L’Ue e il petrolio di Mosca

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Il 12 Gennaio scorso la Russia, nella veste del monopolista pubblico della distribuzione Transneft, ha ripreso l’erogazione del petrolio nelle pipeline che attraversano la Bielorussia dirette in Europa, in particolare in Polonia, Germania, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Dal 7 Gennaio infatti l’oleodotto Druzhba (parola che, per ironia della sorte, vuol dire Amicizia) era stato bloccato da Mosca, perché il governo bielorusso si appropriava illegalmente di parte del greggio in transito come pagamento del dazio doganale imposto alle compagnie esportatrici russe. La tassa, di 45 dollari per ogni tonnellata di petrolio transitata, era stata decisa con l’intenzione di compensare il sostanzioso aumento del prezzo del gas venduto dalla Russia alla Bielorussia, avvenuto a Dicembre 2006, che costerà a Minsk 3,6 miliardi di dollari in più l’anno. Sono bastati cinque giorni di blocco per ridurre la dittatura di Lukashenka a più miti consigli, e revocato il dazio bielorusso (ma non l’aumento russo) i due governi sono tornati al tavolo della trattativa.

Pare dunque rientrata la crisi politico-energetica che sembrava dover ripercorrere le vicende dell’inverno del 2005, quando il contenzioso tra la Russia e l’Ucraina sul prezzo del greggio fornito da Mosca a Kiev comportò un calo delle forniture verso tutta la mitteleuropa, con conseguenze avvertite anche in Italia. Tuttavia la situazione causa delle due crisi resta, così come resta la percezione di un’Unione Europea incapace di giocare efficacemente con il Cremlino la delicata partita dell’energia.

L’oggetto del contendere è stato il prezzo del petrolio praticato dalle compagnie russe a Ucraina e Bielorussia, gli ultimi Paesi ancora nell’orbita di Mosca dopo che l’allargamento dell’Unione Europea, e della Nato, ha posto sotto l’ombrello occidentale l’Europa dell’Est dal Baltico al Mar Nero. Tale prezzo è rimasto quasi bloccato per il decennio successivo al crollo dell’unione Sovietica ad un livello irrisorio, e completamente sganciato dall’andamento del mercato dell’energia. Nel frattempo la Russia ha vissuto le varie fasi della sua transizione economica al libero mercato, mentre si è fermata sulla strada della transizione politica verso una democrazia matura. Il governo forte di Putin ha eliminato (politicamente) gli oligarchi dalla scena riconquistando il controllo delle risorse naturali russe, ha ottenuto la maggioranza in Parlamento, ha rioccupato militarmente la Cecenia, e non vede profilarsi avversari all’orizzonte. Forte di questa ritrovata unità nazionale, si è posto nuovamente come attivo player sulla scena internazionale, sfruttando proprio l’arma energetica: la Russia, tramite le compagnie di Stato come Gazprom, Yukos e Transneft, controlla l’estrazione, la raffinazione e la distribuzione di ingenti quantità di combustibili fossili utilizzati dagli affamati consumatori europei e cinesi. Il prezzo del petrolio stabilmente alto nell’ultimo quinquennio, e la domanda mondiale crescente seguita al boom asiatico, hanno aumentato il valore strategico di tale risorsa.

Valore testimoniato dalle due crisi citate. Non si può certo pretendere che Mosca continui a fornire gas e petrolio sotto costo ad altri paesi, e lo stesso Occidente ha esortato la Russia a rispettare le regole del mercato. Tuttavia i tempi repentini e l’entità sproporzionata dell’aumento del prezzo del petrolio, difficilmente sono motivati solo da ragioni economiche. Nel caso ucraino, nel momento in cui il governo filo-occidentale stava tentando una diversa politica estera ed economica, sgradita alla consistente minoranza russa e agli interessi strategici di Mosca, il brusco e forte rialzo del prezzo del petrolio, con il concreto rischio di una crisi energetica nel cuore dell’inverno, si è rivelata una forte arma di influenza sulla politica di Kiev. Nel caso bielorusso, decidere da un mese all’altro il raddoppio del prezzo delle forniture di gas, in contemporanea al blocco dell’importazione in Russia dello zucchero bielorusso, ha significato stringere un cappio attorno all’economia, e al governo, di Minsk. Non può considerarsi aliena a questa strategia di potenza per via energetica la creazione, nel 2007, della Borsa russa del petrolio e delle materie prime di San Pietroburgo, che segnerà lo smarcamento reale e simbolico delle risorse siberiane dalla quotazione in dollari del brent, ponendosi come mercato di riferimento per la rete di paesi con cui la Russia ha stretto rapporti di fornitura, a partire dal colosso cinese.

Non è un fatto nuovo che ogni Stato persegua il proprio interesse nazionale, né va sottovalutato in quale stallo istituzionale e politico si trovi l’Unione Europea. Tuttavia stupisce ugualmente come, ad un anno dalla crisi ucraina, l’Europa abbia reagito allo stesso modo a quella bielorussa: chiedendo informazioni ai contendenti limitrofi, rassicurando l’opinione pubblica interna di possedere scorte sufficienti per il breve periodo, e incrociando le dita perché il problema si risolvesse da solo. Nei dodici mesi trascorsi dal primo mini shock petrolifero del 2005 è apparsa chiara la strada intrapresa dalla Russia, anche senza volervi ricollegare la morte di giornalisti scomodi o di ex oligarchi, ma l’Unione Europea è rimasta nello stesso stato di quasi impotenza, senza andare oltre il tentativo in ordine sparso dei vari stati nazionali di strappare condizioni più vantaggiose al fornitore russo. Senza fonti di approvvigionamento alternative attivabili in breve tempo, priva di un’unica credibile voce sul piano internazionale, e non potendo utilizzare verso tali vicini la sola arma di soft power che finora ha funzionato, cioè la prospettiva dell’inclusione nell’Unione, Bruxelles è stata per la seconda volta mero spettatore della crisi, nonché potenziale vittima di una sua degenerazione che per fortuna non è avvenuta.

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