L’Occidente non si lasci beffare dalla Siria

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L’Occidente non si lasci beffare dalla Siria

29 Aprile 2011

Mai come guardando oggi la Si­ria siamo stati chiamati a contem­plare la nostra debolezza di fronte ai dittatori, a misurare la menzo­gna della Realpolitik. È il caso di ci­tare, ebbene sì, George Bush, quan­do l’orrore della dittatura esclama che alla fine con i prepotenti non c’è dialogo possibile. Bush nel 2005, dopo l’assassinio di Rafiq Ha­riri in Libano, ruppe tutte le relazio­ni con la Siria; intanto il Diparti­mento di Stato intraprese il finan­ziamento dei dissidenti laici e dei loro progetti, inclusa una tv satelli­tare anti Assad. Ma poi è arrivata la grande presa in giro: perché As­sad, come dice Fuad Ajami, ha gio­ca­to contemporaneamente al piro­mane e al pompiere. Ma a noi occi­dentali, agli USA che gli ha rispedi­to l’ambasciatore, all’UE che lo ha chiamato alla pace con Israele, all’ONU che lo vuol mettere nel Consi­glio dei Diritti Umani, è sempre pia­ciuto guardare soltanto il pompie­re. Solo in queste ore l’America co­mincia a parlare di sanzioni ad per­sonam (poca roba), e Susan Rice fornisce uno spunto di grande mo­mento: gli Stati Uniti sono sicuri che fra gli uomini della sicurezza che uccidono i civili siriani ci sono anche forze iraniane. 

L’Italia, la Francia, l’Inghilterra, la Germania e la Spagna hanno convocato gli ambasciatori siriani e l’UE per do­mani ha in programma una riunio­ne per stabilire misure di punizio­ne. La cosa più interessante sarà la riunione del Consiglio per i Diritti Umani che su richiesta di Ban Ki Moon dovrebbe a sua volta con­dannare la Siria. E invece in questo momento la Siria ancora è in lizza, senza che Ban Ki Moon, richiesto, abbia voluto pronunciarsi su que­sto orrore, per entrarne a far parte al posto della Libia. E poiché è uno dei quattro Paesi asiatici che ne hanno il diritto, se non ci sarà un veto politico la cosa è destinata a accadere proprio mentre i siriani cadono falciati dal loro regime. 

L’ONU dovrebbe cercare di salva­re i siriani in base allo stesso princi­pio della ‘responsabilità di proteg­gere’ che sta alla base della risolu­zione 1973 del Consiglio di Sicurez­za che ha permesso la guerra a Gheddafi. Ma Robert Gates, mini­stro della Difesa americano, insie­me al suo collega inglese Liam Fox, ha detto che la questione siriana è ben diversa da quella libica e che anche se la comunità internaziona­le ha risposto con la forza militare a Gheddafi, non farà certo altret­tanto con Assad. Un atteggiamen­to del genere rivela la flebilità, il dis­seccamento onusiano del nostro concetto di difesa della vita uma­na, di supporto dei diritti e della de­mocrazia, lo stesso che abbiamo vi­sto in Sudan o in Tibet, e spiega quanto ogni nostra risoluzione sia dovuta a motivi politici. Gheddafi è un dittatore bizzarro, la sua fero­cia è indubitabile quanto i suoi non moltissimi e tuttavia utili bari­li di petrolio, il suo valore strategi­co è misero, non è un pernio di equilibri, fargli la guerra non offen­de nessuno al di fuori di lui. E inol­tre, davvero si è smesso a sparare come un pazzo contro la sua gente e andava fermato. 

La Siria è tutta un’altra storia. È il cuore del potere iraniano in Me­dio Oriente, il centro di movimenti terroristici micidiali, è la madre de­gli Hezbollah, il padre di Hamas, confina con Israele cui farebbe vo­lentieri la pelle, con l’Iraq, dove ha spedito terroristi antiamericani, con la Giordania, con cui ha rap­porti difficili, di fatto seguita a occu­pare il Libano anche se l’ha lascia­to, ha un lunghissimo confine con la Turchia che infatti è preoccupa­ta e si rifiuta di condannare Assad. Bashar sa benissimo che la Siria sunnita, dove gli alawiti sono una piccola minoranza sciita, conserva vivissima la memoria della stra­ge dell’83, ventimila Fratelli Musul­mani sterminati a Hama da suo pa­dre Hafez; sa che o riusciva all’ini­zio a placare le acque, oppure solo i carri armati possono spianare un’opposizione che aspetta la rivinci­ta. E così andrà avanti fino a che tutto sarà una macchia di sangue. È un’ipotesi spaventosa, ma la Si­ria è in ogni caso una bomba a tem­po. La paura del mondo che la Siria vada in pezzi è ben maggiore della preoccupazione per la Libia di do­mani, e per questo si guarda e si aspetta lasciando che la gente muoia. 

Per questo guardando Bashar As­sad abbiamo preferito colpevol­mente, in questi anni, vedere un lungagnone vestito di stoffa ingle­se, quasi un bravo ragazzo con la moglie affabile, che invece è un ma­cellaio delinquente che ha già fat­to ammazzare, oltretutto in gran parte da suo fratello Maher capo delle guardie presidenziali, 453 fra i suoi concittadini. I video clandestini ci mostrano cortei di giovani che marciano sfidando la morte, e furiose aggressioni che non riconoscono donne e bambini. Bashar Assad non ha esitato a muovere carri armati e persino aerei da guerra. Adesso quel che vediamo non sappiamo affrontarlo. Ma il numero dei morti sale. 

È tempo che sta­biliamo infine quanto vale la reli­gione occidentale dei diritti uma­ni, ma prima degli spari, sin dall’inizio quando ancora possiamo farla valere. Assad non avrebbe mai dovuto avere il credito che gli abbiamo concesso: esso gli ha consentito di armare i terroristi negli anni, di costruire una forza armata di missili e armi chimiche, schiacciare oggi il suo popolo. 

(Tratto da Il Giornale)