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L’UE: niente di nuovo sul fronte occidentale

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Business as usual. Il Consiglio europeo, immaginato in Italia – ma anche in Francia – come uno storico punto di svolta ovvero l’avvio di una nuova epoca nella vita dell’Unione, in realtà ha seguito il solito copione: divergenze strategiche fra gli Stati, scontri fra i leader, mediazioni complicate, rimbalzi fra i diversi organi dell’Unione, rinvii, gran ricorso alla leva finanziaria (ricordate il piano Juncker, 300 miliardi da mobilitare basandosi su una decina di miliardi reali? Alla fine se ne persero le tracce). Le decisioni hanno come al solito tempi di esecuzione lunghi e aiuteranno solo in minima parte le azioni di contrasto al tracollo economico: il Recovery Fund, che per ora è una scatola di cui si ignora il contenuto (prestito o erogazioni a fondo perduto), sarà a carico del bilancio 2021-27 e non è chiaro quando partirà (comunque non nella fase acuta della crisi).

E’ il metodo Merkel collaudato in quasi vent’anni di cancellierato: lasciare che i problemi si consumino, mettere in palude chiunque – competitor, amici, avversari – chieda qualcosa e tenerlo lì a indebolirsi, far risaltare la potenza (e la supremazia) tedesca. Sono due i vantaggi competitivi che il metodo Merkel sfrutta: la solidità economica che rende la salute della Germania alquanto indipendente dalle decisioni Ue; l’impianto dei Trattati che si rivela disegnato su misura per Berlino. Chi invece sollecita interventi è costretto a cercare o riforme dei Trattati (difficoltà politiche, tempi lunghissimi) o scorciatoie per aggirarli (ma la complicità dei partner costa).

Nel Consiglio europeo del 23 aprile il bersaglio della cancelliera era l’ipercinetico Macron che da tempo fa mosse – una più ambiziosa dell’altra, dall’avventuroso progetto di difesa comune europea al tentativo di porsi come referente europeo di Trump – per erodere e poi insidiare il primato tedesco. L’Italia e la Spagna sono invece attori di secondo piano, Stati in difficoltà da sostenere (ma senza spendere troppo e senza toccare i fondamentali) per evitare che Macron li usi strumentalmente per far avanzare la sua agenda.

Morale della favola: l’Italia deve forse cambiare il suo modo di stare nell’Ue. Primo punto: smettiamola con la rivendicazione di un’Europa solidale. L’Ue è un’arena dove si scontrano interessi nazionali e la maggioranza degli Stati cerca di tutelare al meglio il proprio: i nostri governi, che invece puntano sulla solidarietà, da anni a Bruxelles fanno la parte del pollo spennato al tavolo da poker. Secondo punto: contiamo sulle nostre forze, siamo realisti, il che – nella situazione attuale – vuol dire mobilitare l’ingente risparmio degli italiani invece di aspettare i risicati aiuti europei. Ma per questo ci vuole una prospettiva politica e una figura credibile che la incarni.

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