L’ombra di Al Qaeda dietro le bombe in Somalia

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L’ombra di Al Qaeda dietro le bombe in Somalia

31 Ottobre 2008

Una strage e un Paese ormai al collasso. Questa l’istantanea della Somalia di oggi. La catena di attentati che ha insanguinato mercoledì il Paese – colpendo obiettivi diversificati nelle capitali delle regioni autonome del Puntland e del Somaliland (Bosaso ed Hargesia) – è solo l’ultimo episodio di una serie che ha nuovamente riportato la Somalia, o ciò che resta della Somalia, nel caos. Colpisce soprattutto il livello di pianificazione, la qualità ed il sincronismo dimostrato negli attacchi.

Ad Harghesia sono stati attaccati il palazzo presidenziale, l’ambasciata di Etiopia e il quartier generale dell’Undp (il programma  delle Nazioni Unite per lo Sviluppo). A Bosaso è stato colpito un compound dei servizi di intelligence. La strategia degli attacchi multipli e simultanei ricorda in modo sinistro le azioni più spettacolari e cariche di connotati politici di Al Qaeda. Un grado di violenza spregiudicato anche per al Shabaab, l’ala oltranzista delle vecchie Corti Islamiche che si oppone ai tentativi di pacificazione del Paese.

Probabilmente i militanti della “Gioventù” (Al Sahabaab) hanno ricevuto il supporto di elementi qaedisti stranieri. Non sarebbe una novità. Al Qaeda vanta una tradizione di forte presenza nel Corno D’Africa ed è possibile che abbia fatto affluire nel quadrante somalo professionisti giunti dall’esterno per orientare strategicamente il movimento e supportarlo operativamente. Gli attacchi sono stati messi a segno proprio mentre a Nairobi erano in corso i colloqui tra il governo di transizione somalo, l’ala moderata delle Corti Islamiche e i leader degli altri paesi del Corno d’Africa – più Kenya, Uganda e Sudan – sull’applicazione del ‘cessate il fuoco’ tra le parti raggiunto a Gibuti il 26 ottobre.

L’accordo prevede la sospensione delle ostilità e il ritiro delle forze etiopiche presenti nel Paese in supporto al governo di transizione da oltre un anno e mezzo. Quasi a voler mostrare al mondo l’inutilità dei colloqui e la mancanza di forza e legittimità di chi li ha firmati, gli estremisti hanno deciso di colpire in modo scenografico. La guerra in Somalia non si fermerà finché l’obiettivo non sarà raggiunto, trasformare il Paese in nuovo emirato islamico. Al Shabaab ha già preso il controllo del grande porto meridionale di Chisimaio, dove è stata instaurata la sharia e dove è ripresa in grande stile la politica di lapidazione delle adultere, e controlla altre parti del Paese. A Mogadiscio ha messo i bastoni tra le gambe alle truppe etiopi e ai Caschi Blu dell’Unione Africana. L’aeroporto è continuamente bersagliato da razzi e colpi di mortaio e la zona interessata, negli ultimi mesi, è stata più volte teatro di furiose battaglie tra i miliziani islamici, da un lato, e le truppe ONU ed etiopi, dall’altro. In altre occasioni, ordigni improvvisati piazzati sul ciglio delle strade hanno colpito convogli di militari dei contingenti di pace: una tattica bene conosciuta e che è stata importata dall’Iraq e dall’Afghanistan.

Negli ultimi mesi la situazione si è ulteriormente aggravata. Le truppe etiopi che, due anni fa, cacciarono con sorprendente facilità le Corti dalla Somalia, sono allo stremo. L’aeroporto di Mogadiscio, che è il loro principale canale di supporto logistico, è quasi sempre chiuso per via dei continui attacchi, e la presenza dei  miliziani in Somalia sta diventando insostenibile per le non floridissime casse di Addis Abeba. L’ONU, al solito, è impotente e se un domani le truppe etiopi dovessero veramente lasciare il Paese, Mogadiscio cadrebbe in due ore e immediatamente dopo verrebbe proclamato l’Emirato Islamico di Somalia.

Secondo molti osservatori, il salto di qualità compiuto da Al Shabaab negli ultimi mesi è stato favorito dalla sconfitta di Al Qaeda in Iraq – dove ciò che resta della vecchia struttura di Al Zarqawi è assediata nel ridotto della provincia di Dyiala – che ha, appunto, portato a riorientare il jihad sulla Somalia (oltre che sull’Afghanistan).

La Somalia, lo stato fallito per eccellenza, è un terreno ideale per piantare un’organizzazione terroristica. Le sue caratteristiche rispondono perfettamente ai requisiti di un network transnazionale come Al Qaeda: un governo centrale assente, incapace di controllare il territorio, ed un movimento locale di ispirazione islamista su cui far leva e appoggiarsi. Sono esattamente gli stessi requisiti dell’Afghanistan alla metà degli anni Novanta. Ma il dato più preoccupante è un altro. Questa strategia è favorita dalla percezione diffusa ch l’Occidente non abbia alcuna voglia di tornare a sporcarsi le mani a Mogadiscio dopo la figuraccia del 1993. Allora finì con gli elicotteri Black Hawk abbattuti e con i nostri parà coinvolti negli scontri al check point Pasta.

Episodi che nessuno, a Washington, e da noi, ha mai dimenticato. Due anni fa, quando le Corti presero Mogadiscio, a cacciarle ci ha pensato l’Etiopia, sostenuta da Washington e da tutte le cancellerie europee. Gli etiopi hanno ricevuto appoggio politico, supporto operativo e d’intelligence, e hanno fatto il lavoro sporco  per conto degli occidentali. Adesso che i fondamentalisti islamici avanzano e sono tornati minacciare Mogadiscio, e mentre le truppe di Addis Abeba sono pronte a tornare a casa, il problema si ripropone in modo ancora più drammatico.

Come eviteremo che la Somalia diventi un nuovo paradiso per terroristi e miliziani di tutte le risme? Il nuovo rifugio di una Al Qaeda sconfitta su altri fronti? Per il momento la domanda non sembra interessare più di tanto l’Occidente. Gli americani hanno altri problemi e si limitano a qualche attacco mirato, l’Europa se ne infischia e – quando riesce a dire qualcosa – lo fa solo per mettersi a posto la coscienza recitando a memoria il vocabolario del politicamente corretto. Ma la situazione è grave, molto più grave di due anni fa e di quanto possa sembrare anche ora. Non vorremmo che alla fine l’Occidente fosse costretto a rioccuparsi di Somalia perché qualche nave è stata mandata a picco da un barchino suicida, salpato per il martirio dalle coste somali, o perché qualche aereo in decollo da un aeroporto di una capitale africana è stato abbattuto.