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Diritti civili?

L’Onu e il gender fluid nel parlato: quando usare il maschile diventa pericoloso

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La prima fonte di espressione di un popolo e della sua cultura è la lingua, sicché possiamo trovare termini intraducibili da un Paese all’altro, modi di dire e di fare che sono anche caratteristica comune della Nazione presa in esame e poi, dietro una semplice espressione, c’è tutta una tradizione storica.

Da tempo sembra esserci una vera e propria battaglia per pulire ogni lingua da quelle che vengono definite “derive di retaggio patriarcale”: per questo da noi è stata fatta una guerra per parlare di “sindaca”, invece che di “sindaco” e per rimodulare quei termini ritenuti offensivi nei confronti del genere femminile.

Questa battaglia si è inasprita ulteriormente, soprattutto alla luce delle diverse teorie cosiddette gender fluid, elaborate a difesa di coloro che non si riconoscono nel “genere binario”: per questa ragione non solo è offensivo parlare di “ministro” al posto di “ministra”, ma anche voler presuppore il genere di qualcuno senza prima assicurarsi di non offendere la sua sensibilità.

Si tratta di sequele poco logiche che, probabilmente, risultano assurde, eppure in tanti ambienti istituzionali ed importanti si tratta di prassi che non può essere in alcun modo messa in discussione: se una volta veniva naturale – senza neanche porsi il dubbio – riconoscere maschio e femmina, oggi questa garanzia viene meno.

Diceva Chesteron: “Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Possiamo sentenziare, con una punta di amarezza, che siamo giunti a quel fatidico periodo: infatti, a tal proposito, le Nazioni Unite (ONU) sono ormai tra i protagonisti di tali battaglie, tant’è che durante la Giornata Internazionale della Donna è stata lanciata la campagna “Generation Equality”, volta a promuovere gli interessi di coloro che “sono stati stigmatizzati nel corso della storia”. Questa iniziativa ha tra i tanti volti delle donne coinvolte anche quello della giovane Greta Thunberg, considerata ormai una vera e propria mascotte della compagine liberal.

Se da una parte possiamo ritenere giuste le doverose battaglie per un equo trattamento tra uomini e donne, dall’altra ci viene naturale domandarci in che modo si pensa di ottenere questi risultati, poiché stando alle attività pratiche di campagne simili a questa, si resta stupefatti di fronte alla sterilità ed inconsistenza degli allarmi.

Inoltre, sempre le Nazioni Unite si sono fatte promotrici qualche settimana fa di un’ulteriore proposta, ossia quella di utilizzare il neutro, per rendere il mondo più egualitario e per non offendere coloro che appartengono a categorie non riconosciute dal genere binario: si parla di “partner” e non di “fidanzato” o “fidanzata”, vengono scoraggiate le parole con il suffisso “man”, poiché rimandano alla caricatura patriarcale prima citata. Insomma, viene proposto un vero e proprio controllo alla lingua, che, però, difficilmente produce effetti reali e concreti sui problemi delle donne nelle diverse società del mondo.

Pertanto, può essere ragionevole ritenere che, quando si vuole corrompere la lingua, riconosciuta innegabilmente come la fonte primitiva dell’identità popolare, si sta implicitamente commettendo un attentato alla libertà d’espressione: dover rimodulare i modi di dire, anche quando questi oggettivamente non risultano offensivi, e invitare all’utilizzo di determinati termini al posto di altri, corrompe, in realtà, quanto di più spontaneo possa esserci nel parlato quotidiano. Controllare la lingua significa inevitabilmente controllare anche coloro che la parlano, ponendo altre catene e altri bavagli nel timore di offendere una persona per aver supposto quello che, solo un decennio prima, sarebbe stato naturale supporre.

Alla luce di ciò, forse, un giorno, potrebbe essere pericoloso anche lamentarsi di una simile deriva e scrivere un articolo del genere a riguardo.

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