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La storia e il futuro

Londra e la Brexit: quarantasette anni dopo, un porto sul mare aperto

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Tra tutti coloro che oggi si augurano un 2021 migliore dell’anno che si è chiuso appena ieri, i Britannici hanno – nel difficile frangente che tutti attraversiamo – una ragione in più per tenere “il labbro superiore ben fermo”.

To keep a stiff upper lip, nella lingua di Shakespeare, e nell’autorappresentazione del carattere nazionale britannico, significa la capacità di tenere sotto controllo le proprie emozioni. E soprattutto la capacità, specie nei momenti difficili, di non dare a vedere rabbia, dolore, delusione, e men che mai paura: tutti sentimenti che sarebbero comprensibili nel momento dell’uscita dall’Unione Europea, dopo ben quarantasette anni – gli ultimi quattro dei quali spesi in una tormentata fase di distacco – di una presenza che ha pesato moltissimo nella vita e nell’evoluzione del Vecchio Continente, e che ha molto favorito gli interessi economici delle isole britanniche. Ma sentimenti che non sarebbe sorprendente trovare in qualche misura controbilanciati da un recupero identitario e dalle speranze suscitate dalla ripresa, da parte di Londra, della navigazione solitaria nella politica mondiale, orgogliosamente ritrovando recuperando il precetto di Winston Churchill: “If Britain must choose between Europe and the open sea, she must always choose the open sea”.

Il Brexit, in una prospettiva storica, era politicamente inevitabile. Tanto per la trasformazione degli equilibri mondiali intervenuti dopo il crollo del blocco sovietico e la dissoluzione dell’Urss, quanto perché la Nato, priva ormai di ogni funzione contro una minaccia non più esistente, si era trasformata – per pura tendenza inerziale alla preservazione delle strutture burocratiche –, da alleanza difensiva che era, in una organizzazione collettiva di sicurezza tendente ad ancorare ad ovest i paesi dell’Europa centro orientale. Ed aveva così finito per creare un’ampia fascia di influenza tedesca, un near abroad della Germania riunificata proprio nel momento in cui la tendenza alla frammentazione prevaleva in altri paesi – l’Urss, la Jugoslavia, la Cecoslovacchia – e si manifestava in Catalogna, in Scozia e nella patetica Padania.

L’innegabile natura sempre ambigua e condizionata della partecipazione britannica alla costruzione europea, aveva peraltro fatto del Brexit – molto prima che il nome venisse coniato – un’ombra sempre aleggiante sul futuro delle istituzioni comunitarie.

Non si trattava solo del fatto che già quando si approntavano i trattati di Roma, Londra si dava da fare per costruire un’organizzazione rivale, l’Efta (European Free Trade Association), destinata – nelle ambizioni della diplomazia britannica – a far fallire il progetto comunitario. Né si trattava solo di quella specie di valse-hésitation che ha accompagnato – dopo il breve periodo d’esclusione imposto dal Presidente francese de Gaulle – il lavorio finalizzato a ostacolare dall’interno lo sviluppo della Cee. Neanche dei numerosi opt-out, dei frequenti “chiamarsi fuori” su molte delle politiche comuni, in primo luogo Schengen, la politica dell’immigrazione e last but not least, la Moneta Unica. Né, infine, dei tira e molla degli ultimi quattro anni, prima sulle ipotesi di un nuovo referendum e di abbandono no-deal, negoziato oppure concordato con Bruxelles.

Non si trattava solo di questo. Si è trattato anche, e soprattutto, dell’azione svolta in primo luogo dalla signora Thatcher e dai suoi successori, e volta ad allargare a dismisura il numero dei membri della originaria Comunità Economica, e poi della UE con l’aiuto – ovviamente catastrofico – di Romano Prodi, che portò dentro, in una sola infornata, otto paesi ex-comunisti più due paradisi fiscali di assai dubbia reputazione. Il che non poteva che togliere ogni ispirazione ideale – o se si vuole utopica –  derivante dal fatto che il progetto europeista si era non a caso nella convergenza di tre paesi assai particola: la Francia, sbaragliata sin dalla prima ora della Seconda guerra mondiale, ed umiliata nelle sue ambizioni di grande potenza; la Germania, sconfitta dopo aver combattuto sino all’ultimo uomo e spartita tra i vincitori; e l’Italia, che aveva subito una debellatio totale, al punto da trasformare i due ultimi anni del conflitto in una guerra civile.

Spingendo, come ha fatto senza sosta, per moltiplicare il numero dei paesi membri della CEE, e poi della UE, Londra sapeva che avrebbe reso estremamente difficile un idem sentire fra i tre principali perdenti del primo cinquantennio del secolo, e quindi un coordinamento sovranazionale tra di essi, in qualsiasi campo ed in qualsiasi materia. Allontanando così la nascita, sulla sponda orientale della Manica, di un nuovo soggetto politico, in prospettiva capace di diventare assai forte.

Ancorché sminuita nella sua potenza, privata del suo Impero, ed incapace di trovare un nuovo ruolo nel mondo, l’Inghilterra postbellica aveva continuato insomma nella sua storica strategia, fondata sull’idea cara ai teorici della geopolitica, secondo la quale l’affermarsi una potenza egemone nella parte continentale del piccolo capo d’Asia avrebbe fatto perdere al Regno Unito tutto il vantaggio strategico derivante dalla sua insularità. Ed era la stessa storica strategia che l’aveva dapprima, e per secoli, resa naturale alleata del mondo germanico per combattere la potenza della Francia. E poi – dopo la disfatta del regime bonapartista del 1870 e sino al 1945 – alleata alla Francia nella entente cordiale, contro la potenza prussiana e infine nazista, tendenti a stabilire l’egemonia germanica sull’intero continente.

Creare un idem sentire nato dall’amarissima lezione delle due guerre civili europee era invece proprio l’obiettivo perseguito dai padri fondatori dell’Europa a Sei, cosicché l’intrusione britannica e i successivi allargamenti non potevano che alterarne profondamente la natura e gli ideali. E ciò, già prima che Berlino – con l’implosione del blocco dell’est e della repubblica dei Soviet – si impadronisse di tutte le spoglie della Terza guerra mondiale; guerra non guerreggiata, ma in definitiva vinta dall’Occidente in virtù dell’evoluzione dell’economia mondiale.  Cioè, già prima che a Berlino si manifestasse nuovamente la tentazione di stabilire sull’Europa la propria egemonia.

Oggi, una volta che il Brexit è ormai definitivamente consumato, si ripropongono perciò alle Nazioni dell’Europa continentale alcune questioni che i Ventisette avrebbero dovuto porsi, e su cui avrebbero dovuto decidere, già prima dell’uscita di Londra, anzi già prima del referendum in cui si era impegolato l’incauto Cameron. E si tratta di sfide che comunque si erano poste in maniera non più rinviabile già nel 2016, anno fatidico su entrambe le sponde dell’Atlantico, in cui il referendum britannico e la elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti hanno segnato un vero e proprio collasso in atto al centro di un sistema-mondo. Cioè di quel sistema che nell’ultimo quarantennio è stato caratterizzato dal tumultuoso processo di globalizzazione e di abbattimento delle frontiere, col conseguente tentativo di imporre un pensiero unico che sembra spingere alla negazione del principio di sovranità dei popoli e della loro stessa identità.

Contemporaneamente, il Regno Unito, dal canto suo, trova di  fronte a sé nuove grandi sfide, rese più drammatiche dalle tremende conseguenze economiche e sociali che si profilano a causa della pandemia. Ma con il Brexit ha ancora una volta di affermato la propria singolarità, la capacità della società britannica di avventurarsi per prima e coraggiosamente su sentieri ancora sconosciuti.

Si profila anzi come possibile che Londra diventi in un futuro non troppo lontano quel luogo la cui scomparsa, il giorno che fosse stato realizzato il governo mondiale, era già tanto temuta da Voltaire, il grande filosofo dell’età dei lumi che ha trascorso in esilio gran parte della propria vita: un porto sul mare aperto, in cui possano trovar rifugio coloro che coltivano la religione dell’indipendenza e della libertà di opinione. Che è poi il luogo che più drammaticamente sembra manca nel mondo globalizzato di oggi, e ancor più in quello che si profila per il post-pandemia: un mondo di ancora più grandi squilibri di ricchezza e di potere e di tecnologie che favoriscono sempre più stringenti controlli sull’informazione e sul pensiero.

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