L’ultima speranza del Pakistan si chiama Cina

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L’ultima speranza del Pakistan si chiama Cina

23 Ottobre 2008

Prima è toccato a Parvez Kayani, il nuovo capo delle forze armate pakistane. Poi è stata la volta del neo-eletto presidente Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto e successore di Musharraf alla guida di un paese nei guai. L’ora di cosa, si dirà? Di riprendere in mano, una volta per tutte, le relazioni sino-pakistane. Relazioni silenti e operose durante la reggenza di Musharraf e che oggi il nuovo Pakistan di Zardari vuole rendere molto più visibili. Insomma la Cina popolare torna ad essere un alleato privilegiato del Pakistan.

Le relazioni diplomatiche tra il Pakistan e la Cina popolare sono iniziate nel lontano 1951 (a due anni dalla vittoria del maoismo) e hanno attraversato, in modo più o meno indisturbato, mezzo secolo di storia asiatica. Si ricorderà il famoso “canale pachistano” (oltre a quello rumeno) che Henry Kissinger utilizzò per rilanciare le relazioni sino-statunitensi. Islamabad parlava con Pechino, per conto di Washington. Ma questa è un’altra storia.

La nostra storia, invece, è più o meno questa: che ci vanno a fare il presidente e il capo delle forze armate pachistane a Pechino, nell’arco di paio di settimane l’uno dall’altro? Per Zardari: “La Cina è il futuro del mondo. Una Cina forte vuol dire un Pachistan forte”. La visita di Zardari in Cina si inserisce in un viaggio di due settimane che ha visto impegnata la dirigenza di Islamabad in un “pellegrinaggio”, o se volete un viaggio  della speranza,  alla porta dei cosiddetti “Amici del Pachistan”: USA, Cina e Arabia Saudita. 

La situazione finanziaria in Pachistan è disastrosa. Voci insistenti parlando di un default del sistema creditizio (una tempesta che è già stata vissuta nel 1993 e nel 1998). La Banca Centrale pachistana detiene una modesta quantità di riserve monetarie estere (poco più di 8 mld. di dollari), e ha urgente bisogno di un’iniezione di stabilità nel proprio sistema creditizio.

 

Zardari in Cina. Zardari intende ridare lustro alle storiche e profonde relazioni tra i due Paesi. Durante il suo discorso d’investitura al parlamento pachistano, il presidente ha ricordato che le relazioni sino-pachistane sono “durature e capaci di affrontare ogni intemperie da cinquant’anni a questa parte”. Per il momento la contro-parte cinese ha raccolto positivamente le dichiarazioni della nuova leadership pakistana.

Il punto è capire su quali capitoli potrà concretizzarsi tale convergenza. Zardari mira ovviamente a un rilancio dell’economia pachistana. Per questo ha chiesto un prestito di circa 1.5 mld di dollari in riserve estere alla Cina, che la Banca Centrale Cinese potrebbe versare nelle agonizzanti casse di Islamabad (ma non è detto che lo faccia immediatamente).

Zardari punta anche a un’iniezione di know-how cinese nel desueto sistema nucleare pachistano che controbilanci l’incerto (ma perfezionato) accordo nucleare indo-statunitense. E ancora un aumento degli investimenti infrastrutturali cinesi in Pakistan. Infine, la creazione di basi commerciali per espandere l’interscambio tra i due paesi (a oggi quantificabile in 7mld di dollari) con l’ obbiettivo non celato di raggiungere il livello di 15mld di dollari per il 2011.

Per il momento, dopo una serie di incontri privati con Hu Jintao e Wen Jiabao, Zardari ha incassato degli accordi pubblici su capitoli come economia, ambiente, minerali, ricerca agricola e cooperazione energetica. Nessuna menzione pubblica, invece, in merito ad accordi nucleari tra i due paesi (anche se ci sono state discussioni in merito) o contratti di vendita d’armamenti al Pakistan, di cui Pechino è il primo fornitore ( probabilmente conclusi da Kayani due settimane orsono).

 

Gli interessi cinesi in Pakistan. Se le intenzioni di Zardari sono dettate da esigenze quasi emergenziali, quali sono invece gli interessi strategici di Pechino in Pakistan? In primis un’unità di vedute sull’avversario indiano. Negli ultimi cinquant’anni sia Pechino che Islamabad hanno incrociato le armi con l’India. La fornitura di armi all’armata pachistana si inserisce in questo capitolo dell’agenda sulla sicurezza cinese.

Secondo, la Cina è impegnata in una politica di securizzazione delle tratte navali ove transitano, dal Golfo Persico sull’Oceano indiano,  le forniture petrolifere dirette verso il Paese. Non stupirebbe che gli incontri di questi ultimi giorni rilanciassero il chiacchierato progetto di un oleodotto sino-pakistano, oltre al vituperato progetto di oleodotto tra Iran e Cina, via Pakistan. Il controllo infrastrutturale di Pechino sul porto di Gwadar si inserisce in questo disegno.

La Cina mostra di avere un forte interesse, speculare e non opposto a quello statunitense, nel debellare la cancrena islamista in Pakistan. Lo scorso mese due ingegneri cinesi sono stati rapiti dai miliziani nella regione dello Swat, e lo scorso anno delle massaggiatrici cinesi subirono la stessa sorte da parte di un gruppo di studenti della moschea rossa.

Zardari a Washington. La prima tappa del “pellegrinaggio” di Zardari è stata Washington, ma le cose con Bush non sono andate troppo bene. Né il presidente Zardari, né tanto meno l’ambasciatore pachistano a Washington, Haqqani (vera eminenza grigia del nuovo corso pachistano in politica estera) potevano prevedere una crisi finanziaria tanto poderosa nel cuore del sistema statunitense.

Sperare che la Casa Bianca potesse impegnarsi, in piena campagna elettorale e con rapporti tendenti a zero con il Congresso, in una procedura d’urgenza di prestito di riserve estere a un Paese alleato. Di fatto, le frizioni sugli interventi Nato nel Waziristan (con i relativi sconfinamenti in territorio pachistano e senza preventiva autorizzazione di Islamabad), come pure le dichiarazioni di Obama sulla necessità di forzare la mano al Pakistan sul fronte anti islamista, non hanno rasserenato il clima.

Bush avrà rassicurato Zardari sulle incursioni militari statunitensi in territorio pachistano anche se proseguono le ricognizioni e gli attacchi dei droni USA sulle regioni autonome al confine con l’Afghanistan. Tra pochi giorni Zardari si recherà in Arabia Saudita e le richieste saranno più o meno le stesse: denaro e appoggio economico-finanziario. Se sarà così lo scopriremo presto.