L’ultimo film su Dorian Gray ha distrutto il mito letterario di Wilde

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L’ultimo film su Dorian Gray ha distrutto il mito letterario di Wilde

13 Dicembre 2009

Non convince il Dorian Gray dell’ultimo film di Oliver Parker, uscito il 27 novembre nelle sale italiane. Eppure il regista è un autentico cultore di Oscar Wilde. In passato aveva già diretto Un marito ideale e L’importanza di chiamarsi Ernesto, ma – nonostante la trasposizione fedelissima dell’opera – stavolta il film non è riuscito a cogliere nel vivo e a rappresentare degnamente il mito dell’eterno dandy.

La storia è celebre: Dorian – emblematica incarnazione dei vizi e dell’estetismo fin de siècle -, appena giunto a Londra si lascia irretire dall’atmosfera torbida e avvolgente che si respira nei recessi oscuri della capitale inglese e soprattutto dalle lezioni di cinismo e superomismo impartitegli da Lord Wotton, con cui il giovane stringe amicizia, ammirandone la spregiudicatezza morale. Seguendo i “consigli” del suo mentore, Dorian crede di legittimare le sue malefatte, al riparo dalla morale comune e grazie a un diabolico patto non scritto che gli ha riservato l’eterna giovinezza preservandolo dall’inevitabile invecchiamento che insidia la sua bellezza. Il ritratto che gli è stato fatto dall’amico pittore Hallwood assume nei suoi tratti i segni del passare del tempo nonché dei vizi e delitti di cui Dorian si macchia nel corso della sua turbinosa avventura. Soltanto l’amore per la figlia di Wotton potrà redimerlo, aiutandolo a liberarsi dalle sue ossessioni e annullando i nefasti effetti del Maligno, anche se, alla fine, il protagonista dovrà comunque capitolare verso l’autodistruzione.

La Londra vittoriana di Parker è particolarmente tetra, persino gotica. Assume i contorni del fantasy horror, un genere in cui gli inglesi, che in questi territori contano una lunga e brillante tradizione, sono maestri. L’operazione di contestualizzazione (scenografia, fotografia, costumi, eccetera) è riuscitissima sin nel minimo dettaglio – del resto l’opera wildiana ha un carattere prevalentemente illustrativo e ben si adatta alla trasposizione cinematografica; proprio questa natura giustifica il tono retrò del film che sembrerebbe allontanarsi dai modelli dominanti del gusto. Il Victorian Compromise – un modello sociale caratterizzato dalla contrapposizione fra prosperità e povertà – con le sue passioni, i suoi intrighi, tradimenti e complotti, è lo sfondo su cui si innesta il romanzo più famoso di Wilde.

Ma al di là dell’apparato scenico e decorativo, il Dorian interpretato da Ben Barnes non incarna affatto il mito wildiano. È poco ‘dandy’, poco passionale, poco diabolico. È, in una parola, anestetico. Non si percepisce cosa succeda nella mente del personaggio, cosa lo porti a vendersi al diavolo e cosa lo spinga a fare della sua vita una dannunziana “opera d’arte”, abbandonandosi al più efferato estetismo. Cambia ingiustificatamente atteggiamento nei confronti della vita e, più che spinto dalla sua natura (latente) incline al vizio e alla malvagità, appare una marionetta nelle mani di Lord Wotton – interpretato dal bravissimo ‘diavolo tentatore’ Colin Firth, che in questo caso diventa il vero protagonista del film.

Insomma questo Dorian manca di soffio vitale. La discesa nell’anima corrosa di Gray avviene in maniera protetta: l’impressione è che tutto venga riprodotto per essere ammirato a distanza, come se si trattasse solo di una mera scenografia. Decadenza e bruciore morale vengono lasciati alla porta. E se Parker ha deciso di incentrare tutto il film sui peccati di lussuria – rispettando i canoni del tradizionale racconto vittoriano in cui sesso e sangue la facevano da padroni – non è riuscito, però, a scatenare quella cattiveria necessaria per rendere quella sfrenata passione credibile, a meno che non vogliamo accontentarci di una manciata di splatter. Persino l’unica ‘interferenza’ rispetto al testo originale, l’omosessualità latente di Dorian – che avrebbe dovuto, in teoria, rendere ancor più conturbante la vicenda – rimane fine a se stessa. Insomma un’occasione sprecata per il regista.

Il racconto di Wilde, che ha ispirato ben 20 film dal 1910 al 2009 – dall’epoca del muto al sonoro (il primo datato 1945) -, è divenuto immortale, a differenza di quello che, ironia della sorte, è toccato al suo protagonista, che quella immortalità rincorreva disperatamente e senza raggiungerla. Se subiamo ancora in maniera così forte il fascino di Dorian a distanza di qualche secolo è perché in lui ritroviamo molti aspetti ancora attuali della nostra indole, ed oggi, forti della nostra sensibilità, siamo in grado di percepirli e comprenderli ancora più profondamente. Un’esperienza, quella estetica, che non sempre si rivela moralmente giusta. Come sosteneva Wilde: “il piacere è molto diverso dalla felicità”. La visione della vita come arte implica infatti da un lato la ricerca del piacere, ovvero l’edonismo, dall’altro dei comportamenti disinibiti e dissoluti che portano allo sfacelo morale e, nel caso di Dorian, al crimine. Wilde ci mostra come, in fin dei conti, sia la natura con tutta la sua eterna forza a vincere e a condurre il personaggio verso la sua inevitabile fine, mentre l’unica cosa che resta per sempre è la ‘bellezza in sé’ e quindi il quadro, che infatti ritorna giovane e perfetto com’era in principio. L’arte – quella vera – è ciò che sopravvive al tempo e al degrado. Non è così nel caso dei 112 minuti del film di Parker.