Home News L’otto marzo, la sconfitta delle teorie femministe e la vittoria di chi crede nelle naturali differenze tra uomo e donna

C'è poco da festeggiare

L’otto marzo, la sconfitta delle teorie femministe e la vittoria di chi crede nelle naturali differenze tra uomo e donna

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Com’è noto, la giornata dell’otto di marzo è dedicata alla festa della donna. Fin qui, nulla di strano. Ma se gettiamo uno sguardo ai dati diffusi nel 2019 dal Rapporto Eures su “Femminicidio e violenza di genere”, c’è ben poco da festeggiare. Nei primi dieci mesi dello scorso anno infatti, sono 95 gli omicidi con vittime femminili, quasi uno ogni tre giorni. Meglio di noi solo il Messico che, sempre nel 2019, registra dieci femminicidi al giorno. Nel 1992 la scrittrice Diana Russell, nel suo libro Femicide: the Politics of woman killing, teorizzava per la prima volta la definizione di femminicidio, ossia “una violenza estrema da parte dell’uomo contro la propria donna proprio perché donna”. Dunque, le donne verrebbero uccise per mano del proprio partner a causa del proprio sesso e non per altre ragioni. Ultimamente, nel nostro Paese, per far fronte ad una simile emergenza è stato introdotto il Codice Rosso, un provvedimento che fornisce risposte tempestive alle vittime di violenza di genere o violenza domestica. Sicuramente si tratta di un notevole passo in avanti, se si paragona la recente normativa alla regolamentazione precedente varata in materia. Tuttavia, il problema affonda le sue radici in un tempo lontano e trova nella contrapposizione tra uomo e donna voluta da certi movimenti femministi la sua genesi.
Tale contrapposizione infatti non mira ad esaltare le naturali differenze tra i due sessi; cerca piuttosto di ridurre a zero ciò che distingue la donna dall’uomo al fine di raggiungere la parità sociale, politica ed economica. Non è un caso che le femministe italiane abbiano salutato con favore la nomina di Elly Schlein a vice presidente della regione Emilia Romagna o l’elezione, lo scorso 11 dicembre, di Marta Cartabia a presidente della Corte Costituzionale.

Ma può servire qualche nomina sporadica per far sì che le donne arrivino a conquistare posti di rilevanza politica e sociale? Stando alle recenti teorie femminsite sì: basta che la donna riesca a porsi in posizione di netta contrapposizione all’uomo e il gioco è fatto. La realtà però è un’altra e non può di certo prescindere da ciò che hanno narrato nel corso dei secoli le Sacre Scritture, ossia che “Dio li creò maschio e femmina” (Genesi 1,27) quindi diversi fin dalle origini, e che “l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne” (Marco 10,6-9). Si tratta dunque di due assunti che non possiamo di certo ignorare quando analizziamo il rapporto tra uomo e donna. Perché, se è vero da un lato che gli amori malati producono ancora oggi morte e vittime innocenti, dall’altro gli amori degni di essere vissuti esistono. E già un amore completo, appagante e soddisfacente porta alla naturale esaltazione della donna, non già al suo abbruttimento. Ha ragione il biblista Gianfranco Ravasi quando afferma che il sentimento autentico tra uomo e donna fonde senza confondere: la vera fusione delle anime risiede infatti nello scegliersi a vicenda, nello stare insieme senza costrizioni, altrimenti si finisce per dare vita ad un rapporto malato, non autentico. Le femministe di ieri e di oggi hanno così ben poco da festeggiare. La parità tra i sessi non potrà mai esistere se si negano a monte le differenze tra maschi e femmine: la vera vittoria consiste invece nel gridare con forza che siamo diversi, senza dare adito a contrapposizioni che esistono solo nella testa di alcune, ma che la società reale rifugge.

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