L’occupazione ha tenuto ma il peggio non è ancora passato

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L’occupazione ha tenuto ma il peggio non è ancora passato

25 Settembre 2009

Il mercato del lavoro italiano ha tenuto nonostante la crisi ma il peggio non è ancora passato. E’ lo ‘stato delle cose’ prospettato dal ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, nel suo intervento di ieri sul Sole24Ore.

Commentando i dati Istat sulla rilevazione delle forze lavoro del secondo semestre 2009 – e per «smentire chi non vuole accettarlo» (magari Tito Boeri con il suo intervento su Repubblica «La distruzione del lavoro»), il Ministro fa notare come il mercato del lavoro abbia mostrato una capacità di tenuta eccezionale, nonostante il peggioramento di tutti gli indicatori economici.

Una perdita di posti di lavoro c’è stata. Ma, evidenzia Brunetta, ha investito il mercato del lavoro in misura ben minore di quanto farebbe pensare l’andamento dell’economia. La perdita di occupazione, infatti, si è concentrata in larga misura sugli autonomi, sui lavoratori a termine e sui collaboratori, vale a dire sul segmento più debole e flessibile dell’offerta di lavoro: il dato confortante, secondo il Ministro, sta nel fatto che questa fascia di lavoratori comporta perdite di benessere meno gravi di quanto si sarebbe verificato nel caso in cui a cedere fosse stata l’occupazione stabile.

Questo il quadro attuale; però, per l’occupazione il peggio non è ancora passato aggiunge Brunetta: la massima perdita si potrà avere nel terzo o addirittura nel quarto trimestre. Nonostante tutto, il nostro mercato del lavoro continua a confermare di trovarsi in condizioni migliori di quello degli altri paesi europei.

Impossibile confutare l’analisi di Renato Brunetta. Grazie alla riforma Biagi del lavoro e alle misure anticrisi del Governo, la disoccupazione in Italia non è esplosa. Da un lato, la flessibilità del lavoro (la riforma Biagi) che ha dotato il mercato del lavoro di una zona cuscinetto che ha fatto da frizione allentando l’urto della crisi economica: è quanto sostiene Brunetta a proposito delle fasce più deboli e, appunto, flessibili dell’offerta di lavoro. Dall’altro, le misure relative agli ammortizzatori sociali, intensificate dal ministro del welfare, Maurizio Sacconi, che hanno mantenuto viva l’occupazione nelle imprese, evitando il dramma di una disoccupazione senza confini, con il peggio di dare segnali di allarme alle imprese e devastanti sulle sorti dell’economia e del Paese.

Questo ottimismo, oggi più concreto che avvertito, deve tuttavia fare i conti con le aspettative per il futuro. Un futuro su cui lo stesso Brunetta mette in allarme: il peggio non è ancora passato. Anche questo è vero. E il culmine della perdita dei posti di lavoro si potrebbe avere proprio negli ultimi mesi di quest’anno. E’ vero, cioè, che i prossimi report dell’Istat potrebbero essere meno confortanti di quelli finora commentati. L’Ocse per esempio: ha fornito degli indicatori che lasciano presagire una ripresa economica molto lenta per l’Italia. Una ripresa lenta significa, per il mercato del lavoro, un aumento della disoccupazione, con il principale rischio per i 350-500 mila lavoratori attualmente in cassa integrazione che, proprio con lo scadere dell’anno, vedranno finire il sostegno statale alla conservazione del posto di lavoro.

Il punto è questo: adesso la tenuta dell’occupazione «dipende» dal se, e soprattutto, dall’intensità e dalla velocità della ripresa economica.

Sul «se» della ripresa, testimoniano anche gli ultimi dati Inps sul ricorso alla cassa integrazione, quelli relativi ad agosto, che hanno mostrato vivi segnali di risveglio. Rispetto a luglio, la richiesta è scesa del 40,6% pur restando ancora il 526,5% in più rispetto allo stesso mese del 2008. I dati denotano una ripresa economica in atto: agosto è il terzo mese consecutivo a segnare diminuzioni delle richieste di cig. Peraltro, c’è da aggiungere che gli interventi ordinari – meno preoccupanti perché fanno riferimento a crisi aziendali momentanee e passeggere – sono diminuiti rispetto a luglio con un meno 48,58% nell’industria e un meno 75% nell’edilizia. Stesso andamento per la cassa integrazione straordinaria – più preoccupante perché fa riferimento a crisi aziendali strutturali e più durature – con un meno 24,4% rispetto a luglio. Con la conclusione che la crisi sembra aver intaccato poco il nostro tessuto industriale: per la ripresa, dunque, non sembra indispensabile una rivoluzione del nostro sistema produttivo complessivo.

Allo stato attuale delle cose, il rischio che corre il Governo (e con esso l’intero Paese) è quello di scivolare sulla buccia di banana gettata a terra dalla crisi: cullarsi sui dati finora positivi, senza dare avvio a misure di contrasto al clima d’incertezza sul futuro (intensità e velocità della ripresa), che è conseguente ad ogni fase di recessione economica. Questa incertezza agli occhi delle imprese si traduce in una ridotta propensione a fare assunzioni, soprattutto quelle stabili e durature. Se il governo non interviene, la ripresa da sola non potrà bastare a riportare l’economia e l’occupazione ai livelli di partenza, rallentando peraltro il riassorbimento dei lavoratori che sono fuoriusciti dal mercato del lavoro. La crisi impone alle imprese il bisogno di flessibilità: molti strumenti già ci sono, ma occorre qualche stimolo maggiore.

Qui il governo deve mostrare coraggio: la crisi è l’occasione propizia per introdurre una dose di flessibilità sulla stabilità dei rapporti di lavoro, introducendo – a mo’ di agevolazione – la moratoria sull’articolo 18 con riferimento alle nuove assunzioni: le imprese che arruolano nuova manodopera non saranno soggette, con riferimento a questi nuovi assunti, ai vincoli del licenziamento. Certo, di tanto non se ne avvantaggeranno le Pmi che già sono esentate dalle limitazioni dell’articolo 18. Per loro, si deve pensare all’altra moratoria: quella sui contratti a termine (e sia concesso il rinvio a Con la crisi le misure a tutela dei precari diventano un boomerang del 27 gennaio 2009).

Per contro, l’errore più grave che il Governo deve evitare è quello di prorogare gli ammortizzatori sociali a lungo, al pari dell’introduzione di incentivi contributivi e fiscali alle nuove assunzioni. Il sostegno entrerebbe a far parte delle componenti di costo dei bilanci aziendali (ovviamente con il segno negativo). Una volta che ciò accadesse, ci sarebbe bisogno di molti più sacrifici e di tanto più tempo per ristabilire l’autonomia economica e finanziaria delle aziende. L’esempio eloquente è il Mezzogiorno con le sue contraddizioni nel mondo delle imprese e sul mercato dell’occupazione e della disoccupazione, dovute ai lunghissimi anni di sgravi, fiscalizzazioni e crediti d’imposta.