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L’ombra di D’Alema sulle riforme fa tremare Veltroni

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Il suo destino è quello di sempre: essere ammirato, ma anche guardato con sospetto dentro il suo stesso schieramento. Sarà per il suo marchio di fabbrica, quell’intelligenza politica accompagnata dal marchio e dal sigillo del sarcasmo. Oppure per una carriera politica che ha spesso lambito i grandi traguardi senza arrivare davvero a tagliarli, accreditandolo così di una irrisolta inquietudine.

Fatto sta che anche questa volta l’avvicinarsi di Massimo D’Alema sulla scena della grande trattativa della legge elettorale accende timori e preoccupazioni. Lui, il vicepremier, si candida al ruolo di “problem solver”, di “facilitatore” rispetto a una situazione che si aggroviglia ogni giorno di più. E gli altri ne pesano le mosse, le vagliano con attenzione, non nascondendo qualche brivido lungo la schiena rispetto alla sua non richiesta mediazione.

L’impasse, in verità, è sotto gli occhi di tutti. E lo stesso Walter Veltroni è il primo ad esserne consapevole. La rivolta dei piccoli dell’Ulivo, la resistenza passiva di Romano Prodi e le bordate quotidiane di Gianfranco Fini aumentano il pessimismo, in queste ore, circa la possibilità di arrivare a un accordo sulla legge elettorale. Le lancette dell’orologio della trattativa scorrono veloci. I tempi sono strettissimi. E l’opposizione degli alleati del centrosinistra rende quasi impossibile approvare un testo base prima del vertice del 10 gennaio. E così, tra gli uomini vicini al segretario del Pd, qualcuno comincia a veder crescere le possibilità che si arrivi al referendum.

E’ in questo contesto disastrato che torna ad acquistare credito l’ipotesi del sistema elettorale “alla tedesca”, ovvero esattamente il modello caro al ministro degli Esteri e inviso a Walter Veltroni. D’Alema, svestiti i panni dell’osservatore, ha ormai iniziato a giocare la sua partita. Il vicepremier ha avuto modo di sondare non solo l’Udc, attraverso Franco Bassanini, constatando la disponibilità dei centristi ad accettare anche l’indicazione preventiva del premier. Ma anche An, contattata da Nicola Latorre.

Veltroni, a sua volta, osserva le manovre in corso. E fa sapere che se è vero che “il referendum per noi non è una soluzione”. E’ altrettanto vero che “ non possiamo accettare di fare qualunque legge pur di evitarlo”. Tanto più che dopo il referendum si potrebbe comunque rimettere mano alla legge elettorale, a quel punto tenendo conto del risultato delle urne, cioè attuando un sistema capace davvero di premiare i partiti più grandi.

La partita resta decisamente aperta. E a questo punto molto dipenderà dall’atteggiamento di Forza Italia. Se Silvio Berlusconi manterrà fermo l’asse siglato col segretario del Pd, sarà difficile far passare un’intesa sul tedesco puro. Su quest’asse preferenziale tra “azzurri” e “democratici”, però, è proprio lo stesso D’Alema a nutrire evidenti perplessità. Una convinzione che il vicepremier avrebbe ribadito anche a Veltroni, dicendogli a chiare lettere che non si può fare un accordo con Forza Italia, schiacciando il centro e An. Per trovare un accordo vero bisogna cercare un’intesa più larga. Il tutto accompagnato da una didascalia auto-assolutoria: se sondo An e Udc non lo faccio per fare complotti, ma per aiutare a trovare un’intesa.

Il segretario del Pd, però, su questo punto la pensa un po’ diversamente: giusto che non ci sia nessun dialogo preferenziale con Forza Italia, ripete, ma nemmeno è possibile riconoscere diritti di veto a chiunque. E, aggiunge, il tedesco puro non va bene, fotografa l’esistente, finisce per dare un potere di veto al centro, alla eventuale cosa bianca. E, come ripete Giorgio Tonini, «un conto è prendere atto che la cosa bianca c’è e che bisogna farci i conti. Altro conto è favorirne la nascita».

D’Alema, a sua volta, appare poco convinto della “forza salvifica” del referendum. Intanto perché il referendum metterebbe a rischio il governo. Ma anche perché quel modello produrrebbe listoni disordinati, pronti a sfaldarsi un giorno dopo il voto. La missione del “problem solver”, insomma, appare complessa. E rischia, qualunque strada venga intrapresa, di lasciare sul campo morti e feriti, mettendo in discussione la sopravvivenza stessa del governo Prodi. Per il momento D’Alema prende la parola ufficialmente per smentire (ma non troppo) alcune intenzioni di cui viene accreditato. “Non sto  inseguendo uno scenario politico che preveda la nascita di un nuovo centro” dice in una intervista a Vanity Fair. «Il Centro c’è già - spiega - Casini, Pezzotta, Mastella. Ci sono forze moderate che non riusciamo a conquistare al Partito Democratico e che non si riconoscono in Berlusconi. Sono destinate, se ci sarà una nuova legge elettorale, a fare fronte comune. Ma a un ritorno del Centro motore immobile della politica, come è stato nel passato, non ci credo proprio, anche se è stato scritto che io auspicherei la nascita di un nuovo Centro. Penso infatti che il bipolarismo sia ormai entrato nella testa degli italiani».

Sull’altro fronte, però, non sembrano fidarsi. E il timore del sindaco di Roma che nella geografia politica italiana possa tornare a manifestarsi un luogo di tutti e di nessuno dove il bipolarismo si impantana, si fa sempre più forte. L’eterno duello Veltroni-D’Alema, insomma, continua ad andare in scena, sia pure in stagioni politiche diverse. Un braccio di ferro che cancella, ogni giorno di più, l’aspirazione veltroniana di approdare a un modello sostanzialmente bipartitico.

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2 COMMENTS

  1. Nella grande confusione che
    Nella grande confusione che c’è sulla riforma elettorale,pare di capire che non c’è soluzione alla palude italiana.Non con l’attuale legge,non con il referendum.meno che mai con il sistema tedesco e neppure con il vassallum,se,come scriveva lo stasso Vassallo,i partiti minori avrebbero sì avuto meno seggi,ma più potere di interdizione.

  2. l’ombra di d’alema
    non è un mistero,almeno per mè e molti miei amici,che D’Alema sia lui , unitamente e Violante, a comandare l’Italia – e sono certo che molti lo sanno ma non lo dicono.Veltroni lo sà benissimo per questo è in apprensione quando sente avvicinarsi D’Alema, quindi l’articolo di cui sopra è pleonastico sapendo il retroscena – Bisogna avvicendare altri nella camer dei bottoni.

    Gabriel

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