L’ultimo Ferzan Ozpetek è divertente ma un po’ superficiale

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L’ultimo Ferzan Ozpetek è divertente ma un po’ superficiale

14 Marzo 2010

Ozpetek ama sorprenderci, questo si sa abbastanza bene. L’ha fatto quando nel 2001 girò Le fate ignoranti, rivoluzionando non solo parte del panorama cinematografico ma anche una fetta ideologica e sociale, e ha tentato di replicare, con esiti molto meno soddisfacenti anche con Un giorno perfetto, dove la pagina scritta della Mazzucco poco si adattava allo stile e alla “poetica” del regista. In mezzo a questi due estremi si collocano i suoi film migliori come La finestra di fronte, Cuore Sacro e Saturno Contro. Ora il regista ritorna in sala con Mine Vaganti, un film che si discosta dai lavori precedenti in maniera netta e che porta con sé i profumi e il cotè di un sud Italia da cartolina, dove il machismo è perennemente dietro l’angolo.

Illuminata dal bellissimo sole del Salento, la famiglia di pastai Cantone attende, febbricitante, l’arrivo dell’ultimogenito Tommaso, trasferitosi a Roma, per sancire il passaggio di proprietà del loro pastificio a lui e all’altro figlio Antonio. Tommaso vorrebbe dichiarare alla famiglia la sua omosessualità e poter vivere tranquillamente la sua condizione, ma un imprevisto farà saltare tutto in aria e metterà in moto una serie di corticircuiti nella famiglia con inaspettate conseguenze. Sarebbe sbagliato andare più a fondo nella trama, anche perché questo toglierebbe allo spettatore il gusto della visione, ma basterà sapere che questo di Ozpetek è il suo film più spensierato e ottimista, dove dei suoi precedenti lavori riemergono solo alcuni elementi, estremizzati e ironizzati.

Il cibo, la tavolata imbandita e i sinuosi movimenti di macchina che l’avvolgono, stavolta assumono la condizione di puro piacere fisico e dello spirito e non più carico di significati e simulacri funebri. A tavola si ride e tutti i momenti divertenti del film prendono forma tra piatti, posate e bicchieri, quasi fossero la spinta verso la spensieratezza che si trova, a volte nascosta, in ognuno di noi. Powell, Presburger e Matarazzo sono stavolta accantonati (e in generale tutti gli ammiccamenti melò che hanno fatto amare e odiare il regista) per puntare verso lidi più vicini e più sottili come Monicelli e Germi. Tante delle nevrosi della famiglia Cantone sono quelle (più incise e sofferte) dei personaggi che animavano mirabili affreschi dell’Italia d’oro di Signori e Signore o di Divorzio all’Italiana, dove il maschio conservava e conserva il suo ruolo di predominante carnefice mentre la donna solo vittima sacrificata. Ma Ozpetek è il regista delle donne, il “Cukor italiano” e il suo immaginario femmineo si staglia ben diretto nella mente dello spettatore che simpatizza per queste donne “a la page”, risolute, forti e spiritose.

L’affermazione della normalità è un tema spinoso ma Ozpetek comprende bene tutti i rischi che comporterebbe e si affida all’ironia e all’autoironia per stemperare un magma che con un altro taglio filmico sarebbe divenuto ingestibile. Tutto deve, quindi, rimanere nella superficie delle cose, nella leggerezza delle azioni e delle battute, nei siparietti (anche omologati e “televisivi”) tipici di una scrittura a servizio dell’intrattenimento. Così facendo Ozpetek perde in parte quella sua vena “autoriale” divenendo più mainstream e potendo dare libero sfogo alle sue ossessioni, pregi e desideri senza frenarsi. L’eccesso di battute, di situazioni e di cliché è ben amalgamato e non stride nel suo procedere verso il finale. Per rendere ancora più piacevole la visione, il regista si affida al suo straordinario orecchio inserendo una manciata di canzoni perfettamente aderenti all’insieme, e inondando il film di una luce particolare e ottimista.

Sarebbe inutile soffermarsi sulla bravura degli attori, tutti o quasi al massimo del loro splendore, visto che questo è uno dei punti di forza del regista, ma la sceneggiatura zoppica in una serie di vuoti, a volte affascinanti o irritanti, che non riesce a condurre il film verso una direzione sicura e profonda. Alcuni personaggi risultano troppo schematici o troppo irrisolti, per essere totalmente amati e non solo ispiratori di simpatia umana. Mine Vaganti ci riporta un Ozpetek in buona forma, desideroso di accontentare il suo pubblico, ma meno cerebrale e sofferto rispetto al passato, dove le storie e i volti avevano radici profonde e vibranti e dove dietro ogni gesto si celebrava un mondo misterioso e arcano.