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Venti di guerra

L’ombra turca, l’assordante silenzio europeo e il nuovo massacro armeno da scongiurare

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epa08704182 A still image taken from a handout video footage published 28 September 2020 on the official website or the Azerbaijan's Defence Ministry shows shows allegedly the Azerbaijani weapon strikes during a military operation at the contact line of the self-proclaimed Nagorno-Karabakh Republic (also known as Artsakh). Armed clashes erupted on 27 September 2020 in the simmering territorial conflict between Azerbaijan and Armenia over the Nagorno-Karabakh territory along the contact line of the self-proclaimed Nagorno-Karabakh Republic. EPA/AZERBAIJAN DEFENCE MINISTRY / HANDOUT MANDATORY CREDIT / BEST QUALITY AVAILABLE HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Un’altra “scossa tellurica” ha colpito la faglia geopolitica del cosiddetto “Grande Medio Oriente” (un’area che si estende dal Marocco al Pakistan), definizione quest’ultima che ha poco di geografico e molto di geopolitico, attribuita dai neo-conservatori americani ad un territorio che include la stragrande maggioranza degli Stati islamici del mondo e che richiama alla mente la definizione coniata dal grande statista italiano Aldo Moro sulle “convergenze parallele”.

La guerra esplosa tra i due Stati caucasici, la Repubblica d’Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian, va inquadrata in quella serie di guerre che, da tempo, destabilizzano l’area geopolitica del Grande Medio Oriente: basta ricordare le guerre in Afghanistan, Iraq, Siria, Yemen e Libia. La crisi tra l’Armenia cristiana (che conta poco più di 2.974.693 abitanti, un Pil pro capite di circa 6128 $) e l’Azerbaigian musulmano sciita (che ha 9.624.900 abitanti, un Pil pro capite di 17.500 $) ricco di petrolio e amico stretto della Turchia di Recep Tayyip, ha radici molto lontane ed è stata sempre un elemento di instabilità nell’intera area caucasica. Le sue motivazioni sono di natura culturale, religiosa e politica. Infatti, dopo il crollo dell’Impero ottomano e l’arretramento delle influenze britanniche nel Caucaso, entrambe le repubbliche sono entrate nella sfera di influenza russa e hanno aderito alla nascente Unione Sovietica. Fu Stalin, nel 1923, ad includere, per decreto, il territorio armeno del Nagorno Karabakh, reso autonomo, dentro i confini della neo-repubblica sovietica dell’Azerbaigian. In seguito al disfacimento dell’Unione Sovietica riemerse con maggior vigore la questione del Nagorno Karabakh che, nel 1991, dopo scontri violenti, fu conquistato dall’Armenia. Nel 1994, sotto l’egida dell’Unione Europea guidata dalla Francia e con il contributo di Russia e Stati Uniti d’America, i due Paesi contendenti sottoscrissero un accordo di tregua a Minsk, capitale della Bielorussia, che è durato fino ad oggi.

In molti ritengono che la guerra di questi giorni tra i due Stati vicini sia il frutto di un’istigazione della Turchia, impegnata da alcuni anni in un progetto di destabilizzazione dell’est del Mediterraneo, rovesciando lo slogan iniziale di Erdogan “zero problemi” in un conflitto generalizzato con tutti i Paesi confinanti (Siria, Iraq, Cipro e Grecia ed oggi anche la Repubblica d’Armenia). Infatti dal primo istante dell’esplosione del conflitto, il presidente turco ha annunciato la sua vicinanza ai fratelli azeri e ha intimato alla Repubblica Armena di abbandonare i territori contesi del Nagorno Karabakh. C’è anche chi sostiene che abbia spostato i suoi mercenari dal nord della Siria verso il Caucaso. Così, di nuovo, troviamo la Turchia protagonista di un drammatico conflitto che rischia di incendiare l’intera area caucasica, con la Russia di Putin, legata all’Armenia da un trattato di reciproca difesa, impegnata ad opporsi all’espansionismo del nuovo sultano ottomano. Viene da chiedersi dove sia finita l’Unione Europea, perché ad eccezione di qualche timida reazione francese e le grida allarmate di Cipro e Grecia, in Europa domina un silenzio assordante.

Evidentemente non è ancora arrivato il momento di far capire al presidente turco che non è possibile riportare le lancette dell’orologio cento anni indietro e che sarebbe più utile, per tutti, porre fine alle sue farneticazioni sul nuovo Impero ottomano, che la pace e la stabilità del Mar Mediterraneo è una linea rossa ed è invalicabile per tutti noi.

Ogni giorno di più comprendiamo l’importanza di una politica estera e di difesa comune dell’Europa per difendere la stabilità e la pace lungo il confine sud e sud-est della stessa.

Non permettiamo un altro massacro del popolo armeno come quello perpetrato dall’Impero ottomano tra 1915 e il 1916 e che ha causato circa 1,5 milioni di vittime, perché ciò significherebbe lo sterminio di questo sfortunato popolo.

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