L’odissea in Libia è iniziata ma non finirà all’alba

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L’odissea in Libia è iniziata ma non finirà all’alba

20 Marzo 2011

La campagna internazionale contro la Libia è cominciata e nonostante sia benedetta dalle Nazioni Unite e porti il nome di un romanzo alla Tom Clancy – Odissea all’Alba – racchiude in sé tutti i rischi e le incognite di una guerra a tutti gli effetti.

In più, trattandosi di una guerra dichiarata a scopo “umanitario”, porta con sé un elemento di ambiguità che potrebbe degenerare con il passare dei giorni. Quando infatti si ricorre ad un intervento militare per “alleviare le sofferenze dei civili” occorre essere molto attenti che le sofferenze che si causano ai civili a conseguenza di quello stesso intervento non risultino alla fine sproporzionate allo scopo. Quando questo accade i governi impegnati nello sforzo militare rischiano di perdere il sostegno delle loro opinioni pubbliche e dei loro parlamenti, le coalizioni si indeboliscono e i risultati si allontanano.

Ma l’ambiguità della risoluzione del Consiglio di Sicurezza che ha dato il via libera all’attacco contro la Libia è anche più profonda. Essa autorizza la comunità internazionale ad imporre una no-fly zone sui cieli libici allo scopo di proteggere le popolazioni civili dagli attacchi aerei dell’esercito di Gheddafi. In realtà appare chiaro sin da ora che il vero scopo dei paesi coinvolti nell’operazione è quello di un “regime change” nel paese e la creazione di un nuovo governo costituito attorno ai “ribelli” e ai loro leader.

L’Occidente infatti si è spinto troppo oltre nella condanna del regime libico e dei suoi metodi, fino ad arrivare – come nel caso un po’ precipitoso della Francia – al riconoscimento formale del Consiglio di transizione, per potersi permettere la permanenza al potere di Gheddafi senza perdere la faccia.

Se dunque la missione delineata dalla risoluzione Onu si limita all’imposizione di una no-fly zone, la strategia ancora non dichiarata è quella di arrivare alla cacciata di Gheddafi, alla sua resa. Per questo l’operazione militare “Odissea all’Alba” non si sta limitando a colpire la contraerea libica e a costringere a terra i caccia dell’esercito di Gheddafi, ma è già impegnata in un pesante bombardamento di tutti gli asset militari nemici. Lo scopo è quello di indebolire le forze armate libiche, minare il loro morale e allo stesso tempo offrire ai ribelli le condizioni per una controffensiva. Il tutto nella speranza che Gheddafi alla fine ceda e scelga la via dell’esilio o venga rovesciato da una fazione interna.

Questa doppia faccia dell’operazione “Odissea all’Alba” non è sfuggita alla Lega Araba e al suo occhiuto segretario Amr Moussa che è stato rapidissimo a revocare il sostegno della sua organizzazione, sostenendo che gli attacchi della coalizione sono andati ben oltre le previsioni dell’Onu. Una dichiarazione che arriva dopo settimane di insistenze da parte della stessa Lega Araba perché fosse attivata la no-fly zone e che oggi ha tutto il sapore di una trappola visto che la natura ambigua dell’intervento era nota fin dall’inizio.

Così la coalizione anti-Libia si trova ora esposta sul versante dei paesi arabi, con una tiepida partecipazione degli Stati Uniti, lo scetticismo della Germania, un competizione sulla leadership tra Francia e Inghilterra e una crescente irritazione di Russia e Cina. Si tratta di una condizione sostenibile per un lasso di tempo ridotto ma potenzialmente rischiosa se la guerra dovesse protrarsi oltre le previsioni.

E’ infatti del tutto possibile che Gheddafi e il suo esercito non si arrendano ai bombardamenti alleati e che, valutando le debolezze intrinseche e le contraddizioni del fronte internazionale, tentino di resistere più a lungo possibile. La comunità internazionale si troverebbe allora nelle condizioni di dove decidere l’invio di truppe di terra per sostenere l’azione dei ribelli e annientare le difese del regime. Ma si tratta di un’opzione chiaramente esclusa dalla risoluzione dell’Onu che aprirebbe un nuovo fronte diplomatico destinato a mettere a dura prova la tenuta della coalizione.

Obama ha detto ripetutamente di escludere qualsiasi intervento militare americano sul campo, i paesi arabi hanno già avviato la retromarcia, resterebbero i paesi europei a dover affrontare la prospettiva di una invasione della Libia. Ma l’impressione è che neppure Sarkozy e Cameron, i più determinati in questa fase, abbiano messo in conto un simile epilogo.

D’altro canto – se vogliamo restare nell’ambito del peggior scenario possibile – non è detto che l’invasione della Libia comporti una rapida fine della guerra e l’avvio della tanto attesa ricostruzione democratica. La guerra in Iraq non finisce con la sconfitta di Saddam Hussein e neppure con l’arrivo delle truppe alleate, anzi si può dire che la vera guerra irachena è quella che si è combattuta dopo e per anni contro l’insorgenza baathista e jihadista annidata nel paese “liberato”. Non è detto che in Libia questo schema sia destinato a ripetersi ma non si può neppure escludere che all’insediamento di un nuovo governo sostenuto dalla comunità internazionale a Tripoli faccia seguito una fase di guerriglia e di terrorismo ad opera di quanti resteranno fedeli a Gheddafi e al suo regime per motivi etnici, politici o economici. Specie nel caso che – come accadde nella prima fase della guerra irachena – non gli si lasci altra scelta.

E’ possibile che tutte queste fosche previsioni appartengano alla nostra inclinazione da generali in poltrona e dal defilato (purtroppo) punto di osservazione italiano. Ma è difficile liberarsi dalla sensazione che la comunità internazionale si sia mossa insieme con ritardo e precipitosamente. Abbiamo dato a Gheddafi tutto il tempo necessario per riconquistare quasi interamente il paese, e mentre a parole gliene abbiamo dette di tutti colori, nei fatti gli abbiamo lasciato campo libero. Quando poi la prospettiva di ritrovarcelo in sella per i prossimi decenni è parsa intollerabile siamo partiti in tutta fretta per una guerra confusa sul piano tattico, strategico e politico.

Se Gheddaffi avesse avuto più intelligenza e meno furbizia, più sangue freddo e meno millanteria, avrebbe accettato alla lettera le condizioni della risoluzione Onu, mettendo i paesi della coalizione nelle condizioni di non poter dare il via all’attacco. Avrebbe vinto così un partita diplomatica importante in cui – grazie all’Onu e alle sue fumisterie – tornava ad essere considerato l’unico interlocutore in Libia legittimato a trattare con la comunità internazionale. Avrebbe potuto riprendersi Bengasi con calma, quando i riflettori della volatile opinione pubblica mondiale si fossero rivolti altrove, lasciando i ribelli alle prese con interminabili trattative diplomatiche e cavilli legali. Invece ha voluto sfidare il mondo al suono dei tamburi di guerra. Forse alla fine è meglio che sia andata così e che l’ultimo atto del suo regime sia cominciato, ma è difficile prendercene il merito.

Gheddafi non è degno di restare al comando del suo paese e il popolo libico ha diritto di scegliersi nuovi leader e nuove regole in cerca di condizioni di vita migliori e più libere. Ad oggi questo è tutto ciò su cui l’intera (o quasi) comunità internazionale sembra concordare: speriamo che basti.