un impero
democratico e tollerante) e si toccherà con mano quanto privi di ogni riscontro
reale siano i discorsi sulle menzogne ufficiali che ci avrebbero nascosto il
vero volto del Risorgimento. Negli anni in questione, del resto, assieme a
‘Ottocento’ di Salvator Gotta, la
TV mandava in onda romanzi  come L’Alfiere
di Carlo Alianello, pieni di struggente nostalgia per il vecchio Sud borbonico.

 Non poco emblematica di questa indifferenza
istituzionale, fu la soppressione della cattedra di ‘Storia del Risorgimento’
nella Facoltà di Lettere e Filosofia della città di Mazzini, Genova, dettata  non da rancore ‘revisionistico’ ma dalla
malinconica constatazione che nessun docente voleva essere inquadrato in una
disciplina   considerata ormai un ‘binario morto’.

 E’ per queste ragioni che, nella mia vita di
studioso del pensiero liberale e democratico ottocentesco, costituì una vera e
propria  rivelazione l’enorme significato
morale e culturale che rivestì il nostro Risorgimento per l’opinione pubblica
continentale nonché la considerazione in cui furono tenuti all’estero i politici
 e gli intellettuali italiani –una
considerazione di cui, certo, non avrebbero più goduto nel secolo breve appena
trascorso. Giuseppe Mazzini—ancor prima che gli studi benemeriti di Salvo
Mastellone ne portassero alla luce il serrato confronto con Marx, negli anni
dell’esilio londinese—mi si rivelò come un pensatore di statura mondiale, un
fratello spirituale di Jules Michelet, di Edgar Quinet, di Victor Hugo. Marco
Minghetti, mi apparve, nella stima dei contemporanei, come  un classico del pensiero liberale, già in vita.
E nella generazione successiva l’economista Gerolamo Boccardo e il
costituzionalista Attilio Brunialti, con le loro collane editoriali aperte al
meglio della cultura contemporanea, mi dimostrarono come l’unità ci avesse realmente
ricongiunto all’Europa civile giusta l’auspicio di Carlo
Cattaneo. Per molti della mia generazione, espressione di schietto
anticonformismo fu proprio l’acquisita consapevolezza del valore fondativo del
Risorgimento, in polemica con il sempre latente revanscismo cattolico e con il
disprezzo comunista. 

 E le ombre? Ma certo che ce ne furono e molte
e sicuramente più di quelle note a Di Fiore —ma ben note alla scuola risorgimentista italiana che, grazie
ai nomi su ricordati, ha rappresentato uno dei momenti più alti della nostra
produzione intellettuale. A ripensare al cammino percorso, oggetto di
ripensamento dovrebbero essere le istituzioni, le leggi, i costumi civili che
seguirono alla proclamazione dello stato unitario—e che restano ancora in parte
da indagare, specie per quanto riguarda l’opera dei famigerati prefetti
piemontesi, che tanto famigerati poi non furono—e non solo le inadempienze, le
mancate promesse, le disillusioni che pure portarono tante persone dabbene a
ritirarsi dalla politica.