Londra non vuole cambiare il sistema elettorale e Clegg fa autogol
05 Maggio 2011
A un anno dalle politiche gli inglesi tornano alle urne. Si tratta di un election day (apparentemente) storico per l’Inghilterra che, a parte il voto per il rinnovo delle amministrazioni locali – ci sono in ballo 9.500 posti nei consigli comunali e i seggi nei parlamenti scozzese, irlandese e gallese –, si trova a dover sciogliere uno dei nodi che non soltanto mette in discussione l’attuale e radicatissimo sistema elettorale, ma che rischia di far vacillare il controverso tandem LibDem-Tory.
Oggi i cittadini britannici sono chiamati a scegliere tra il mantenimento del First past the post, il sistema maggioritario secco (chi vince in collegio, anche di misura, prende tutti i relativi seggi) che da sempre garantisce la stabilità e l’ “Alternative Vote”, il complesso sistema adottato in Australia che chiede all’elettore di ordinare in crescendo sulla scheda le sue preferenze per i vari candidati, da quello considerato più vicino a quello che non si vorrebbe mai vedere eletto in Parlamento. Quest’ultimo sistema, che sconquasserebbe lo status quo, prevede che se nessuno prende il 50% più uno dei voti si elimina l’ultimo della classifica e si ridistribuiscono le sue preferenze sui colleghi che lo precedono, e avanti così finché un candidato non ha la maggioranza.
Il punto è: i conservatori e i laburisti invitano a votare ‘no’, mentre i liberaldemocratici e Nick Clegg invitano a votare ‘sì’. Era, del resto, inevitabile che si giungesse a questo punto. Il referendum è lo scotto che David Cameron ha dovuto pagare ai LibDem perché, 12 mesi fa di fronte alla realtà dello “hung Parliament” (un Parlamento in cui nessun partito gode di una maggioranza assoluta), si formasse la coalizione di governo. Clegg ha battuto i piedi per ottenerlo, Cameron lo ha concesso, perfettamente consapevole che le possibilità di cambiamento sarebbero state pari a zero. I numeri di queste ore lo dimostrano: un sondaggio ComRes per l’Independent accredita la vittoria del ‘no’ con il 66%, contro il 34% di ‘sì’.
A un’Inghilterra pigra al cambiamento si associano altre questioni che portano il referendum a dare come responso il ‘no’. E convergono tutte sul personaggio di Nick Clegg che gli elettori accusano di essersi “venduto per un po’ di potere”. Quello che non gli viene perdonato è che in questi mesi abbia tradito clamorosamente le promesse fatte a mano sul cuore durante la campagna elettorale – ha appoggiato sia l’aumento delle tasse universitarie che quello dell’Iva.
Mentre ai laburisti continua a non andare giù l’alleanza con i conservatori e saranno orientati a votare contro per vendicarsi di lui, forti del fatto che il partito è spaccato e alcuni pesi massimi del Labour (vedi l’ex vice-premier John Prescott e l’ex leader Maragaret Beckett) sono contrari al proporzionale, i conservatori scalpitano nel voler dimostrare chi tiene le redini del governo e che puntano sulle prossime elezioni per prendersi la rivincita conquistando una maggioranza assoluta senza coabitazioni scomode. L’idea generale è che chi sta con Clegg oggi non ha speranza di correre lontano domani. E così, persino Ed Miliband che, dissociandosi dal suo partito, invita a votare ‘sì’, non intende fare comunione d’intenti con il leader liberaldemocratico, nell’arco di quest’anno calato a picco nell’indice di gradimento nazionale.
Questo rigetto emergerà anche nel ricambio politico delle amministrazioni locali, che vedrebbero fare tabula rasa di LibDem, a favore dei Tory. Per di più, il ministro liberaldemocratico Chris Huhne, dopo aver accusato Cameron di mentire sui costi eventuali della vittoria del ‘sì’, ha annunciato che potrebbe dimettersi dal governo. Si aprirebbe, così, una crisi profonda che porterebbe, inesorabilmente, alla spaccatura interna del governo. Insomma, più che un voto destinato a cambiare le sorti del sistema elettorale britannico, quello di oggi sembra un referendum su Clegg, il “kingmaker” (come fu definito un anno fa) che voleva (utopicamente) traghettare l’Inghilterra verso il “nuovo”.
