L’opposizione attacca il governo, il premier risponde con l’Esercito
03 Settembre 2008
Non si arresta, a più di una settimana di distanza dall’inizio degli scontri, l’ondata di violenza che sta insanguinando le strade e le piazze di Bangkok. La capitale è teatro di violenti scontri che vendono fronteggiarsi da una parte i sostenitori della variegata opposizione governativa, che fa capo all’Alleanza popolare per la democrazia (Pad), e dall’altra i fautori del primo ministro Samak Sundaravej, che fanno invece riferimento al Fronte unito della democrazia contro la dittatura (Udd).
Nella notte tra lunedì e martedì scorso, i violenti tafferugli tra bande rivali armate di spranghe, bastoni e perfino armi da fuoco, hanno lasciato sul campo un morto e provocato una quarantina di feriti, di cui almeno tre verserebbero in condizioni molto gravi. In numerose circostanze le forze di polizia, incapaci di frapporsi tra i manifestanti facinorosi, si sono semplicemente defilate come spettatori inermi degli eventi.
A seguito dell’acuirsi delle tensioni tra le opposte fazioni, ieri, il premier ha dichiarato lo stato di emergenza a Bangkok dopo che l’adozione di tale misura era stata più volte invocata nei giorni precedenti da parte delle forze dell’ordine. Parlando alla televisione nel corso di una conferenza stampa, Samak ha dichiarato di essere stato costretto ad emanare il provvedimento per metter fine agli scontri una volta per tutte. Ed ha inoltre rassicurato il paese sul carattere puramente temporaneo delle misure adottate, sottolineando che nessuno può arrogarsi il diritto di mettere a ferro e fuoco un’intera città.
Sulla base del decreto d’urgenza, il generale Anupong Paojinda, comandante dell’esercito, ha preso le redini di un comando speciale incaricato di ripristinare l’ordine pubblico attraverso il coordinamento delle attività della polizia nazionale e del comando militare della regione di Bangkok. Paojinda ha prontamente escluso che il conferimento di poteri speciali a suo carico sia propedeutico a un nuovo colpo di Stato, mostrando al contempo un atteggiamento favorevole al dialogo per porre fine all’occupazione della sede governativa da parte dei rivoltosi del Pad che si protrae ormai da una settimana. Ribadendo il carattere puramente politico della crisi, il nuovo garante dell’ordine pubblico ha infine escluso il ricorso all’uso della forza per soffocare l’ondata di protesta.
Contestualmente al provvedimento, sono state prese anche una serie di disposizioni che vietano assembramenti con più di 5 persone e impongono una rigida censura alla stampa contro la pubblicazione di notizie che secondo le autorità governative tendono a “minare la pubblica sicurezza”.
Malgrado lo stato di emergenza sia stato accolto da parte dei contestatori come un tentativo di stroncare manu militari la legittima protesta popolare contro il governo corrotto, da più parti si sottolinea invece come le misure adottate siano indispensabili per risolvere una situazione che rischia di gettare l’intero paese nel caos. Sempre ieri, a seguito degli scontri la borsa tailandese ha chiuso con un ribasso di oltre il 2 per cento, mentre dall’inizio della campagna di protesta lanciata dal Pad, nel maggio scorso, ne ha perso circa il 24.
Ciononostante, i rivoltosi antigovernativi appaiono comunque determinati a proseguire con la loro protesta e i sit-in davanti ai palazzi del potere, invocando a chiare lettere le immediate dimissioni del premier Samak accusato di essere una “marionetta” nelle mani dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, potente magnate delle comunicazioni. Shinawatra è stato destituito nel
Parlando alla stampa, il leader del Pad ha dichiarato di non avere intenzione di avviare trattative con nessuna delle autorità, esortando al contrario 5mila suoi miliziani a continuare nella lotta cui sembra aver aderito anche la principale confederazione sindacale del paese
Al di là dell’inasprimento degli scontri di questi ultimi giorni, sono mesi che il paese è attraversato da una profonda crisi politica con violenti accuse rivolte al governo, in carica da sette mesi, dovute soprattutto all’annuncio del premier Samak di voler emendare
