A cinquantanni dalla morte

Luigi Sturzo una vita impegnata tra cattolicesimo e libertà

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“Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre. È convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull’errore delle altre opinioni per forza propria, senza imposizioni più o meno oblique. E questo, credo, era quel terreno comune che rese possibile la nostra amicizia, al di sopra di ogni dissenso ideologico”. Con questo “saluto” pubblicato il 1° dicembre 1951 su «Il Mondo», in occasione dell’ottantesimo compleanno del sacerdote siciliano, Gaetano Salvemini consacrava definitivamente nella cultura laica l’immagine dello Sturzo “liberale” e “giansenista”, riconfermandone extra moenia la singolarità nel panorama politico e religioso del cattolicesimo italiano. Ma per Salvemini quell’intervento era soprattutto la personale testimonianza di un sodalizio intellettuale maturato nel clima del popolarismo (se non risalente, prima ancora, all’esperienza del meridionalismo antigiolittiano) e sviluppatosi con l’antifascismo “militante” dell’esilio, fino al comune isolamento politico nella nuova Italia repubblicana: l’occasione per ricostruirne la vicenda complessiva ci è data dalla recente pubblicazione del  Carteggio (1925-1957) tra queste due figure d’eccezione, pregevolmente curata dal giornalista e studioso Giovanni Grasso per l’Istituto Luigi Sturzo nelle edizioni Rubbettino. 

Il nucleo centrale dell’epistolario è costituito dalle lettere che i due corrispondenti si scambiarono durante l’esilio, che entrambi trascorsero nel mondo anglosassone, partecipando alla rete di contatti tra i vari ambienti dell’antifascismo organizzato, senza tuttavia aderire ad alcuna sua componente politica: tale apertura intellettuale consentì a Sturzo e a Salvemini di avvertire precocemente i limiti di analisi culturale (relativamente alla stessa “questione cattolica”) propri dei partiti antifascisti della “Concentrazione” parigina, incapaci di elaborare un’interpretazione organica del fenomeno fascista e della sua espansione “epocale”. Tra il 1925 e il 1929 sembrò che la vicinanza tra Sturzo e Salvemini (mantenuta, come ben documenta l’introduzione di Grasso, grazie alla mediazione degli esuli popolari Giuseppe Donati e Francesco Luigi Ferrari)  rendesse possibile la saldatura tra antifascismo laico e antifascismo cattolico attraverso il progetto di una rivista unitaria, «Rinnovamento», “impresa di cultura” – nelle intenzioni di Salvemini – “che avrebbe potuto e dovuto sboccare a poco a poco in un nuovo raggruppamento di forze politiche”. Ma nel 1929 la “bomba della Conciliazione” tra la Santa Sede e lo Stato italiano interruppe questo tentativo “federativo”, che aveva avuto una premessa non secondaria nella riconsiderazione salveminiana della realtà storico-politica del vario cattolicesimo italiano (a quegli anni, non a caso, risaliva l’idea del suo “eterno libro”, incompiuto, su  Stato e Chiesa in Italia da Pio IX e Pio XI). Il mancato pronunciamento anticoncordatario di Sturzo, dopo gli accordi lateranensi, convinse invece Salvemini della inaffidabilità antifascista del cattolicesimo democratico, incapace – a suo giudizio – di svincolarsi dall’obbedienza gerarchica nella difesa “corporativa” dell’istituzione ecclesiastica: “è evidente che fra lui e noi” – scrisse allora  a una sua collaboratrice, a proposito di Sturzo – “non è più possibile alcuna azione politica comune”.

Da questo giudizio sarebbero scaturiti nel Salvemini degli anni successivi la ripresa di atteggiamenti anticlericali osteggiati in precedenza (certamente influenzati dall’orientamento filofascista del cattolicesimo statunitense) e la feroce polemica contro la “minoranza impotente” dei cattolici “lateranizzati”, condotta fino a negare la possibilità stessa di una “democrazia cattolica”: scrivendo a Sturzo il 21 dicembre 1941, nel rievocarne le dimissioni forzate nel 1923 dalla segreteria del Partito Popolare, Salvemini arrivava a dichiarare che dai cattolici democratici “non c’è nulla, assolutamente nulla, da aspettarsi nella lotta per la libertà e per la democrazia non appena il Vaticano scenda in campo per ordinare ad alcuni il silenzio e l’abbandono della lotta”. Tale preclusione politica derivava, secondo Salvemini, da una incompatibilità filosofica tra cattolicesimo e democrazia: “Io sono sempre stato convinto” – scriveva a Sturzo nella stessa lettera – “che Ella per le sue dottrine politiche e sociali è un giansenista. Ma questa dottrina giansenista è agli antipodi della dottrina cattolica. Io quando leggo alcune pagine dei suoi scritti dico fra me e me: ‘Io potrei sottoscrivere queste pagine. Ma non le sottoscriverebbe Pio XI’. Questo è il punto”. È del tutto evidente, da questo come da molti altri passaggi del carteggio, il tentativo salveminiano di “de-cattolicizzare” la religiosità sturziana, privandola del suo ancoraggio istituzionale: ma per Salvemini si trattava, con altrettanta evidenza, anche di un riconoscimento della dimensione etico-religiosa dell’antifascismo sturziano, in alcun modo desumibile – a suo giudizio – dalle “dottrine assolutamente antidemocratiche dei Papi” e dalle “compromissioni” filofasciste del cattolicesimo ecclesiastico.           

Rispetto a queste obiezioni le risposte di Sturzo non si limitavano a ribadire la personale professione di ortodossia ecclesiastica, ma opponevano all’anticlericalismo salveminiano la necessità di una distinzione tra le ragioni eminentemente religiose della politica concordataria e gli obiettivi politici del cattolicesimo conservatore (al quale andava attribuito anche il “sacrificio” del Partito Popolare). Tali argomentazioni sarebbero state sviluppate pubblicamente da Sturzo nella discussione giornalistica apertasi, alla fine del 1943, sull’opera What to do with Italy di Salvemini e Giorgio La Piana: osservava allora Sturzo che “se è vera l’assunta incompatibilità della Chiesa cattolica con la Democrazia moderna, tutto si spiega con due e due fanno quattro; e se non è vera, come io penso, allora l’affare del Fascismo va rimesso in un quadro episodiale, come quello di ogni altra fase storica che passa la Chiesa nei suoi contatti con la società politica”. Per Sturzo la scelta concordataria non aveva significato la “collaborazione politica” della Chiesa con il regime, ma il tentativo illusorio di “normalizzare il Fascismo, di influire su di esso sia religiosamente che moralmente”, conclusosi con un fallimento e con la ripresa di un atteggiamento di “resistenza” fondato su premesse dottrinali (a cominciare, sottolineava, dalla volontà di Pio XI di porre “il problema ebraico nei suoi termini imperituri e per tutto il mondo quando disse che noi (cristiani) siamo spiritualmente semitici”). Sarebbe spettato nuovamente al cattolicesimo democratico, secondo Sturzo, assecondare questa tendenza ecclesiastica, per “cooperare” – come aveva anticipato a Ferrari già nel febbraio 1929 – “a che la Chiesa sia disincagliata dalle spire politiche del fascismo”: ma, ancora una volta, la rinnovata autonomia politica di una corrente democratico-cristiana sarebbe passata attraverso il superamento, da parte del fronte antifascista, di quell’anticlericalismo indifferenziato che considerava la realtà cattolica “un mondo determinato e deterministico”, senza “idee in contrasto, né sentimenti diversi, né varietà di atteggiamenti, né correnti che si urtano”.  

A un siffatto approccio nessun altro interlocutore sturziano, più del “concretista” Salvemini, poteva riservare una convinta adesione, “metodologica” prima ancora che politica. Già nel 1927 egli aveva pubblicamente sostenuto che la formula “Chiesa Cattolica Romana” era soltanto “una parola astratta che copre milioni di persone”, non “un’unità omogenea”; ma anche nel febbraio 1935, nonostante il sostegno ecclesiastico alla guerra di Etiopia, non mancava di riconoscere – distaccandosi in ciò dall’anticlericalismo “rivoluzionario” di Carlo Rosselli e di “Giustizia e Libertà” – che non bisognava “confondere il Vaticano e l’alto clero con la Chiesa cattolica, della quale fanno parte anche i contadini che della guerra coll’Abissinia non vogliono saperne”. Il permanente “cristianesimo morale” di Salvemini (“una civiltà che abolisse l’insegnamento morale di Gesù Cristo ci farebbe sprofondare nella barbarie”, avrebbe scritto sul «Protestant» nel 1943), oltre al suo aperto dissenso con il rivoluzionarismo antireligioso di Rosselli, poteva indurre Sturzo ancora nel dicembre 1941 a ridimensionarne l’anticlericalismo come “una lieve infiammazione temporanea, che con il suo buon senso farà presto sparire dalla mente (il cuore suo ne è intatto: ne sono sicuro!)”.

Tra Sturzo e Salvemini, nel tempo dell’esilio, sembrò effettivamente realizzarsi – come osserva il curatore – “una vera e propria osmosi” intellettuale “anche sul campo così delicato e spinoso dei rapporti tra fede e politica”, attorno al nesso vitale tra spiritualità religiosa e democrazia liberale che entrambi riscontrarono nella realtà anglosassone. Ma da questo carteggio emerge chiaramente come sia stata soprattutto l’influenza morale e religiosa di Sturzo a “cristianizzare” l’anticlericalismo di Salvemini: per il quale, confessava a Sturzo nel febbraio 1942, “essere anticlericale non significa essere anticristiano”, ma a suo modo “essere più cristiano di cardinali, vescovi e papi”.

 

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