L’omicidio di Obama diventa un’opera d’arte (o presunta tale)

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L’omicidio di Obama diventa un’opera d’arte (o presunta tale)

28 Agosto 2008

“The Assassination of Barack Obama”. E’ il titolo della mostra di Yazmani Arboleda, l’artista che con le sue opere iettatorie sta scatenando un pandemonio a New York. Il seguito ideale di “Death of a President”, un film che aveva per capro espiatorio George W. Bush. Ma i due omicidi virtuali hanno un diverso peso simbolico: si piange per Obama, non per Bush.

Obama è al sicuro? I servizi segreti giurano di sì, ma due sorelle del Colorado hanno detto di pregare quotidianamente per la sua salvezza. Qualche giorno fa, la polizia ferma un pick-up che sbanda sulle strade di Aurora, nella periferia di Denver. Alla guida c’è il ventottenne Tharin Gartrell, senza patente e sballato di anfetamine. Nel bagaglio nasconde due fucili di precisione, uno con il silenziatore. Ci sono anche walkie-talkie e scatole di munizioni. 

I detective risalgono ai suoi complici, Nathan Johnson e Shawn Robert Adolf, il cugino di Gartrell. Quando arrivano gli agenti, Adolf cerca di fuggire gettandosi dalla finestra dell’Hotel Aurora. Finisce in manette. In un primo momento, i tre vengono accusati di avere un piano per assassinare Obama alla Convention democratica di Denver. Le autorità minimizzano, non ci sono prove certe. Johnson ammette di essere stato in albergo con Adolf, e che quella sera si è parlato di uccidere Obama con un fucile, ma era solo per farsi quattro risate. 

Spunta una testimone anonima, che avrebbe sentito Adolf mentre parlava “negativamente” di Obama al telefono con Gartrell. Secondo lei, Adolf è un “suprematista bianco”. La pista razzista è un copione perfetto per il complotto interno. Il suprematismo bianco ha avuto origine nella Guerra Civile, quando a centinaia di persone – considerate non-americane, fu impedito di lavorare negli uffici pubblici, una consuetudine che si è prolungata fino alla seconda metà del XX secolo. Il suprematismo si è saldato al movimento skinhead e al partito neonazista di George Rockwell. Ma visitando i loro siti d’elezione c’è una sorpresa: i suprematisti non si augurano la morte di Obama, anzi, lo vorrebbero alla Casa Bianca. Come ha spiegato David Duke, un boss del KKK, “l’elezione di Obama sarebbe un segnale per milioni di persone”, farebbe riaprire gli occhi alla comunità bianca che ha dimenticato lo Standard americano. 

Nel clima di paura che attraversa gli Usa post 11/9, personaggi schizzati come Adolf evocano fantasmi drammatici, e tutto questo si riflette nella cultura del Paese. Il musical “Assassins”, che racconta le gesta degli assassini di presidenti (dall’attore fallito John Wilkes Booth al delirante Lee Harvey Oswald, immortalato da DeLillo nel romanzo “Libra”), fa il tutto esaurito a Broadway da 18 anni. Dopo l’11/9 ha vinto 5 “Tony Awards”. 

“The Assassination of Barack Obama”, l’installazione di Arboleda sulla 40a Strada, rimossa da Manhattan, ha garantito all’artista una personale alla Naomi Gates Gallery. In una delle opere, l’autore accosta la foto di Obama a quella di un altro controverso protagonista della Storia americana, il reverendo Jim Jones. Un predicatore che, alla fine degli anni Settanta, fu accusato di aver sacrificato 911 dei suoi fedeli in un suicidio collettivo (il rogo di Jonestown, in Guyana). Secondo altri, Jones rimase vittima di una congiura per toglierlo di mezzo: con le sue idee, il reverendo voleva cambiare l’America. Arboleda evidentemente sposa quest’ultima tesi, facendo scattare il parallelo con Obama. 

L’artista di Boston è stato fermato dalla polizia e interrogato dai servizi segreti, che lo hanno rilasciato poco dopo. I commentatori dei giornali si sono chiesti se le sue opere sono razziste oppure mettono in gioco la libertà di espressione. In ogni caso, Arboleda è finito in prima pagina. “La mia arte non ha nulla a che vedere con un omicidio”, ha detto ai reporter che l’hanno intervistato senza accorgersi di essere manipolati, alla grande. 

“The Assassination of Barack Obama” rientra in quel filone ucronico che fa capo a “L’assassinio del Duca di Guisa”, storico film francese del 1908, passando per “Suddenly” di Lewis Allen, del 1954, un B-movie che deve la sua fama proprio a Oswald (gira voce che l’assassino guardò il film prima di ammazzare JFK). Ma c’è anche l’episodio di “24” in cui si attenta alla vita del presidente Palmer (l’attore nero Dennis Haysbert), oppure il romanzo “La svastica sul sole” di Philiph Dick, che racconta cosa sarebbe accaduto al mondo se Franklin D. Roosevelt fosse stato ucciso. 

Anche George Bush è stato freddato in una fiction. “Death of a President”, il film prodotto dalla tv digitale inglese More4 nel 2006. Gli esperti lo definiscono un “mockumentary”, un finto documentario su fatti mai accaduti, che vengono descritti come se fossero veri. Premiato in Canada e vietato in altri Paesi, il film ha suscitato la reazione indignata di Hillary Clinton, che lo ha liquidato come “deprecabile e oltraggioso”. 

E’ il 19 ottobre del 2007. L’America langue in attesa di buone notizie dall’Iraq. Bush esce dallo Sheraton Hotel di Chicago mentre la città è sconvolta dalle proteste dei no-global. Un proiettile colpisce a morte il presidente che cade sul marciapiede, davanti alla folla in panico e ai flash dei fotografi. La scena, girata manipolando immagini vere con animazioni di computer-grafica, evoca la sequenza della sparatoria che costò la vita a Bob Kennedy (1968), ma anche il fallito attentato a Reagan al Washington Hilton (1981). Il film è girato con maniacale perfezionismo: le testimonianze della speech writer di Bush, della sua guardia del corpo, degli agenti dell’FBI, la mimica degli attori, l’inquadratura fissa, sembrano vere, verissime. 

Eppure l’omicidio virtuale di Bush assume un valore simbolico opposto a quello di Obama. Mentre il nemico che toglie la vita al candidato democratico è un personaggio irrazionale, che appartiene alla Storia endemica dell’America profonda (i matti, i suprematisti bianchi, i cospiratori interni che ‘suicidarono’ il Rev. Jones e freddarono Kennedy) – l’assassino di Bush si chiama Jamal Abu Zikri ed ha origini siriane. Se, da un lato, la vittima viene ‘santificata’, elaborando il mito del presidente ‘buono’ ucciso perché voleva cambiare il suo Paese (Obama), dall’altro, la stessa vittima viene ‘maledetta’, lasciando intuire che il presidente ‘cattivo’ ha pagato con la vita la sua malvagità (Bush). Ovviamente il neoeletto Cheney ordina di premere il grilletto sulla Siria, alimentando lo spaesamento e le fantasticherie assolutamente fuori luogo del pubblico.