L’Occidente comincia a dubitare della versione di Saakashvili

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L’Occidente comincia a dubitare della versione di Saakashvili

14 Ottobre 2008

A cinque settimane dalla fine della guerra nel Caucaso, in America soffia un vento diverso. Persino Washington sta cominciando a sospettare che Saakashvili, considerato amico ed alleato, potrebbe fare in realtà il doppio gioco – magari avendo prima innescato la sanguinosa guerra dei cinque giorni, per poi mentire vergognosamente all’Occidente. “Le preoccupazioni riguardo la Russia permangono”, ha dichiarato Paul Saunders, esperto in questioni russe e direttore del “Nixon Center” di Washington, un pensatoio di tendenza conservatrice. Le sue parole riflettono chiaramente la posizione mantenuta dall’Occidente sull’offensiva militare della Russia contro il piccolo stato della Georgia, un atto considerato del tutto sproporzionato e condotto come una specie di vendetta di Mosca, che ha violato il diritto internazionale riconoscendo le repubbliche separatiste di Ossezia e Abkhazia e, infine, ha utilizzato la Georgia come uno strumento per dimostrare la propria rinascita imperiale.

In seguito Saunders ha fatto alcune precisazioni: “Un numero sempre maggiore di persone si sta rendendo conto che in questo conflitto ci sono due fronti, e che la Georgia non è stata tanto una vittima, quanto un attore con una propria volontà di azione”. Anche diversi membri dell’amministrazione Bush stanno riconsiderando le proprie posizioni. La Georgia “ha marciato nella capitale dell’Ossezia del Sud” dopo una serie di provocazioni, ha sostenuto Daniel Fried, assistente segretario di stato per gli affari europei ed euroasiatici. Tutto questo vuol dire forse che le dichiarazioni americane di solidarietà a Saakashvili erano premature, comprese quelle europee? Il premier inglese Brown aveva chiesto una “radicale” revisione delle relazioni con Mosca, il ministro degli esteri svedese Carl Bildt ha deprecato quella che ha definito una violazione del diritto internazionale, e il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha promesso alla Georgia che, prima o poi, potrà “diventare membro della NATO, se lo vorrà”.

Ma ora sembra che i toni della retorica antirussa si siano abbassati. La scorsa settimana il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier  ha chiesto pubblicamente chiarimenti circa la questione delle colpe da attribuire nella guerra del Caucaso. “Dobbiamo assolutamente avere una visione più nitida riguardo le responsabilità nell’escalation militare, e capire fino a che punto si sia spinta ciascuna parte” ha dichiarato Steinmeier in un meeting in Germania, di fronte a più di 200 ambasciatori a Berlino. L’Unione Europea, ha aggiunto il ministro, ora deve “definire i rapporti con le parti coinvolte nel conflitto, sia a medio che a lungo termine”, dato che è anche giunto il momento di ottenere informazioni concrete.

Chi ha attaccato per primo?

Molto dipende da questo chiarimento sulle effettive colpe da attribuire all’una o all’altra parte.  All’indomani della guerra, l’Occidente deve chiedersi se vuole veramente accettare un paese come la  Georgia all’interno della NATO, soprattutto se questo significherà intervenire militarmente nel Caucaso qualora si verifichino nuovi conflitti. E quale tipo di partnership va ricercato in futuro con la Russia, ora che, per la prima volta, Mosca sembra aver tirato fuori le unghie come gli Stati Uniti in difesa della propria sfera d’influenza? Il tentativo di ricostruire i cinque giorni di guerra in agosto continua a ruotare intorno a una domanda centrale: quale delle due parti ha lanciato per prima l’offensiva?  Le informazioni provenienti dalla NATO e dall’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) ci aiutano a disegnare un quadro differente rispetto a quello emerso nei primi giorni del conflitto, e alimentano sempre più i dubbi nei politici occidentali.

Il governo della Georgia insiste nel sostenere che la guerra è iniziata giovedì 7 agosto alle 23:30. Se stiamo a questo resoconto, proprio a quell’ora il governo georgiano avrebbe ricevuto diversi report da fonti di intelligence che comunicavano la penetrazione di circa 150 mezzi militari russi nella repubblica separatista dell’Ossezia del Sud, attraverso il tunnel di Roki, al di sotto della principale catena montuosa del Caucaso. L’obiettivo a cui miravano i russi, secondo i georgiani, era Tskhinvali e, a partire dalle 3 di notte, si sono aggiunti ulteriori rinforzi militari. “Volevamo fermare le truppe russe prima che potessero raggiungere i nostri villaggi” ha dichiarato di recente Saakashvili a “Der Spiegel”, offrendo una spiegazione sugli ordini di marcia impartiti al proprio esercito. “Non appena i nostri carri armati si sono mossi verso Tskhinvali, i Russi hanno bombardato la città. Sono stati loro – e non noi – a ridurre la città in macerie”. Ma i report dell’OSCE descrivono una situazione ben diversa in quelle ore critiche.

L’OSCE è impegnata in una missione in Ossezia che si è trovata in mezzo ai due fronti allo scoppio del conflitto. Secondo quanto riportato in un cosiddetto spot-report, un rapporto immediato compilato dai funzionari dell’Organizzazione alle 11 dell’8 agosto: “poco prima della  mezzanotte, il centro di Tskhinvali è stato sorpreso da un pesante bombardamento, parte del quale presumibilmente proveniva da sistemi di lancio posizionati all’esterno della zona del conflitto. L’ufficio della missione con sede a Tskhinvali è stato colpito, e i tre dipendenti rimasti hanno cercato rifugio nel seminterrato”. Gli spot-report sono inviati regolarmente agli uffici di Vienna dei 56 stati membri dell’OSCE. Quello dell’8 agosto sembra un documento neutrale dato che, sia la Georgia che la Russia, sono membri dell’organizzazione: e dunque le informazioni lì contenute sono inizialmente prive di qualsiasi giudizio valutativo. Ad esempio, il report si limita a identificare dove la Russia abbia violato lo spazio aereo della Georgia o dove i georgiani abbiano occupato i villaggi dell’Ossezia del Sud.

Come riportato dallo Spiegel, la NATO già in quel momento aveva azzardato una conclusione ben più drastica. L’International Military Staff (IMS), che si occupa del lavoro preparatorio per il Comitato Militare (la più alta autorità militare dell’alleanza), ha effettuato una rapida valutazione del materiale a disposizione. Il Comitato Militare include ufficiali provenienti dai 26 stati membri. E’ possibile che, a mezzogiorno dell’8 agosto, gli esperti della NATO non avessero compreso pienamente il reale obiettivo dell’avanzata russa, descritta più tardi da Saakashvili come un vero e proprio attacco, e definita invece dalla Russia come un’operazione per “assicurare la pace”? Eppure stavano già inviando degli avvertimenti interni circa la probabilità che, alla luce dei primi attacchi con aerei da guerra e missili a corto-raggio, Mosca non sarebbe rimasta passiva.

L’offensiva premeditata della Georgia

Gli ufficiali del quartier generale della NATO a Bruxelles avevano già ben chiaro un punto:  pensavano che la Georgia avesse dato inizio al conflitto e che ogni sua azione fosse il frutto di un calcolo premeditato rispetto a una pura operazione di auto-difesa o a una semplice risposta alla provocazione della Russia. In effetti, negli ambienti NATO dominava la convinzione che l’attacco dei georgiani rappresentasse un’offensiva premeditata contro le posizioni dell’Ossezia del Sud, e questo ha portato a trattare piuttosto freddamente gli scambi a fuoco dei giorni precedenti, quasi come eventi di poca rilevanza. Ancor più chiaramente, gli ufficiali NATO erano convinti, guardandosi indietro, che tali schermaglie non potessero in alcun modo essere interpretate come giustificazioni per i preparativi di guerra georgiani.

Gli esperti della NATO non hanno messo in dubbio la versione della Georgia circa la provocazione da parte della Russia con l’invio delle sue truppe attraverso il Tunnel di Roki. Ma la loro valutazione dei fatti è permeata da un profondo scetticismo sul fatto che queste fossero le vere ragioni delle azioni di Saakashvili. I dettagli raccolti dall’intelligence occidentale non differiscono dalle dichiarazioni della NATO. Secondo queste informative, la Georgia ha radunato circa 12.000 uomini al confine con l’Ossezia del Sud la mattina del 7 agosto. Settantacinque carri armati, e veicoli corazzati per il trasporto delle truppe – un terzo dell’intero arsenale georgiano – sono stati posizionati nei pressi di Gori. Il piano di Saakashvili, a quanto pare, era quello di avanzare verso il Tunnel di Roki in una guerra-lampo di 15 ore, e chiudere il collegamento tra le regioni del nord e del sud del Caucaso, separando così effettivamente l’Ossezia del Sud dalla Russia.

Alle 22.35 del 7 agosto, a meno di un’ora dall’entrata dei carri armati russi nel Tunnel di Roki, secondo quanto riportato da Saakashvili, le forze georgiane hanno attinto a tutta l’artiglieria per dare inizio all’assalto contro Tskhinvali. Si sono serviti di 27 lanciarazzi, di cannoni da 152 millimetri, e anche di bombe a grappolo. L’assalto notturno ha avuto inizio a opera di tre diverse brigate. I servizi segreti stavano monitorando le richieste di aiuto della Russia su onde radio. La 58ª Armata, in parte stazionata nell’ Ossezia del Nord, non sembrava pronta per combattere, almeno non in quella prima notte. L’esercito della Georgia, d’altra parte, era costituito soprattutto da fanteria costretta a muoversi sulle strade principali. Questo ha fatto sì che ben presto finisse per impantanarsi, incapace di proseguire oltre Tskhinvali. L’intelligence occidentale ha scoperto che i georgiani avevano anche “problemi a maneggiare” le proprie armi. Come conseguenza di tutto ciò, non potevano certo combattere al meglio.

I servizi segreti hanno concluso che l’esercito russo non ha aperto il fuoco sino alle 7.30 della mattina dell’8 agosto, quando ha lanciato un missile balistico a corto raggio SS-21 sulla città di Borzhomi, a sudovest di Gori. Sembra che il lancio abbia colpito bunker militari e posizioni governative. Poco più tardi, gli aerei da guerra russi hanno iniziato i loro primi attacchi contro l’esercito georgiano. All’improvviso le onde radio si sono animate, così come ha fatto l’esercito russo. Le truppe russe provenienti dall’Ossezia del Nord non hanno iniziato a marciare nel tunnel di Roki sino alle 11. Tale sequenza temporale sembra rappresentare la prova che quella di Mosca non sia stata un’azione offensiva, quanto piuttosto una semplice reazione.  Più tardi, missili SS-21 supplementari sono stati spostati verso Sud. I russi hanno dispiegato 5.500 truppe a Gori  e 7.000 al confine tra la Georgia e l’altra regione separatista, la Abkhazia.

Dall’ Europa arrivano richieste per un’Indagine Internazionale

Wolfgang Richter, colonnello dello Stato Maggiore tedesco e consigliere militare presso la missione OSCE tedesca, è un altro esperto della situazione. Richter, che in quei giorni si trovava a Tbilisi, conferma che già a luglio i georgiani avevano ammassato truppe al confine con l’Ossezia del Sud. In una seduta a porte chiuse che si è svolta a metà settembre a Berlino, Richter ha spiegato al ministro della Difesa Franz-Josef Jung, e ai rappresentanti delle commissioni per gli esteri e la difesa del parlamento tedesco, come i georgiani, in un certo modo, avessero “mentito” sugli spostamenti delle truppe. Il colonnello non ha escluso del tutto la possibilità che esistano delle prove a sostegno delle affermazioni di Saakashvili, secondo cui i russi avessero marciato nel Tunnel di Roki prima che Tbilisi lanciasse l’attacco, ma ha precisato di non averne trovata nessuna. Ad alcuni membri del parlamento è parso che le sue affermazioni assecondassero la versione russa. “Non ha lasciato spazio all’interpretazione – ha concluso uno dei membri delle commissioni – è chiaro che la responsabilità sta più dalla parte della Georgia che della Russia”, ha aggiunto un altro membro.

Sulla base di tutti questi report, agli osservatori occidentali è apparso evidente chi sia stato a dar fuoco alla polveriera dell’Ossezia del Sud. Nell’infuriare della battaglia gli analisti, comprensibilmente, non hanno tenuto conto dei precedenti del conflitto, segnati da anni di provocazioni russe nei confronti di Tbilisi. Ma ora è giunto il momento che l’Unione Europea concentri la sua attenzione sulle vere ragioni che stanno dietro questa guerra. Mosca è rimasta sconcertata e delusa dal rifiuto europeo di condannare l’attacco di Saakashvili contro Tskhinvali e dall’insistenza, al contrario, nel puntare il dito contro la Russia. Sembra che gli europei, come ha lamentato un diplomatico del ministero degli esteri russo, non abbiano il “coraggio di tener testa a Washington e ai suoi alleati a Tbilisi”.

Durante un incontro informale che si è svolto alla fine di agosto ad Avignone, nel sud della Francia, i ministri degli esteri europei hanno chiesto “un’indagine internazionale” sul conflitto. La logica di questa decisione è che chiunque speri di porsi come mediatore non debba peccare di parzialità nel valutare ciò che è accaduto nel Caucaso. Pare che persino i ministri degli esteri di Gran Bretagna, Svezia, Stati baltici e altri paesi dell’Europa Orientale si siano detti d’accordo. Prima dell’incontro di Avignone erano stati fautori della linea dura con Mosca e di una maggiore solidarietà con Tbilisi, malgrado i fatti parlassero chiaro. A metà settembre, i 27 ministri degli esteri hanno deciso di adottare una risoluzione formale per richiedere un’indagine. Ma la questione su chi dovrebbe prendersi la responsabilità di un incarico così delicato rimane del tutto senza risposte: le Nazioni Unite, l’OSCE, le organizzazioni non-governative, gli accademici – o un insieme di tutti questi gruppi? Solo un punto è ben chiaro: l’Unione Europea non ha alcuna intenzione di farsi carico dell’intera questione. Gli europei, infatti, temono che questo servirebbe solo ad allargare il divario tra i fautori della linea dura e coloro che premono per una cauta riconciliazione con Mosca.

Saakashvili, l’irascibile leader georgiano, sta seguendo con un disagio crescente la svolta in atto nell’opinione che Occidente ha su di lui. Con apparizioni quotidiane in tv, continua a ribadire la propria versione, che la Georgia ha subito un attacco, mentre una società internazionale di relazioni pubbliche inonda costantemente i media occidentali con materiale attentamente selezionato, e Tbilisi sta già portando il suo caso davanti al Tribunale Internazionale per i Crimini di Guerra dell’Aia, accusando i russi di “pulizia etnica”. Ma Saakashvili non si fida più così tanto del sostegno dei suoi alleati. Prima della visita a Tbilisi del Segretario Generale della NATO Jaap de Hoop Scheffer, il leader georgiano ha chiesto all’alleanza occidentale di mostrare la propria determinazione, sottolineando come una dimostrazione di debolezza nei confronti di Mosca avrebbe portato ad “una serie di aggressioni russe senza fine”.

Saakashvili è già politicamente morto?

Il Presidente georgiano comincia a essere sotto pressione anche all’interno del proprio Paese, dato che il fronte unanime sviluppatosi durante l’invasione russa si sta sgretolando. Tutti coloro che da tempo muovono pesanti critiche a Saakashvili e a tutto il suo staff, lamentando l’esistenza di un “regime autoritario”, sono tornati a farsi sentire. Già nel dicembre 2007 Georgy Khaindrava, ex ministro per la risoluzione dei conflitti destituito nel 2006, aveva raccontato a Der Spiegel che Saakashvili e i suoi sono persone “per le quali il potere è tutto”. Poche settimane prima Saakashvili aveva dispiegato nella capitale forze speciali di polizia per reprimere le proteste dell’opposizione e aveva dichiarato lo stato d’emergenza. Allora Khaindrava si era detto preoccupato che Saakashvili potesse presto cercare di ridare lustro alla propria immagine indebolita con una “piccola guerra vittoriosa” contro l’Ossezia del Sud.

Già nel maggio 2006 l’ex ministro degli esteri georgiano Salomè Surabishvili aveva messo in guardia contro le intenzioni del leader del suo paese. “L’enorme potenziamento militare” messo in atto dal presidente georgiano “non ha alcun senso”, aveva dichiarato Surabishvili, aggiungendo che in quel modo si dava l’impressione di voler risolvere militarmente i conflitti in Abkhazia e Ossezia del Sud. La scorsa settimana, i leader dei due principali partiti politici della Georgia hanno richiesto le dimissioni di Saakashvili e la formazione di un “governo che non sia né pro-Russia né pro-America, ma pro-Georgia”. A Mosca l’ex vice ministro degli interni georgiano Temur Khachishzili che ha scontato diversi anni di carcere per aver attentato alla vita del predecessore di Saakashvili, Eduard Shevardnadze, sta ricercando supporto tra i georgiani che vivono in Russia, e che sono più di un milione, con l’obiettivo di cambiare il governo nella propria patria.

Possiamo forse affermare che Saakashvili, che fino a solo cinque settimane fa era sicuro di essere sostenuto dall’Occidente come vittima di una invasione russa, sia già politicamente morto?  La scorsa settimana ha ricevuto sostegno da una fonte inattesa, il giornale "Red Star", pubblicato dal Ministero della Difesa russo. Sulle sue pagine sono infatti apparse alcune dichiarazioni rilasciate da un ufficiale della 58ª Armata, che Mosca ha smentito sin dall’inizio. Tuttavia, piuttosto ironicamente, l’ufficiale ha messo in dubbio le conclusioni cui erano giunti sia i servizi d’intelligence occidentali che la NATO, circa il fatto che i reparti dell’esercito russo non avessero raggiunto Tskhinvali prima del 9 agosto. Il capitano Denis Sidristij, comandante di una compagnia del 135° reggimento di fanteria motorizzato, descrive come lui e il suo reparto si trovassero già nel tunnel di Roki, diretti a Tskhinvali, la notte precedente l’8 agosto. L’invasione da parte di Mosca è forse cominciata prima di quanto abbiano ammesso i russi?

La scorsa settimana, alcuni inquirenti moscoviti hanno riconosciuto, per la prima volta, che il numero delle vittime civili dell’assalto georgiano contro Tskhinvali non era di 2.000, come ripetutamente affermato dalle autorità russe, bensì di 134. Interrogato a proposito delle affermazioni sul Red Star, un portavoce del ministero della Difesa russo ha detto a Der Spiegel che si trattava del risultato di un errore tecnico. Inoltre, ha aggiunto il portavoce, l’ufficiale in questione era rimasto ferito e dunque “non riusciva più a ricordare con chiarezza la situazione”. Lo scorso venerdì il capitano Sidristij, decorato dal ministero della Difesa russo per il suo coraggio, ha avuto una seconda possibilità per dare la sua versione dei fatti al Red Star.  Il suo reparto, ha raccontato nella nuova versione, si era diretto a Tskhinvali un po’ più tardi di quello che aveva detto al giornale la prima volta. Appare dunque ben chiaro quanto sia ancora complicato, riguardo alla breve guerra nel Caucaso, distinguere la verità dalle menzogne.

Tratto da "Der Spiegel". Di Ralf Beste, Uwe Klussmann, Cordula Meyer, Christian Neef, Matthias Scheep, Hans-Jurgen Schlamp, Holger Stark  

Traduzione Benedetta Mangano