L’ombra di Al Qaeda alza la tensione tra Hamas e Fatah

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L’ombra di Al Qaeda alza la tensione tra Hamas e Fatah

29 Luglio 2008

Per una volta Israele non c’entra, almeno non direttamente. A incendiare gli animi di Hamas sono in questi giorni i rapporti con i "fratelli" di Fatah, il partito di Abu Mazen di stanza in Cisgiordania. All’origine delle tensioni, un’esplosione avvenuta venerdì nella Striscia: secondo i militanti di Hamas, i responsabili dell’attacco andrebbero ricercati nelle file del partito di Abu Mazen – ansioso di riportare Gaza sotto il controllo del presidente dell’Anp. Accuse che Abbas respinge al mittente, sostenendo la completa estraneità dei suoi uomini agli attentati nella Striscia.

Andiamo con ordine. Venerdì la Striscia di Gaza è colpita da tre esplosioni: la terza – vicino a un veicolo utilizzato dal braccio armato di Hamas – provoca l’uccisione di tre militanti e di una bambina di 7 anni. Poche ore dopo, altri due militanti feriti muoiono in ospedale. Hamas non ha dubbi, i colpevoli vanno rintracciati tra i membri di Fatah: secondo Khalil al-Hayya, "alcuni elementi stanno pianificando di effettuare attentati contro gli interessi e i leader di Hamas, allo scopo di seminare anarchia". Forte dell’esperienza della scorsa estate – quando Hamas prese il controllo della Striscia dopo una violenta insurrezione – Fatah prova a gettare acqua sul fuoco. In un comunicato ufficiale del movimento di Abu Mazen si legge che "Fatah non ha alcun tipo di legame con queste dispute interne ad Hamas": "Sostenere che Fatah sia il responsabile di queste esplosioni" continua il comunicato "ha il solo scopo di coprire il fatto che queste dispute sono tutte interne ad Hamas".

La posizione espressa dal partito di Abu Mazen è di particolare interesse. Secondo Fatah, infatti, l’attacco di venerdì sarebbe legato a una disputa interna allo stesso movimento di Hamas: i responsabili dell’attentato, allora, andrebbero rintracciati in una delle correnti interne al partito islamista. La teoria di Fatah è condivisa da diversi analisti: all’interno di Hamas sarebbero sostanzialmente rintracciabili due correnti, una "moderata" e aperta alla mediazione (ad esempio con Israele, protagonista di una fragile tregua con i militanti della Striscia) e un’altra vicina alle posizioni di Al Qaeda, contraria a qualsiasi mediazione con Abu Mazen e gli israeliani. Le esplosioni di venerdì, da questo punto di vista, andrebbero lette come un segnale da parte dell’ala dura del movimento, pericolosamente attratta dagli uomini di Al Qaeda e dai proclami di Bin Laden – che in passato ha più volte accusato Hamas di non combattere sufficientemente Israele e i moderati della regione.

Ma se si può parlare di divisione interna al movimento, i sostenitori di Hamas non devono venirne a conoscenza: da qui le accuse contro Fatah e il tentativo di incendiare gli animi contro Abu Mazen. Prima Hamas ha invitato tutti i palestinesi della Striscia a prendere parte ai funerali delle vittime, poi è passata agli arresti: ad oggi, oltre 200 presunti sostenitori di Abu Mazen residenti nella Striscia sono stati arrestati dagli uomini del movimento islamista. Nel West Bank, intanto, Abbas non è rimasto a guardare: sabato notte avrebbe ordinato a sua volta diversi arresti nella città di Nablus, e tra i fermati comparirebbero diversi studenti e docenti universitari. Una trentina di palestinesi sarebbero poi stati arrestati domenica, tra Tulkarm e Jenin: nella Striscia, intanto, Hamas ha bloccato la distribuzione dei tre principali quotidiani, reputati troppo vicini al partito di Abu Mazen. La tensione tra i due partiti resta molto elevata.

A un anno dalla conquista della Striscia di Gaza da parte di Hamas, i palestinesi sembrano invischiati in una deriva senza via d’uscita. Se l’utopica conferenza di Annapolis si trovava a fronteggiare due popoli e tre Stati di fatto – Israele, West Bank e Striscia di Gaza –, un’ulteriore divisione all’interno del partito di Hamas rende ormai illusoria la possibilità di un qualsiasi accordo tra palestinesi prima e tra israeliani e palestinesi poi. I protagonisti delle vicende mediorientali continuano a recitare la parte della "pace a portata di mano", ma nessuno sembra crederci sul serio: basti pensare a Tony Blair, inviato del Quartetto per il Medio Oriente e potenziale protagonista delle trattative, scomparso definitivamente dalle scene se non per stringere la mano a Barack Obama nel chiuso di una stanza. O a Condoleezza Rice, che continua a premere sulle due parti in causa – ieri ha chiesto ancora a israeliani e palestinesi la stesura di un documento congiunto per settembre – senza più lo slancio che l’aveva contraddistinta nei mesi preparatori ad Annapolis.

E senza possibilità di successo appaiono anche i tentativi di mediazione saudita ed egiziana. Dopo un incontro con il presidente egiziano Mubarak, ieri Abu Mazen ha rinnovato gli inviti al dialogo (annunciando che una commissione indipendente indagherà sugli attentati di venerdì): in risposta, il portavoce di Hamas Abu Zuhri ha fatto sapere che "tutto questo è senza senso, Abbas sa che dietro alle bombe di venerdì c’è Fatah". E intimamente consapevole dell’impossibilità di trovare un accordo con Hamas, l’Anp corre ai ripari: minacciando di dichiarare la Striscia di Gaza "regione ribelle", e appellandosi agli Stati arabi perché dispieghino una forza di pace nella Striscia. Un’ipotesi poco gradita agli egiziani: intromettersi militarmente nella disputa interna ai palestinesi, secondo Mubarak, rischierebbe di peggiorare ulteriormente la situazione (per l’Egitto naturalmente…).

Certo è che il futuro non promette nulla di buono. Di fronte al caos palestinese e ai recenti attacchi provenienti da Gerusalemme Est, il premier israeliano Olmert ha esplicitamente dichiarato che sarà molto dura trovare un accordo sulla capitale entro la fine dell’anno. Ma i problemi più grandi restano oggi in campo palestinese: un’infiltrazione degli uomini di Al Qaeda nella Striscia di Gaza rappresenta un rischio enorme per la sicurezza di tutta la regione, israeliani e palestinesi in primis. Una preoccupazione espressa chiaramente da Najy Shorab, docente di Scienze politiche all’Università Al Azhar: "Temo che la battaglia politica possa trasformare Gaza in un nuovo Iraq – ha spiegato al ‘Corriere della Sera’ – Nella Striscia, sono nati gruppi che sfuggono al controllo delle fazioni più potenti". Dietro alle nuove "correnti", l’ombra del network del terrore.