L’Occidentale compie un anno e presenta il suo primo libro

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L’Occidentale compie un anno e presenta il suo primo libro

19 Marzo 2008

In questi giorni l’Occidentale compie un anno. E’ stato un anno importante, entusiasmante ma anche faticoso. Abbiamo compiuto molti passi e oggi cominciamo a raccogliere i frutti. La presentazione del primo Quaderno dell’Occidentale, una raccolta di articoli che Benedetto Marcucci ha dedicato al Modello Roma di Walter Veltroni, è uno di quelli di cui andiamo più orgogliosi.

Pubblichiamo qui di seguito l’introduzione al libro di Benedetto Marcucci, “Modello Roma, Il grande bluff, edito da Rubbettino.

Quando si consolida un luogo comune è difficile metterlo in discussione. Il luogo comune di cui parliamo, lo avrete già capito se avete tra le mani questo libro, è quello secondo il quale a Roma negli ultimi sette anni si è affermato un nuovo modo di governare, un esempio amministrativo dal quale si dovrebbe trarre esempio per il Paese: l’ormai celebre “modello Roma”. Ora, dopo che anche Papa Benedetto XVI ha parlato di «gravissimo degrado in molte zone di Roma» – affermazione poi mitigata come sempre dall’intervento delle diplomazie – il “mantra” non viene più recitato con tanto zelo e tanta frequenza. Eppure nell’ultimo lustro mi è capitato molte volte di parlarne, prima che iniziassero a emergere autorevoli critiche e ben prima di accingermi a scrivere queste pagine. Spesso mi sono trovato a recitare la parte del bastian contrario, tentando di intaccare un muro giustappunto di luoghi comuni, contraddetti dalla mia personale esperienza quotidiana di cittadino, di fruitore di servizi, di spettatore di eventi, di romano che vive la propria città e, amandola, vorrebbe vederla diventare, con un aggettivo ormai abusato, “normale”. Ogni qual volta mi è capitato di notare una scelta sbagliata, un disservizio evidente, una testimonianza di incuria, un investimento inutile o mal speso, ne ho reso partecipe prima di tutto mia moglie principale vittima delle mie contestazioni. 

Qualche mese fa un amico argentino è venuto a Roma, dove aveva abitato per circa tre anni negli anni Ottanta. Da allora non era più tornato. Dopo un po’ che giravamo per fargli riprendere confidenza con la città, si ferma, mi guarda stupito e mi dice: «Ma cos’è successo a Roma? È piena di buche ed è molto più sporca di quando c’ero io. Come mai?». Istintivamente ho fatto una difesa d’ufficio, poi ho riflettuto e mi sono reso conto che il suo genuino stupore, manifestato da una persona tutt’altro che di destra, era la prova di come io stesso, nonostante le mie lamentele, non mi rendessi conto fino in fondo dell’involuzione della città. L’ho raccontato a mia moglie, e lei: «Ma perché queste cose invece di dirle a me, non le scrivi?». Ero titubante, ma in seguito ho deciso di approfondire le principali questioni che qualificano l’amministrazione di Roma. 

Il primo “complice” di questo percorso alla scoperta della realtà romana è stato Giancarlo Loquenzi, direttore del quotidiano on line www.loccidentale.it, il quale mi ha chiesto di svolgere una serie di inchieste sull’argomento. Questo libro ne è il risultato. Con Loquenzi ci conosciamo dai tempi in cui il Sindaco era ancora Franco Carraro, e abbiamo condiviso, oltre a una solida amicizia, la militanza politica: lui era direttore di Radio radicale, io inesperto vicesegretario del Cora, Coordinamento radicale antiproibizionista, durante la segreteria di Marco Taradash. In quel periodo ho anche avuto modo di assistere Marco Pannella nella sua esperienza di consigliere comunale in Campidoglio. Ho cominciato così a conoscere le stanze e i costumi del governo capitolino, da un punto di vista, quello radicale, piuttosto eccentrico rispetto ai comportamenti in uso in pressoché tutti gli altri partiti. Cito un solo episodio. Allora era normale che tutti i gruppi consiliari, anche di un solo componente, avessero in dotazione un’auto blu. Il gruppo antiproibizionista fu l’unico a rinunciare a quel privilegio un po’ ridicolo e costoso per la collettività. Dopo qualche anno ho vissuto con trasporto ed entusiasmo la stagione che portò alla candidatura di Francesco Rutelli, primo Sindaco eletto direttamente dai cittadini. Conoscendolo, appunto, dai tempi (gli ultimi) della sua militanza nel Partito Radicale, era quasi un miraggio per me e per molti miei compagni e amici poter immaginare lui, “uno di noi”, a capo dell’amministrazione della nostra città. Il tempo ci ha ammaestrato a non coltivare illusioni: ci siamo presto resi conto di quanto fosse difficile – soprattutto per Rutelli, il “conformista” come lo definì Pannella – liberarsi dai vincoli del potere e non cadere nella tentazione di “patteggiare”. A onor del vero vari cambiamenti e numerosi tentativi di riforme Rutelli li ha compiuti, ma progressivamente si è “adeguato”. Inoltre, come si vedrà nelle pagine che seguono, alcune sue innovazioni sono state vanificate dal suo successore, Walter Veltroni.

È importante premettere che, quando Rutelli arrivò in Campidoglio, la macchina comunale capitolina era ed è ancora egemonizzata da due blocchi: uno d’origine democristiana, consolidato durante il trentennio di potere ininterrotto dalla Liberazione al 1976; l’altro di derivazione comunista, formatosi nel decennio successivo sfruttando in modo scientifico la possibilità offerta da una legge, la 285 del 1977, frutto della stagione del “compromesso storico”. Emanata per incentivare l’occupazione giovanile, in realtà presto si è trasformata in uno strumento di controllo partitocratico delle istituzioni. Dovendosi muovere tra questi due “apparati”, Rutelli provò in un primo tempo a smarcarsi costituendo un suo staff, con la difficoltà che questo comportava per una persona proveniente da una storia politica allora quasi totalmente priva di apparati e burocrazie di partito.

A quel periodo risale la mia seconda esperienza in Campidoglio, portata avanti con l’allora consigliere comunale della Lista Pannella, Piercarlo Rampini, delegato dal Sindaco a presiedere un Ufficio speciale per la valorizzazione del patrimonio comunale. Io avrei dovuto coordinare la nascente struttura. In quell’occasione potei sperimentare quanto farraginoso, burocratico e partitocratico fosse il Comune di Roma. Morale: la nostra piccola “barchetta” non resse ai marosi della giunta comunale e fu sacrificata da Rutelli in nome della stabilità interna agli Assessorati. In altre parole il Sindaco si rese conto che era troppo difficile intaccare i poteri già esistenti e si barcamenò, non potendo sovvertirne gli equilibri, tra i due apparati di derivazione democristiana e comunista. L’esperienza amministrativa di Veltroni parte da questo restaurato controllo dell’apparato partitico sulla macchina comunale. E non solo, contribuisce a consolidarlo, cambiandogli però l’aspetto esteriore, sì da farlo apparire “vendibile” alla stampa, interlocutore privilegiato della sua azione di governo. Le pagine che seguono segnano una bocciatura dell’amministrazione di Roma in questi anni, non solo rispetto a un presunto ideale gestionale, ma anche nello specifico dei problemi, i più gravi dei quali risultano a tutt’oggi irrisolti, addirittura peggiorati rispetto ai miglioramenti segnati dalle amministrazioni di Rutelli. In sostanza: Walter Veltroni, bravissimo organizzatore di eventi e ottimo comunicatore, in questo senso senz’altro il migliore tra i politici italiani, non è stato capace di fronteggiare le vere emergenze di Roma. Ha mascherato i problemi con annunci, feste, avvenimenti e una dolce confettura di cifre, tutte ovviamente a favore del suo teorema: il “modello Roma”. In realtà Veltroni ha rinunciato a qualunque velleità di innovazione e il presunto “modello” altro non è che una sintesi tra la prassi amministrativa da sempre adottata a Roma e il sistema emiliano di controllo politico del partito su tutte le attività collaterali. In altre parole alla tradizionale locomotiva del mattone, alla quale il Sindaco ha fornito su un piatto d’argento nuovi e insperati spazi di cementificazione, si è aggiunto il “divertimentificio” al quale soprintendono zelanti funzionari, provinciali e caricaturali epigoni di quelli del Ministero della Cultura Popolare del tempo che fu.

Insomma, la Capitale purtroppo si trova oggi esattamente con gli stessi problemi che aveva sette anni fa: il traffico caotico, la cattiva manutenzione delle strade (divenuta pessima), l’emergenza abitativa irrisolta nonostante un’attività edificatoria mai così intensa dagli anni Sessanta e Settanta, un trasporto pubblico inefficiente e costoso (con la reiterata lentezza e gli abituali sprechi per aumentare le linee della Metropolitana), servizi di pubblica utilità come la nettezza urbana e l’illumi – nazione stradale ancora insufficienti, la gestione della sicurezza sfuggita completamente al controllo delle Autorità, soprattutto comunali, un’identità culturale messa a rischio in nome di un “nuovismo” provinciale, ammantato di internazionalità, che rischia di far diventare Roma territorio di conquista delle peggiori tendenze della globalizzazione culturale. E varie altre questioni delle quali si parla nel libro, forse meno eclatanti, ma che contribuiscono a formare un insieme assai distante dalle azzardate e trionfalistiche dichiarazioni che ha rilasciato in ogni occasione il Primo cittadino, peraltro ormai passato alla sua nuova carica di segretario del Partito Democratico.

Certamente non mancano elementi positivi nel settennato veltroniano: un ottimo call center per la cittadinanza, lo 060606 (ora esteso al meno utile ed efficiente 060608 per accoglienza, spettacoli ed eventi), un servizio che mancava, attraverso il quale con un solo numero si accede a tutte le porte della labirintica amministrazione capitolina e si comunica in modo immediato con qualunque ufficio. Gli operatori sono gentili e disponibili ad aiutare il cittadino nelle esigenze più disparate. L’unico problema è che purtroppo sta diventando il collo d’imbuto in cui finiscono tutte le chiamate verso il Comune di Roma, nelle sue innumerevoli “sembianze” (enti, assessorati, vigili urbani, società di servizio, ecc.). Se fino a qualche tempo fa si attendevano venti o trenta secondi per parlare con un operatore, adesso si arriva fino a cinque minuti. Certo, dal momento in cui si viene smistati dal gentile operatore o operatrice nella miriade di uffici comunali, si passa bruscamente dal «buongiorno sono Marco in cosa posso esserle utile» dello 060606 al più tradizionale «x Gruppo, dicaaa! » dei Vigili Urbani. Ma tutto sommato è un servizio molto utile e non c’era. Lunga vita allo 060606.

Un altro dato positivo è l’operazione di immagine compiuta su Roma, molto ben orchestrata da quel grande comunicatore che Veltroni sa essere. I turisti a Roma sono aumentati, e molto: insomma il turismo va a gonfie vele, anche se solo da tre anni a questa parte. Nei primi anni dell’era veltroniana, come si evince dal capitolo dedicato a questo argomento, la situazione languiva. Inoltre se la progressione delle presenze non sarà seguita da un adeguamento dei servizi, del quale vediamo poche testimonianze, questo dato positivo in termini economici potrebbe trasformarsi in un pericolo per la città.

L’intento di questo libro non è quello di tirar acqua a qualche mulino. Le responsabilità non vengono attribuite solo a chi governa. Si potrà non esser d’accordo sulle “terapie” fuggevolmente suggerite nei vari argomenti trattati, ma sulla diagnosi di alcune “malattie” persistenti nell’amministrazione di Roma speriamo di aver fornito un utile strumento d’informa zione, per far sì che la prossima amministrazione comunale non si ispiri affatto al grande bluff del “modello Roma”. Veltroni potrà diventare un grande leader del Partito Democratico, potrà forse, se gli italiani lo vorranno, essere un buon premier. Certamente se la sua credibilità si basa sulla prova data a Roma, cominciamo male. Ma siccome non siamo sostenitori, ma anzi avversari dei processi alle intenzioni, ci limitiamo a dire: a Roma, chiunque governerà molto probabilmente ancora Rutelli, avrà molto da lavorare e dovrà voltar pagina.