Londra e Washington fanno fronte alla crisi ma si dividono sull’Afghanistan

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Londra e Washington fanno fronte alla crisi ma si dividono sull’Afghanistan

23 Gennaio 2009

Il governo britannico negli ultimi giorni si è mosso a tutto campo in politica estera, col duplice obiettivo di guidare la risposta internazionale alla crisi finanziaria e porsi come interlocutore privilegiato di Obama in Europa. Il premier britannico Brown è volato a Berlino per discutere con il cancelliere Merkel l’agenda del secondo meeting delle venti maggiori economie mondiali indetto allo scopo di affrontare la crisi finanziaria, il cosiddetto G20, che si è riunito ufficialmente per la prima volta a Washington lo scorso novembre. Il vertice si terrà a Londra, e nelle intenzioni del governo britannico dovrebbe affrontare anche la riforma delle istituzioni internazionali che si occupano di mercati finanziari e monetari.

Brown ha un interesse vitale nello spingere per un’azione congiunta a livello internazionale che affronti la crisi economica e riscriva le regole del mercato finanziario per due motivi. In primo luogo la piazza finanziaria di Londra è stata fortemente colpita dalla crisi che si è riversata pesantemente sull’economia della città, basti pensare che la rinomata catena di negozi Marks&Spencer ha annunciato la chiusura immediata di 120 punti vendita in seguito al crollo dei consumi durante i saldi natalizi. In secondo luogo, con le elezioni politiche da tenere al più tardi all’inizio del 2010, Brown necessita anche di accreditarsi agli occhi dell’elettorato come autorevole leader internazionale per rimontare lo svantaggio nei confronti del candidato conservatore Cameron.

Il premier britannico a Berlino ha ribadito che l’azione congiunta di Europa e Stati Uniti è fondamentale per stimolare l’economia mondiale, e si è impegnato affinché il G20 di Londra introduca un sistema di controlli che incrementi la trasparenza dei mercati finanziari e faccia capo ad una istituzione globale sul modello delle Nazioni Unite. Brown non ha nascosto l’obiettivo di adottare come G20 un’agenda più ampia di riforma delle istituzioni internazionali, che affronti anche questioni come il cambiamento climatico e la sicurezza energetica. E’ evidente come in questo caso si avrebbe una parziale sovrapposizione tra l’agenda del G20 e quella del G8, presieduto quest’anno dall’Italia, di cui da anni si discute l’ampliamento alle potenze emergenti – quali ad esempio Brasile, India, Cina, Sud Africa – per giungere in modo flessibile ad una sorta di G13 o G14 maggiormente rappresentativo ed in grado di agire più efficacemente su problemi di portata mondiale.

Aldilà della questione su quale consesso internazionale sia più adeguato per affrontare la crisi finanziaria e gli altri problemi in agenda, le mosse di Brown e dei suoi ministri possono anche essere lette anche alla luce della special relationship che lega Gran Bretagna e Stati Uniti. Infatti secondo molti commentatori britannici per Londra si porrebbe il problema di stabilire un solido asse con un presidente americano che per diversi motivi potrebbe prestare meno attenzioni al tradizionale alleato anglosassone. Infatti Obama potrebbe non nutrire particolare simpatia per il governo laburista che, seppure con un diverso premier, ha appoggiato saldamente la politica estera di Bush tanto criticata dal leader democratico in campagna elettorale, preferendo rinsaldare l’alleanza con la “vecchia Europa”: non è un caso che l’unico discorso pubblico di Obama in Europa sia stato pronunciato a Berlino e non a Londra.

Inoltre la storia personale di Obama, il cui nonno è stato torturato e imprigionato dai colonizzatori britannici in Kenya, e la sua enfasi sul cambiamento non pongono certo la Gran Bretagna al top della sua lista di alleati. Infine, l’ambasciata britannica a Washington durante le elezioni presidenziali si è lasciata sfuggire stralci di un memorandum in cui si definiva Obama come “insensibile”. Ma aldilà di questi elementi difficilmente valutabili, c’è un oggettivo problema politico-militare tra Obama e Brown in relazione all’Afghanistan. Infatti il neo-presidente americano ha fatto di Kabul la sua priorità di politica estera e di difesa, e si appresta a mandare migliaia di marines in Afghanistan chiedendo agli alleati della NATO di fare altrettanto. Il premier britannico al momento non è in condizione di rispondere alla richiesta americana, perché l’esercito di Sua Maestà impiega già quasi 9.000 uomini nel paese centrasiatico e non ha ulteriori riserve da inviare nel teatro, essendo tra l’altro impegnato in modo significativo anche in Iraq e nei Balcani.

La capacità dei Brits di combattere fianco a fianco degli americani nei diversi teatri di guerra è stato finora un asse portante della special relationship che lega i due paesi, e l’eventuale venir meno dello standing militare di cui godono i britannici negli USA sarebbe deleterio per la capacità di Londra di influenzare Washington e di ricavare capitale politico dalla relazione transatlantica. La fondatezza di queste preoccupazioni sembra essere confermata dalle indiscrezioni raccolte al Pentagono due settimane fa dal Times, secondo il quale in un rapporto riservato gli alti ufficiali americani lamentano una cattiva performance dei contingenti militari britannici schierati a Bassora (Iraq) ed Helmand (Afghanistan).

Se questa fosse la situazione, acquisterebbero maggiore significato e coerenza le ultime posizioni assunte dal governo britannico tutte volte a iniziare nel migliore dei modi il rapporto con la nuova amministrazione Obama. Da un lato Brown è sulla stessa lunghezza d’onda di Obama nel premere per un rapido ed efficace sforzo del G20 per affrontare la crisi tramite una riforma delle istituzioni finanziarie e stimoli fiscali all’economia. Dall’altro lato il ministro degli Esteri Miliband ha preso pubblicamente le distanze dal concetto di “war on terror”, pilastro della politica estera di Bush, affermando che può essersi dimostrato controproducente e che le democrazie occidentali devono in primo luogo rispettare lo stato di diritto – un’affermazione perfettamente in sintonia con l’intenzione di Obama di chiudere al più presto il constato carcere di Guantanamo. Nello stesso tempo il ministro della difesa Hutton ha pesantemente accusato gli alleati europei della NATO di approfittare dello sforzo militare americano per evitare di investire il necessario nella Difesa, un comportamento che mette a rischio la missione della NATO in Afghanistan e la stessa partnership transatlantica – musica per le orecchie americane che chiedono costantemente all’Europa di fare di più per sostenere il peso delle operazioni militari alleate.

Ma davvero la sopravvivenza della storica special relationship che lega Stati Uniti e Gran Bretagna dipende dalle impressioni di Obama e dalle manovre di Brown? Secondo quanto affermato dall’ambasciatore americano a Londra in un suo recente discorso a Chatham House, il più influente think tank britannico, il legame è ben più profondo. Secondo l’ambasciatore Tuttle tale legame è profondo e testimoniato tanto dall’interesse che hanno suscitato le elezioni americane in Gran Bretagna quanto dalle milioni di persone che ogni anno volano tra queste due sponde dell’Atlantico – per inciso, Londra ha appena deciso un ampliamento dell’aeroporto internazionale di Heatrow che aumenterà il numero annuale di passeggeri dai 66 milioni attuali a 82 milioni nel 2020. Soprattutto, secondo Tuttle, il legame è profondo e solido perché, sebbene non sempre siano andate d’accordo, le due democrazie anglosassoni al cuore dell’alleanza transatlantica condividono gli stessi valori. Ed è per questo che sono state dalla stessa parte e hanno remato nella stessa direzione in due guerre mondiali e sessant’anni di attività nelle istituzioni internazionali, e probabilmente continueranno a farlo.