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La crisi e la ripartenza

Lo Stato nel capitale delle imprese: i rischi dell’eterno ritorno

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Cresce inesorabilmente la pressione dell’emergenza sanitaria ben presto mutata in crisi economica. Ma si discute (ancora!) sulle strategie di intervento.

In uno scenario nel quale si fa strada sempre più incombente il rischio di una desertificazione produttiva come conseguenza della assenza di risposte pronte ed adeguate, si può dire acquisita la consapevolezza della incapacità degli strumenti finora messi in campo per innescare in maniera tangibile la tanto attesa ripresa economica.

Dunque, non basta quanto fatto finora, occorre dell’altro.

Dati i poco brillanti risultati (effettivi) registrabili come conseguenza delle prime misure adottate, sembra finalmente acquisito che non è l’entità quantitativa astratta (e spesso solo apparente ed annunciata) degli interventi, ma la capacità di penetrare nel tessuto produttivo, rapidamente e con il minor tasso possibile di mediazioni burocratiche.

In altri termini: non richiede altra evidenza l’insensibilità della crisi economica in atto rispetto ad annunci ed esibizioni di più o meno “poderose” reazioni, è il momento di passare ai fatti.

Tra gli strumenti nuovi che potrebbero essere messi in campo, sempre di più si discute di interventi pubblici diretti nel capitale delle imprese. È evidente che occorre verificare bene come ciò si possa realizzare e a quali condizioni, dati i connotati complessi che la misura porta con sé, ma è sicuramente uno strumento da considerare con estremo interesse.

Una prima considerazione che si impone è che quella che pare profilarsi costituisce una misura quasi obbligata per moltiplicare l’effetto delle risorse finanziarie impegnate nell’opera di contrasto ad una crisi dalle proporzioni sconosciute da generazioni, senza aggravare i bilanci delle imprese destinatari di aiuti con un indebitamento aggiuntivo, peraltro dall’orizzonte temporale sinora troppo corto e difficile da sostenere. Sin da subito era stato lanciato un monito a “pensare diverso”, abbandonando schemi e strumenti sperimentati per i tempi di pace, dovendo invece gestire una guerra ben più violenta e sconvolgente. Non è certo con la politica dei microaggiustamenti che si può pensare di dare ossigeno ad una economia già fiaccata.

In questa prospettiva, allora, sembra già un passo in avanti abbandonare la strategia dell’annuncio concentrato solo sulla cifra ad effetto: l’entità quantitativa delle misure è rimasta fino ad ora solo sulla carta, molto meno è apparsa tangibile da chiunque quotidianamente combatta per mantenere l’attività produttiva anche di fronte ad una crisi così brusca.

Ma, evidentemente, le buone intenzioni non bastano. Per capire se quello su cui si discute e finora anticipato abbia capacità concreta di arrestare e contenere il crollo in atto bisognerà vedere i contenuti effettivi e persino i dettagli.

Se, però, tutto questo rappresenterà una occasione perché lo Stato torni da noi a produrre panettoni ed automobili, in scia con una poco opportuna nostalgia per un passato che abbiamo faticato a superare, vorrà dire che sarà stata sprecata l’occasione che l’integrazione europea ha consegnato. Si tratterebbe di un poco opportuno balzo all’indietro nel percorso di separazione tra la regolazione e la gestione del mercato, frutto di un approccio centrato solo sull’assistenza, ma poco attento alle esigenze di sviluppo offerte dal confronto concorrenziale, con tutti gli aspetti deleteri del rapporto tra politica ed economia che diventa contaminazione.

È possibile la tentazione di un esito così maldestro, ma dobbiamo confidare nella ragionevolezza dei più avveduti perché questo non accada.

È piuttosto presumibile che quello prefigurato possa essere il ricorso ad una partecipazione pubblica nell’equity necessariamente selettiva, in grado di privilegiare allocazioni al livello delle aspettative di ingresso nel capitale di un socio del tutto particolare, magari con diritti limitati sul piano della gestione (non è ancora ben chiaro se e come), ma teso a valorizzare la partecipazione sul piano economico. Il tutto in una prospettiva che si auspica armonizzata e coordinata, che privilegi criteri trasparenti di selezione e percorsi oggettivi di valorizzazione, con concreta verificabilità in una logica sempre di mercato e non di sussidio travestito.

Perché questo accada occorrono regole chiare ed oggettive, con un orizzonte temporale altrettanto certo e predefinito. Ma prima di tutto c’è bisogno di univocità sull’obiettivo avuto di mira.

Se lo scopo è quello di salvaguardare il panorama produttivo, sorreggendolo nella fase transitoria dettata dall’emergenza in corso, la misura può rappresentare uno strumento utile. Se, invece, dovesse prevalere il tentativo di scambiare risorse pubbliche con la pretesa di condizionare scelte che dovrebbero essere di mercato, abbiamo molti più dubbi.

In questo senso, potrebbe essere utile riconciliare l’ipotesi di intervento pubblico nel capitale delle imprese con la dimensione europea, in modo da dare corpo a risorse finanziarie che, per quanto significative, non sono infinite, e non possono essere tutte ipotizzate solo come debito aggiuntivo che non si capisce come il mercato possa continuare ad assorbire ai livelli prefigurati. Ed è altresì innegabile che, in questa cornice, sarebbe molto più difficile arrendersi al prevalere di una dimensione meramente assistenziale, potendo invece finalmente le istituzioni UE, prima fra tutte la

Commissione, imprimere quel colpo d’ala finora soffocato da veti reciproci e continui rinvii, poco utili ad arrestare una crisi così violenta e diffusa.

Ma è evidente che, se queste saranno le coordinate dell’intervento, quanto ipotizzato potrà costituire una misura utile se inserita in un quadro di più ampio respiro, in grado di offrire strumenti altrettanto effettivi anche a tutta quella parte del mondo produttivo difficilmente compatibile con questa ipotesi, perché caratterizzata da volumi di fatturato ed investimenti non tali da giustificare o reggere un socio pubblico all’interno della compagine aziendale.

Non si può certo pensare ad una presenza pubblica massiccia e diffusa, in grado di ingerirsi anche nelle peculiarità di gestione operativa o finanziaria di milioni di micro e piccole imprese, artigiani, imprenditori individuali di minori dimensioni, ma essenziali per la tenuta del sistema. E però non si può neppure accettare di abbandonare a se stessi gli operatori economici di minori dimensioni, perché minori non voglia dire ultimi.

Occorre allora una strategia di intervento e sostegno che non guardi solo verso l’alto della piramide dimensionale degli operatori e, nella direzione di queste categorie, metta da parte ipotesi incompatibili perchè legate a caratteristiche dimensionali di altro livello, e prenda atto piuttosto della necessità, non più rimandabile, di interventi davvero sganciati da intermediazioni burocratiche. Con consapevole duttilità di approccio, è soprattutto con riferimento a questo versante del panorama produttivo che possono più utilmente valorizzarsi strumenti automatici di sostegno sulla base dei dati fiscali già noti all’amministrazione pubblica; o liberare la liquidità derivante dal pagamento di debiti già contratti dalle PA; in altri casi, si possono attivare interventi non destinati a gravare sui bilanci pubblici, ma che incidendo su vincoli impropri ed inutili alla migliore conduzione dell’attività economica pur in un contesto sociale, potrebbero davvero contribuire ad innescare un utile volano per la ripresa liberando immediate opportunità produttive.

I primi tentativi di gestione della crisi economica prodotta dall’emergenza sanitaria non hanno prodotto i risultati attesi. Perché non si tramutino definitivamente in sacrificio inutile, è necessario prendere atto dell’esigenza di una diversificazione delle strategie, differenti in ragione delle caratteristiche del ceto produttivo al quale ci si rivolge.

Non è il tempo di dogmi ideologici, verifichiamo tutte le opzioni possibili, ma evitiamo la trappola della soluzione che possa apparire comoda occasione di consenso immediato, se poi è destinata a portare prima o poi un conto ben più salato. E soprattutto continuiamo ad invocare lucidità di analisi, chiarezza di obiettivi, decisioni risolute e consapevoli.

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