Home News Lo strano destino di Bossi e il Cav., due leader con fronde parallele

Cosa si muove nella maggioranza

Lo strano destino di Bossi e il Cav., due leader con fronde parallele

1
4

La tregua (armata) di Varese e quella non ancora scritta di Roma. Bossi ha stoppato la fronda maroniana sulla roccaforte storica sua e di Bobo (Maroni), riuscendo a congelare pure il redde rationem in Veneto col pasdaran Tosi. Alfano vedrà domani Scajola (per la terza volta) che con Pisanu ha messo su un improbabile asse pro-governo di larghe intese che vorrebbe ibernare il Cav. nel freezeer della storia del centrodestra prima e se, eventualmente, lo si decida nel prossimo giro di giostra elettorale. Democraticamente, non ribaltonescamente. E sulla stessa strada, seppure a latitudini diverse, si è incamminato Formigoni.

Mai come in questo fine settimana,  le cose leghiste e quelle pidielline si sono incrociate – tra Varese e Saint Vincent – con punti di contatto e differenze che però rimandano a un unico tema: il dopo che per alcuni coincide con l’adesso.

In casa di Bossi gli strappi e i malumori dei mesi scorsi raccontano una situazione che al di là del ‘siamo tutti uniti, nessun problema” si è palesemente mostrata in tutta la sua complessità (e drammaticità) nella sfida di Varese, congresso provinciale. Dopo due tornate congressuali strappate dai maroniani al cerchio magico (Brescia e Val Camonica) la sfida diretta tra il Senatur e quello che un tempo ne era stato indicato il delfino, rischiava di trasformarsi in una trappola mortale per entrambi, a prescindere dal risultato. Bossi non poteva permettersi di essere sconfessato a casa sua, dove la Lega è nata e Maroni non poteva permettersi di capitolare nello stesso fortino dal quale ha mosso i passi per Roma. Mediazione, compromesso, attesa, tregua. Bossi ha imposto il suo uomo, Maroni ha capito che per ora era meglio così. E del resto, dopo il segnale su Papa, il ministro dell’Interno non ha osato spingersi oltre (vedi Milanese e Romano).

Stesso canovaccio sul Veneto con Tosi (maroniano) in corsa per la segreteria regionale del partito oggi ancora nelle mani di Gobbo. Troppo alto il prezzo, meglio optare per una linea attendista.  Punti di contatto col Pdl? La successione al leader e il fatto che in entrambi i casi, i partiti siano più proiettati a gestire il presente che a preparare il futuro.

Differenze? Modo e metodo. Se nella Lega i maroniani lavorano per il domani e almeno finora nessuno si è mai sognato di paventare solo l’idea di un passo indietro del Senatur, nel partito del Cav. c’è chi vorrebbe farlo già per l’oggi. I movimenti più o meno sottotraccia (cene settimanali, convivi, riunioni, bilaterali, trilaterali e quant’altro) alla fine sono sfociati nella fronda scajolan-pisaniana (difficile quantificarne la forza numerica perché al momento il fronte è molto magmatico) che guarda al governo di larghe intese col Cav. fuori da Palazzo Chigi e magari pure da via dell’Umiltà, con tanto di documento in gestazione – per ora top secret – da fare uscire giovedì, giorno del faccia a faccia Alfano-Scajola.

Perché? Cosa c’è dietro? Certamente la consapevolezza di un governo indebolito, stretto nella morsa della crisi internazionale ma anche per il braccio di ferro tra il premier e il ministro del Tesoro, ma la domanda è: basta questo a ipotizzare (come ha fatto Pisanu a più riprese dalla tribuna di Repubblica) cambi in corsa e senza ripassare dal voto? Come possono politici come l’ex ministro dell’Interno e l’ex ministro prima dell’Interno e poi dello Sviluppo economico, entrambi nati all’ombra di Berlusconi e cresciuti dietro la sua forte leadership e la messe di voti che dal ’94 ad oggi ha raccolto e consolidato offrendo a entrambi un ‘posto al sole’ nei quattro governi dell’era berlusconiana, pensare di ‘commissariare’ o meglio, ‘pensionare’ un presidente del Consiglio che nonostante tutti i casini (figurati e non) degli ultimi tre anni, ha ancora una solida maggioranza in Parlamento e un consenso seppure ridimensionato rispetto al passato, nel Paese (i sondaggi lo danno da solo al 15 per cento)?

Alfano ha scelto la via del dialogo e non poteva fare altrimenti: non solo questo servirà a costruire il partito dei moderati che verrà, ma rappresenta un valido strumento per disinnescare potenziali mine nel cammino parlamentare di questa legislatura. E’ il metodo inclusivo la via maestra, anche per il domani. Perché, come rileva Gaetano Quagliariello va “nel senso delle iniziative in corso: il tesseramento, i congressi. Attraverso precise regole, vogliamo infatti dare vita ad un meccanismo inclusivo: è così che si costruisce il partito dei moderati. Forza Italia prima e il Pdl poi sono stati grandi esperimenti carismatici. E in tanti hanno vissuto all’ombra del carisma perché era il carisma che portava i voti e il consenso. Ora cerchiamo di costruire qualcosa che possa andare oltre. E questa cosa deve essere basata su regole e, appunto, sulla capacità di accettare e confrontarsi con il dissenso. Come si può lavorare in questa direzione e poi assumere atteggiamenti che chiudono la porta e dicono: di qui non si passa? Sarebbe una contraddizione”.

Un ragionamento che fila sul versante del cantiere che il Pdl ha aperto per traghettare il berlusconismo oltre Berlusconi, e tuttavia è altrettanto chiara la consapevolezza che “in questo momento non esiste un numero sufficiente di parlamentari che ritengano il governo di larghe intese nato da un passo indietro del premier, una soluzione per il paese. E non per una questione personale legata alla figura di Pisanu, ma perché un governo di quel tipo rischierebbe di essere solo una somma di veti anziché qualcosa che faciliti le soluzioni”, aggiunge il vicepresidente dei senatori Pdl.

Del resto, la cura più efficace al maldipancia è il confronto sulle cose da fare. Non è un caso se proprio a Palazzo Madama nei prossimi giorni il Pdl attiverà due tavoli di lavoro, uno sulla situazione economica, l’altro sulle riforme istituzionali. E’ su questo terreno che si misurano le idee e il destino della legislatura. Perché l’incidente parlamentare che può sempre capitare, presuppone due cose: un’assunzione di responsabilità enorme e l’investimento su una ricandidatura pressoché sicura al prossimo giro di giostra. Ma su questo, nemmeno Casini è in grado di firmare cambiali in bianco. 

 

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. Il “metodo inclusivo”
    Scusate ma fa un po’ ridere sentir parlare di “metodo inclusivo” da parte del PDL quando sono stati regolarmente sbattuti fuori a calci nel sedere tutti quelli che hanno osato criticare il Re. Il centrodestra è stato eletto anche con i voti portati da Fini, che non ci sono più e sono stati sostituiti da qualche “responsabile” eletto nelle file dell’opposizione. Quindi questa menata della “legittimazione popolare” del governo è già dal 14 dicembre scorso che non vale più. L’unico criterio con cui nel PDL si sta o si viene buttati fuori è riconoscere la dittatura a vita di Berlusconi e votargli qualsiasi legge gli faccia comodo: processo breve, processo lungo, intercettazioni, falso in bilancio, rogatorie, etc. etc. Di ragionamenti politici è inutile farne, perché se presuppongono l’idea di un cambio di leadership vengono stroncati sul nascere. Questo è il partito della “libertà”?

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here