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L’ombra dell’Iri sull’F2I

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Da qualche tempo a questa parte, il termine “infrastrutturale” ha ricominciato a circolare con notevole frequenza nell’informazione pubblica: con tutte quelle “t” e quelle “r”, è un fruscìo costante.  E’ “infrastrutturale” la Torino-Lione, la questione Alitalia, l’epopea dello stretto di Messina, ma anche le concessioni autostradali e lo scorporo delle reti Wind, Telecom e Vodafone. A ruota, il nodo Malpensa, la vertenza Fiumicino, la Salerno-Reggio Calabria e chi più ne ha più ne metta, in un caleidoscopico viaggio su e giù, destra e sinistra attraverso l’Italia: ormai l’atmosfera è “infrastrutturalizzante”.

Vi contribuiscono a vario titolo anche le lettere ai giornali, come quella a Libero Mercato del 12 ottobre scorso di Giuseppe Vatinno, consulente dipietrista del Ministero per le Infrastrutture,  dove si auspica la giusta miscela tra efficienza liberomercatista e servizio pubblico.

Ebbene, in mezzo a tutto questo gran parlare di infrastrutture, sui giornali fanno capolino, di tanto in tanto, le interviste a Vito Gamberale, il manager alla testa di F2I, con frasi rassicuranti sul ruolo dello Stato (tramite la Cassa Depositi e Prestiti) nel nuovo fondo dedicato. Dedicato a che? Manco a dirlo, proprio alle infrastrutture.

Gamberale è uomo di mondo, sa che l’opinione pubblica va “preparata”, e, quindi, è bene che l’orchestra mediatica faccia il suo lavoro. Ché, anche se l’Italia non è gli Stati Uniti e nemmeno l’Inghilterra, l’intervento statale in economia può far storcere il naso a parecchia gente, e rievocare spettri nemmeno troppo remoti. Ad alcuni la presenza della Cassa Depositi e Prestiti - cioè dello Stato – tra i soci ha per esempio ricordato un conglomerato in perfetto stile IRI.

L’obiettivo dichiarato di F2I, d’altro canto, è di investire in progetti infrastrutturali, senza particolari paletti, a parte quelli legati all’entità della raccolta tra i propri soci. Telecomunicazioni, energia, trasporti, autostrade: in breve, tutto quello che ha una rete ed è infrastrutturale. Sulla carta il momento è pure propizio, visto che proprio in queste ore si inseguono voci su possibili scorpori delle reti dei principali operatori di telefonia mobile.

Fin qui tutto bene. Se non fosse che questo business, quello infrastrutturale, ha un protocollo tutto suo, e vale quindi la pena darci un’occhiata.

Come prima cosa, all’estero l’investimento infrastrutturale è spesso e volentieri legato a filo doppio alla struttura del sistema previdenziale, caratterizzata (vedi i casi di Canada e Australia) dall’esistenza di fondi pensione e veicoli finanziari simili. Questi ultimi, a loro volta, hanno la necessità di investire i risparmi di lavoratori con pochi rischi e un orizzonte temporale lungo (trentennale), generalmente pari ad una vita lavorativa.

Da noi queste condizioni, per ragioni storiche e per innegabili demeriti della classe politica, sono assenti. Per di più, la scarsa raccolta di TFR dei “nuovi” fondi pensione voluti da Prodi è una spia del fatto che le ultime riforme non sono sufficienti a creare un mercato per investimenti “diffusi”, per la massa dei piccoli risparmiatori.

Come seconda cosa, gli investimenti infrastrutturali di solito interessano aree “protette” (monopoli o mercati oligopolistici), in cui lo Stato o enti pubblici assegnano concessioni ultradecennali: l’incastro finanziario per enormi somme di denaro. Soprattutto, questi investimenti presentano una componente simbolica pronunciata: sono investimenti che sanciscono la capacità della classe politica di creare fiducia e gestirla nel tempo. In altre parole, segnalano al pubblico degli investitori l’esistenza di una élite con la capacità di garantire la tenuta del sistema.

E, almeno in teoria, qui in Italia il fatto di avere lo Stato che co-investe a fianco di altri soggetti dovrebbe rinforzare ulteriormente questa componente.

Ma se dall’altissima teoria per un attimo ci spostiamo al più terreno mondo dei fatti che cosa succede? Succede che alla favola, a quanto pare, non vogliono credere nemmeno gli investitori nostrani, se è vero, per fare un esempio, che i Benetton stanno investendo (tramite Sintonia e 21 Investimenti) in diversi asset a carattere infrastrutturale. E lo stesso vale per il sabaudo Enrico Salza, al timone della Tecno Holding e del relativo fondo Sistema Infrastrutture. Morale: per ora F2I non se la fila nessuno.

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Come terza cosa, per il contesto in cui è nato, F2I sembra per molti aspetti un paravento di storie imprenditoriali concluse male e in fretta. Come quella dell’uscita da Aeroporti di Roma da parte di Macquarie, primo investitore “infrastrutturale” al mondo. Gli australiani, in origine, hanno visto lo scalo romano come un’opportunità per i propri fondi specializzati. Salvo fare poi i conti con la realtà italiana, con continue beghe sindacali, partner finanziari italiane in costante difficoltà, e repentini avvicendamenti politici a ogni livello. La ciliegina sulla torta è stato l’avvento di Di Pietro, che, con lo stop ad Autostrade/Abertis, ha fatto capire che sulle concessioni statali il peso della politica sarebbe cresciuto.

Altro che legge del mercato, Macquarie ha imparato la lezione alla svelta: in Italia, quando c’è di mezzo lo Stato, e non si è parte dell’establishment, c’è solo da rimetterci.


 

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